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I ragazzi e l’odio online, lo psicologo: «In rete sono anonimi e danno sfogo alla rabbia»

Matteo Kettmaier, coordinatore del Progetto “Navigare a vista” che arriva nelle scuole per sensibilizzare i ragazzi all’uso critico dei social: "Abbiamo parlato con migliaia di studenti, genitori, insegnanti. Adulti meno consapevoli di ciò che scrivono"


Fabio Peterlongo


TRENTO. L'odio online è onnipresente nell'esperienza quotidiana che facciamo della rete internet e in particolare dei social-network. Incitamenti alla violenza, sarcasmo che punta a ferire, accanimento feroce su coloro che spesso hanno avuto l'ardire di condividere una storia dolorosa che li ha colpiti a livello personale. L'esito di tutto ciò è sotto i nostri occhi: Internet, dalla primigenia utopia democratica dove "uno vale uno" e dove poter rincontrare vecchi amici, si è trasformato nell'ambiente tossico del "tutti contro tutti", in cui nessuna esperienza è sacra, tutto si può distruggere ed annientare con una semplice "laughter reaction".

Ma come siamo arrivati a questo punto? Ne abbiamo parlato con lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Kettmaier (nella foto sotto), coordinatore del progetto "Navigare A Vista" che porta nelle scuole trentine il tentativo di sensibilizzare i giovani verso un uso critico e meno tossico delle reti sociali: «Online ci percepiamo come anonimi e diamo sfogo alla rabbia o al sadismo - ha spiegato Kettmaier - Ma i giovani, "scottati" da numerose esperienze d'odio, sembrerebbero fare un uso di Internet più consapevole rispetto agli adulti, o almeno questa è la speranza per il futuro».

 

Dottor Kettmaier, come definirebbe l'odio online?

La mia visione è da psicologo: quando parlo di odio online mi riferisco ad azioni che dimostrano rabbia e/o sadismo. Internet come lo conosciamo adesso è progettato per diventare una dipendenza che fa leva sui nostri bisogni primordiali. I sentimenti positivi sono difficili da nutrire perché siamo “progettati” biologicamente per cercare soddisfazioni sempre maggiori e c'è un limite alla quantità di post di cani/gatti/frasi motivazionali che posso sorbire prima che diventino stucchevoli.

 

E per quanto riguarda i messaggi odiosi?

L'odio è un sentimento tenace perché si nutre di rabbia, la quale mi fa sentire nel giusto, mi fa sentire forte. È molto facile restare agganciati in cicli di rabbia a cui segue la frustrazione, o di narcisismo a cui segue l'autocommiserazione. Le tecnologie, e parlo qui anche di videogiochi, hanno successo anche per la quantità di rabbia che imbrigliano, che si traduce nel tempo trascorso sulle piattaforme, che a sua volta diventa una quantità di dati personali che vengono rivenduti.

 

Nelle scuole trentine portate avanti il progetto «Navigare a Vista», che vuole dare agli studenti gli strumenti per un uso critico e sicuro della rete. Quante persone siete riusciti a raggiungere?

«Navigare a Vista» è attivo dal 2015, prevede numerose attività portate avanti da diversi operatori e professionisti. Abbiamo parlato con migliaia di ragazzi, insegnanti e genitori. I ragazzi si collocano prevalentemente nella fascia d'età dalla quarta elementare alla seconda superiore. In diverse occasioni abbiamo fatto formazione anche per le associazioni del territorio.

 

Parlando con i ragazzi trentini della loro esperienza dell'odio online, quali sono le vicende preoccupanti che raccontano più spesso?

Abbiamo notato una storia ricorrente che potremmo riassumere così: “Io e il mio amico stavamo litigando su Whatsapp, poi uno dei due ha detto o fatto qualcosa di così brutto che ha rotto la nostra amicizia”. Visto quanto spesso questo aneddoto ricorreva, abbiamo inserito nei nostri questionari una domanda aperta apposta per raccogliere storie di questo tipo.

 

Internet come catalizzatore di inimicizia, insomma. Ricorda una vicenda particolarmente allarmante?

