Ciclismo

Nibali, l’epilogo più amaro. Fondriest: colpa dei "selfie" 

Caduta e ritiro dal Tour de France tra moto “galeotte” e tifosi scatenati


di Maurizio Di Giangiacomo


Il Tour de France di Vincenzo Nibali ha vissuto nelle scorse ore il più doloroso, amaro e beffardo degli epiloghi. Caduto giovedì nel finale della tappa dell’Alpe d’Huez, il siciliano della Bahrain-Merida è stato costretto al ritiro per la lesione di una vertebra toracica. Lo “Squalo dello Stretto” ha già fatto ritorno a casa, dove sarà costretto ad indossare un busto per qualche giorno – ma il valsuganotto Matteo Trentin, che una vertebra se l’è rotta alla Parigi-Roubaix, è rimasto fermo per un mese intero, prima di tornare in bicicletta – nella speranza di guarire in tempo per poter correre il Mondiale di Innsbruck, una corsa che sembra disegnata per lui.

Rispetto a quello che era emerso nelle prime ore dopo la caduta, venerdì è stato chiarito che a provocarla è stata la tracolla della macchina fotografica di una spettatrice, alla quale Vincenzo è rimasto impigliato dopo però che le due “famigerate” motociclette della Gendarmerie avevano costretto i corridori ad accostare sulla destra, rischiando appunto il contatto con tifosi, numerosissimi nell’ultimo tratto non transennato, purtroppo capaci di ridurre tanto la sede stradale quanto la visibilità, facendo uso di fumogeni.

«Purtroppo è andata così, ora possiamo dire di tutto ma non possiamo cambiare le cose», ha detto il direttore sportivo della Bahrain-Merida, Alberto Volpi, che non attacca direttamente l’organizzazione del Tour, ma afferma che si poteva fare di più per evitare la caduta di Nibali. «Si tratta di una grande organizzazione, forse poteva far meglio riguardo alla sicurezza dei corridori, speriamo che il prossimo anno investano di più».

Non è d’accordo (ovviamente) il direttore del Giro d’Italia Mauro Vegni: «Non hanno colpa agli organizzatori. Se anche mettessimo chilometri e chilometri in più di transenne – spiega Vegni – resta sempre difficilissimo controllare e tenere a bada tifosi scalmanati che improvvisamente saltano le transenne. Specie nelle tappe di montagna più importanti è sempre più un problema l’aspetto tifoseria, se così si può chiamare, cioè l’incontenibilità degli spettatori. Il tifo incontrollato rischia di far male al ciclismo. Per 7 secondi in tv o per un selfie, ci sono persone che fanno di tutto».

La pensa più o meno alla stessa maniera Maurizio Fondriest, che è tornato in Val di Non da pochi giorni dopo aver seguito i primi dieci giorni della Grande Boucle. «Al Tour i controlli sono ancora più stringenti che al Giro d’Italia – dice il campione del mondo di Renaix 1988 – semplicemente perché i numeri del Tour sono più grandi. Mi hanno detto peraltro che l’altro giorno all’Alpe d’Huez c’erano meno spettatori del solito, quello che è successo a Nibali è frutto di diverse concause e non credo che si possano muovere accuse agli organizzatori sul fronte della sicurezza. Hanno commesso sicuramente un errore i due motociclisti, che hanno stretto Vincenzo e gli altri sulla destra. Altra cosa molto pericolosa sono i fumogeni e forse per quelli sarebbe servito effettivamente qualche gendarme in più. Per il resto, si tratta dei problemi che ci sono anche al Giro. Non si possono controllare tutti gli spettatori. So che sarebbe stato fermato quello che ha spinto Froome, spero che facciano lo stesso con quello che ha a lungo inseguito Kruijswijk per fare un selfie o un video con il campione, scontrandosi con un altro tifoso e rischiando di far cadere anche il ciclista. Ecco, il vero problema sono questi esagitati con gli smartphone, questi sono davvero un pericolo per i corridori».

Dice bene Maurizio. Ed è già successo, anche al Giro d’Italia, per nulla immune a problemi di questo genere: 14 maggio 2015, un tifoso si sporge dalle transenne e travolge Daniele Colli (Nippo Fantini), impegnato in volata a Castiglione della Pescaia. Un anno prima, Francesco Manuel Bongiorno era stato costretto a mettere il piede da terra da un tifoso mentre era in fuga sullo Zoncolan assieme a Michael Rogers, poi vincitore della tappa.

Insomma, tutto il mondo è paese. Ed è abitato da personaggi un po’ così...

Twitter: @mauridigiangiac

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