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«Troppo grande per non avere senso»: Marta Lualdi, il lutto e la rinascita

Nuovo episodio della serie "Oltre la vetta", prodotta dal Cai e curata da Sofia Farina, che esplora il dolore, la perdita e la rinascita attraverso le voci di chi ha vissuto un lutto in montagna. Dialogo con Marta Lualdi, compagna del fortissimo alpinista Matteo Bernasconi e mamma di Kate, che aveva solo due anni quando il papà è morto in montagna

EPISODIO 1 Trasformare il dolore in possibilità, con Marina Consolaro
EPISODIO 2 «Vivere davvero», con Matteo Della Bordella
EPISODIO 3 «Troppo grande per non avere senso»: Marta Lualdi, il lutto e la rinascita

EPISODIO 4 Raccontare la montagna senza rimuovere l’ombra: Enrico Camanni



Prosegue con un nuovo episodio la collaborazione fra Giornaletrentino.it e Club alpino italiano, per la diffusione del videopodcast Oltre la vetta, prodotto dal Cai nazionale e curato da Sofia Farina, che esplora il dolore, la perdita e la rinascita attraverso le voci di chi ha vissuto un lutto legato alla montagna.

In questa puntata la protagonista è Marta Lualdi, facilitatrice di PSYCH-K® e divulgatrice di strumenti pratici (come journaling e percorsi individuali) per attraversare trauma, stress ed elaborazione del lutto.

Marta viene intervistata perché la sua storia personale è intrecciata a una delle perdite che hanno segnato la comunità alpinistica: la morte del compagno Matteo “Berna” Bernasconi, guida alpina e Ragno di Lecco, travolto da una valanga nel maggio 2020.

Quando succede, Marta ha 32 anni e una figlia di due anni: da un giorno all’altro si ritrova a reggere insieme dolore, quotidianità e genitorialità. 

La conversazione entra nel cuore della vita “accanto a un alpinista”: l’assenza come normalità, la fiducia come scelta, e quel patto non detto con il rischio (“se dovessi vivere nell’ansia, passerei due terzi dell’anno col cuore in gola”).

Ma il fulcro è ciò che viene dopo: come si spiega la morte a una bambina piccola, come si chiede aiuto, e quanto conti un sostegno concreto (una mano con la figlia, la presenza silenziosa, le piccole cose che tengono in piedi).

Marta racconta anche il suo percorso di ricostruzione: non “fasi” standard, ma tappe personali - dal “non posso crollare” all’imparare ad attraversare la vulnerabilità, fino alla domanda decisiva: “Io chi sono, oltre questa perdita?”.

È da qui che nasce il suo lavoro di accompagnamento: creare uno spazio in cui il lutto possa essere detto senza pietà, senza aspettative sociali e senza colpa, persino quando torna la felicità. 













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