La cosa più dolorosa avviene quando attorno all'adolescente si accumulano commenti positivi visibili alla persona stessa, che puntano ad adularla e a rinforzare i suoi comportamenti. Contemporaneamente però i cosiddetti "amici" creano chat segrete per prendere in giro in maniera feroce la stessa persona. Il termine per questo fenomeno è “lolcow” (mucca da risata, ndr). Scoprire di essere una “lolcow” è un trauma profondissimo e purtroppo è un fenomeno che coinvolge molti minori nei loro ambienti di riferimento.

 

Conferma però l'impressione che siano gli adulti a fare l'utilizzo più tossico della rete?

Spesso gli adulti sono molto meno consapevoli di ciò che scrivono online oppure si sentono legittimati nel fare quello che fanno. I ragazzi, al contrario, sono alla ricerca di guida e approvazione da parte degli adulti e generalmente più disposti a mettersi in discussione.

Un indicatore dell'odio online sono le ricerche sugli adolescenti sul tema del cyberbullismo e degli “hater”, ma non ce ne sono molte che coprano tutte le fasce di età ed è un peccato proprio perché il maggiore "serbatoio" di odio online arriva dagli adulti.

 

Quanto spesso le ferite "virtuali" si trasformano in traumi reali? Capita che qualcuno si presenti nel suo studio perché profondamente ferito da vissuti online?

Alcuni pazienti hanno riportato di vissuti traumatici dovuti ad episodi di cyberbullismo sufficientemente gravi da determinare dei sintomi, ma l'odio online produce sempre traumi di una certa entità. Questi traumi sono così diffusi che le nuove generazioni, che si sono già “scottate le dita” col fuoco dell'odio online, sembrerebbero avere un atteggiamento non già consapevole, ma passivistico nei confronti della rete.

 

Cosa intende?

La rete è considerata come una specie di "discarica dell'anima” da frequentare per ragioni edonistiche e con la rassegnazione a subirne lo schifo ed esserne parte. Poi c'è una minoranza di utenti la cui rabbia giovanile viene alimentata e sfruttata per ragioni politiche e commerciali. Ed è lo stesso per gli adulti.

 

E coloro che compiono violenza online si rendono conto delle ferite che infliggono? Chiedono aiuto?

Da psicologo sono preoccupato sia per la vittima sia per il carnefice perché quest'ultimo rischia l'isolamento sociale fino a situazioni di semi-delirio. Questi ultimi non chiedono aiuto, ma mi è capitato di ricevere persone molto arrabbiate che ho aiutato a capire che “sfogarsi” online non sfoga un bel nulla e li faceva stare peggio.

 

Esempio da manuale di odio online: una celebrità rivela di avere una grave malattia e la reazione di una buona parte degli utenti è quella di sminuire, mettere in dubbio la verità della malattia o augurargli il peggio. Che fine ha fatto l'empatia?

Questo è un esempio da manuale dell'Effetto di Disinibizione Online come è stato descritto dal professor Suler, in un articolo del 2004 fondamentale per capire la psicologia di Internet. Quando siamo online siamo, in una certa misura, anonimi, invisibili e “asincroni”, nel senso che la comunicazione non è un botta e risposta dinamico come dal vivo o al telefono. Questo determina una forma di distacco da sé per cui la persona perde le restrizioni morali che le impedirebbero di esprimere certe cose. Non è poi infrequente un sentimento di invidia che fa provare una perversa soddisfazione per le disgrazie di chi si percepisce come più fortunato.

 

Riflessioni che un tempo si sarebbero tenute per sé, probabilmente?

Se siamo tra persone in presenza, e parliamo ad esempio della malattia di Fedez, una persona su cinque penserà “Gli sta bene!” e probabilmente se lo terrà per sè. Ma online le cose sono diverse, nei social si leggono commenti velenosi con una grande frequenza.

 

Tra i produttori di contenuti online, le figure "odiose" sono talvolta alimentate per uno specifico obiettivo "editoriale". Ci si ammanta della figura del "cattivo", ma con che rischi?

Più d'uno ha costruito una carriera sul farsi odiare, come PewDiePie, lo youtuber più seguito al mondo (per lo più da ragazzini), ha attirato molta attenzione giocando col fuoco e facendosi passare intenzionalmente per nazista o per misogino. Una cosa su cui noi di "Navigare A Vista" insistiamo è far cadere l'illusione di controllo che ci danno i social: non possiamo mai sapere davvero come reagiranno gli altri quando postiamo contenuti online e non siamo mai veramente pronti “a tutto”.

















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