«Parliamo del lutto in montagna per costruire una rete di ascolto e di cura»
Conversazione con Sofia Farina, che coordina il progetto del Cai nazionale "Oltre la vetta" e conduce l'omonimo videopodcast, per affrontare apertamente un tema spesso taciuto: il dolore della perdita, il trauma, la paura, la fragilità dopo eventi tragici
EPISODIO 5 Parla l'alpinista trentino Rolando Larcher
EPISODIO 4 Raccontare la montagna: Enrico Camanni
EPISODIO 3 Marta Lualdi, il lutto e la rinascita
Il lutto legato a tragedie della montagna è un tema delicato e poco frequentato nel discorso pubblico. Eppure è un atto prezioso e (ri)costruttivo riuscire a dare voce e dialogo al dolore derivante da una perdita.
Forte di questa consapevolezza sulla necessità di cercare di colmare un vuoto, il Cai nazionale, con il supporto dell'associazione Psicologi per i popoli, ha avviato lo scorso autunno il progetto Oltre la vetta: approfondimenti, risorse psicologiche e testimonianze di chi ha scelto di condividere la propria esperienza.
Ne abbiamo parlato con la curatrice, Sofia Farina, che è anche l'ideatrice e la conduttrice del videopodcast pubblicato mensilmente dal Cai e ripreso anche nel nostro sito.
Come è nata questa iniziativa?
«L'ho proposto ai vertici Cai la primavera scorsa, è stato accolto con grande entusiasmo e sono bastati pochi mesi per stanziare i fondi necessari e iniziare a creare un piccolo gruppo di lavoro interno, a ragionare sulle varie modalità e sugli elementi che costituiscono il progetto.
Tengo a precisare che il videopodcast è uno degli elementi del progetto, è uno spazio che abbiamo pensato per avere un format facilmente condivisibile e ascoltabile: un modo per farsi conoscere e cominciare ad aprire una conversazione su questo argomento. Nel complesso, il progetto si compone anche di una piattaforma che noi immaginiamo come dinamica, pronta a raccogliere stimoli e materiali, storie, racconti, riflessioni dalla comunità del Cai, utili nel momento in cui ci si trova o ad affrontare un lutto legato all'ambiente lontano oppure a stare accanto a qualcuno che lo sta affrontando questo tipo di lutto».
Che cosa si trova dunque nella piattaforma?
«Molte informazioni dal punto di vista più o meno tecnico: sulla psicologia, su cosa succede alla nostra mente, al nostro corpo, risposte a domande frequenti che abbiamo identificato in questi casi. Il terzo elemento è la rete di psicologi e psicoterapeuti che aderiscono al progetto, per offrire un supporto diretto alle persone.
Conta già circa novanta partecipanti da tutta Italia, quindi siamo molto contenti di questa risposta molto positiva.
In sostanza, i materiali comunicativi servono anche a richiamare l'attenzione sul nucleo del progetto che è appunto più legato al supporto concreto alle persone, ai membri della comunità del Cai e non solo, che si trovano in un momento di bisogno e a cui si tende una mano in varie modalità».
Davvero un'adesione significativa, quella dei professionisti che offrono sostegno psicologico a chi ha perso una persona cara durante attività alpinistiche o escursionistiche.
Il sito, dicevi, rende disponibili anche informazioni scientifiche sul tema...
«Sì, materiali tecnici per capire quello che sta succedendo al proprio corpo dopo un lutto, ma anche tutta una serie di consigli di lettura, traduzioni di articoli pubblicati in inglese su questo tema, suggerimenti di film da guardare, di podcast da ascoltare. Insomma, tanti spunti diversi, proprio perché quando si deve affrontare questo tema nella propria vita, può essere utile avere delle nozioni su come è stato gestito da altri.
Anche i soci del Cai che desiderano condividere riflessioni e racconti personali, possono farlo, c'è uno spazio dedicato e stiamo già ricevendo delle richieste. È uno spazio aperto e rivolto a tutte le persone, non soltanto a chi si trova a dover elaborare un lutto: potrebbe essere uno strumento di formazione per tutti, un'opportunità di attrezzarsi su questa materia».
Parliamo in effetti di un tema ancora un po' tabù, no?
