Fermiamoci e ripensiamo questo sport malato

Come la girate, quella di Alex Schwazer è l’ennesima storiaccia di uno sport ormai quasi privo di speranze. Delle due, l’una. Il campione olimpico di Pechino 2008, dopo la positività all’epo alla vigilia di Londra 2012, quasi quattro anni di squalifica sportiva, un processo penale, dopo aver perso gli sponsor e la fidanzata, torna all’agonismo, torna a volare, torna a vincere ma lo fa tornando anche a doparsi: testosterone. Sarebbe – usiamo il condizionale, in attesa delle controanalisi – la fine: quella di Alex Schwazer, che andrebbe quasi sicuramente incontro ad una radiazione; quella di Sandro Donati, che si è speso – un po’ incredibilmente, diciamo la verità – per la riabilitazione di un “dannato”, convinto che il marcio stia non già nell’atleta dopato, quanto nel sistema; e anche la fine di anni e anni di bugie. Comunque vogliate girarla, una pagina nerissima.

Vogliamo invece dare credito a quanto affermato da Schwazer, il suo allenatore ed il suo legale nella conferenza stampa di mercoledì pomeriggio? E cioè credere che la positività di Alex sia “farlocca”, condizionata dalla volontà di coloro che consigliavano allo stesso Donati di lasciar perdere, dalle manipolazioni dei nemici che lo stesso tecnico laziale si è guadagnato in anni ed anni di battaglie contro il sistema di cui sopra? Nessuno ha usato la parola “complotto”, ma di questo si tratterebbe. E la tempistica della positività del campione vipitenese, sottoposto al test il primo gennaio – già questa data lascia un po’ perplessi e fa il paio con la vicenda del funzionario dell’Iaaf che mercoledì, se glielo avessero concesso, avrebbe fatto il test antidoping anche al presidente Mattarella... – risultato negativo allora ma positivo quattro mesi dopo. Se Alex, Donati e Brandstätter riuscissero a dimostrare che qualcosa di strano, irrituale, forse addirittura illecito attorno a quella provetta è successo, forse riuscirebbero a salvare l’Olimpiade ed il destino del campione di Calice di Racines. Irrimediabilmente sconfitto, però, ne uscirebbe lo sport mondiale nel suo complesso, perché avremmo la dimostrazione che un meccanismo delicato e fondamentale come quello della lotta al doping non è gestito con la sacralità che la sua importanza richiederebbe, bensì come lo strumento di una guerra tra bande, come peraltro farebbero pensare diversi altri episodi, ultimo quello del bando dell’intera federatletica russa dai Giochi di Rio.

E allora, in cosa dobbiamo sperare? Che le controanalisi del 5 luglio certifichino una “miracolosa” negatività, scusate ci eravamo sbagliati, buona Olimpiade Alex e tutto va ben, madama la marchesa? Se vi piace così, accomodatevi. Noi pensiamo invece che sia venuto il momento, per l’intero movimento sportivo mondiale, di fermarsi un attimo a riflettere sui suoi angeli e sui suoi demoni.