«Sì, infatti l'idea era proprio di togliere un po' di paura a parlarne, di cercare le parole giuste per capirsi, ascoltarsi e sostenersi. Un impegno che ci sembra utile anche in ottica preventiva, semplicemente di sensibilizzazione, per non trovarsi a imparare tutto solamente nel momento del bisogno.
Anche sulla stampa c'è stata poca attenzione a migliorarsi su questo aspetto: non fanno granché per accompagnare le persone, sono molto aridi normalmente, anche nelle cronache, forse è un'altra conferma di questa rimozione?
«Sì, il discorso si può estendere ai social e il nostro podcast è appunto un tentativo collettivo di colmare questo vuoto. Nell'episodio con Enrico Camanni ci siamo più focalizzati proprio sul racconto della montagna, in tutte le sfaccettature, compresa questa; ma anche in altre puntate, un po' tutti riconoscevano la presenza di un tabù.
Facendo delle ricerche in proposito, poco più di un anno fa avevo scoperto che l'esistenza di un progetto del Club alpino degli Stati Uniti dal quale abbiamo preso ispirazione. Propone sia una serie di interviste sia il supporto di una rete di psicoterapeuti che organizzano anche sedute di mutuo aiuto, veri gruppi di sostegno. Diversamente, in Europa non ho trovato nulla di simile, perciò con il Cai si è pensato che fosse interessante replicare in Italia quell'esperienza nordamericana.
E abbiamo deciso di farlo in una forma che ci sembrava un po' più adatta al pubblico italiano, che forse è un po' meno abituato a parlare di salute mentale, psicologia e psicoterapia rispetto agli americani».
A proposito di supporto psicologico, se parliamo di ambiti istituzionali italiani che cosa vi risulta sia presente per sostenere specificamente chi vive la tragedia di un lutto in montagna, esistono per esempio dispositivi di intervento sul terreno?
«Mi sono resa conto che in Italia il quadro è assai eterogeneo. Sia il Soccorso alpino sia i vari organi di supporto psicologico sono dipendenti delle strutture regionali e vi sono grandi differenze da zona a zona, anche solamente nella formazione dei soccorritori per quanto riguarda l'approccio e le modalità nella comunicazione delle cattive notizie. In Alto Adige, per esempio, esiste un servizio di supporto psicologico fornito dall'Azienda sanitaria provinciale.
Ecco, uno degli obiettivi della rete del progetto è stimolare una riflessione sulla necessità di uniformare a livello nazionale questi aspetti, magari anche con percorsi di formazione degli operatori sul territorio».
Da questo punto di vista, le persone che intendono dare una mano possono contattarvi direttamente?
«Certo, possono scriverci attraverso il sito di Oltre la vetta, e più in generale, volendo stimolare attivazioni locali sul territorio, che è una cosa che sta già succedendo, ci si può sempre rivolgere alle proprie sezioni Cai. Per esempio, proprio in questi giorni, il Cai di Potenza ci ha chiesto di organizzare una piccola serata informativa».
Torniamo al videopodcast: al momento sono in programma dieci puntate, poi continuerete a raccogliere altre testimonianze? quanto è complicato trovare interlocutori che siano disponibili a questo racconto intimo?
«Per ora stiamo avendo una risposta positiva, ma non è stato facile trovare queste dieci persone. Io poi cercavo di avere un mix di figure più e meno note, che avessero diversi approcci ed esperienze da condividere. Va detto, però, che ho ricevuto anche un sacco di risposte negative, il che è comprensibile: sono temi delicati ed è completamente legittimo non volerne parlare in pubblico.
In ogni caso, il mondo della montagna è plurale e ha tante voci interessanti, quindi sono sicura che eventualmente sarebbe possibile trovare altre testimonianze.
Certo, spero che il nostro progetto, piano piano, nel suo piccolo, contribuisca a rendere un po' più facile parlare di questi argomenti e chiedere aiuto. È importante poter condividere le emozioni più complesse, senza però aprire necessariamente dimensioni che andrebbero lasciate nel privato. Speriamo che con calma, senza forzare in alcun modo i tempi, si possa contribuire a questa apertura di relazioni».