ALPINISMO

Nuova impresa sulle Ande per il trentino Gianfranco Corradini

Originario di Rallo, diversamente abile (perse una gamba in un incidente), l'esperto e coraggioso alpinista è da poco rientrato da una spedizione in Bolivia svolta con altri 12 trentini: ha salito nuovamente anche lo Huayana Potosi (6.088 metri): «Ho avuto tante lezioni di vita, ho imparato dalla gente povera e ho capito che si può vivere felici con poco»
INIZIATIVA «La montagna sacra», simbolo del rispetto e del limite
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FABRIZIO TORCHIO


«Ho avuto tante lezioni di vita, ho imparato dalla gente povera e ho capito che si può vivere felici con poco. E ogni volta continuo ad imparare…». Raccontando della sua ultima spedizione in Bolivia, dove ha salito nuovamente lo Huayana Potosi (6.088 metri), Gianfranco Corradini pone l’accento sul suo amore per il Paese sudamericano.

E per le amicizie nate nel corso dei suoi viaggi, per le persone spontanee e sorridenti che là ha incontrato. Originario di Rallo, diversamente abile (ha perso la gamba sinistra in un incidente 48 anni fa), Gianfranco è un alpinista (e andinista) esperto.

In montagna utilizza una protesi e un paio di stampelle, come ha fatto anche questa volta. Il 16 novembre scorso, insieme a dodici compagni, è rientrato in Trentino dopo un lungo trekking culminato nell’ascensione allo Huayana Potosi sulla Cordillera Real, attraverso alcuni dei territori più spettacolari delle Ande boliviane.

«Siamo partiti il 24 ottobre - racconta Corradini -, undici della valle di Non e due di Lavis, e nel primo periodo abbiamo preparato il fisico alle alte quote con un trekking culturale. Abbiamo visitato i resti dell’antica città Inca di Tiahuanaco, attraversato due isole del lago Titicaca, fra i 3.800 e i 4.100 metri, e visitato Copacabana, salendo il Cerro Calvario e l’Horca de l’Inca. Abbiamo raggiunto il Chacaltaya 5.435 metri, poi ci siamo portati nella Valle del Condoriri raggiungendo il campo base a quota 4.700.

Il giorno dopo abbiamo salito il Picco Austria, montagna non tecnica ma alta 5.350 metri, raggiunta dall’intero gruppo. Attraverso un passo siamo entrati nella Valle del Milluni, camminando ancora per sette ore, scavalcando poi un altro passo sempre sopra i 5mila metri, fermandoci in un’altra valle e rientrando.

Dopo aver riposato un giorno - continua Gianfranco - siamo partiti con un gruppo più alpinistico raggiungendo prima il campo base dello Huayana Potosi e poi il campo Uno a 5.200 metri, dove abbiamo passato la notte. Con l’aiuto di tre guide boliviane, che conosco molto bene fin dal 2010, in otto siamo saliti su ghiaccio e misto fino alla vetta. È stata un’emozione unica per tutti. Anche per me, che salivo questa montagna per la terza volta. A quelle quote, del resto, niente è scontato».

Gianfranco aveva salito questa vetta per la prima volta nel 2010, con quattro compagni di cordata, concatenando le due cime dello Huayana Potosi (South Peak e North Peak). Ma il suo curriculum alpinistico è zeppo di mete avventurose in alta quota.

In Sudamerica ha scalato molte cime importanti fra cui l’Aconcagua (6.967 metri) e la piramide ghiacciata dell’Alpamayo (5.947 metri), salendo dalla via dei Francesi. In Himalaya, solo a causa di una bufera ha dovuto rinunciare alla vetta del Manaslu (8.163 metri) dopo aver raggiunto, senza usare ossigeno artificiale, l’ultimo campo a 7.830 metri. In Russia ha scalato l’Elbrus nel Caucaso (5.642 metri) e sulle Alpi le sue ascensioni si contano a centinaia, dal Monte Bianco al Monte Rosa e all’Ortles-Cevedale, dalla Presanella alle Dolomiti.

«Devo tantissimo a Roberto Daz, guida alpina - racconta Gianfranco - che mi ha insegnato molto e con cui ho compiuto centinaia di salite. Per ventidue anni abbiamo scalato montagne, con Roberto a spronarmi fin dall’inizio, alzando progressivamente il livello delle difficoltà e salendo molti “quattromila” anche per le pareti nord e non dalle vie normali. Con lui, e poi con Massimiliano Gasperetti e altri, ho salito montagne in Francia, in Svizzera, Italia e Austria e ho fatto le prime uscite extraeuropee».

Ma come è scattata la molla dell’alpinismo?

«A me la montagna ha dato tantissimo», osserva Gianfranco. «Quando ero in ospedale, non so perché - racconta - sognavo la montagna, che per me era una forma di libertà, un luogo dove mi sentivo bene. Volevo mettermi alla prova e ho avuto la fortuna dell’aiuto di tante persone. Roberto Daz mi incoraggiava sempre, mi diceva che potevo farcela.

Con l’aiuto della clinica di Budrio, che ha creato una protesi specifica, ho iniziato a salire montagne ghiacciate a partire dalla parete nord della Presanella, dal Monte Pasquale, dalla nord della Marmolada. È stata una progressione costante, alzando sempre l’asticella. Mi chiedevo fin dove sarei potuto arrivare e poi al Manaslu ho visto il limite, sprofondando nella neve. Anche la discesa da un ottomila è difficile».

Oltre a camminare e a salire montagne, durante l’ultima spedizione in Bolivia Gianfranco e il suo gruppo hanno fatto visita alla missione di padre Topio a Peñas, dove il parroco Antonio «Topio» Zavatarelli - originario di Menaggio, sul lago di Como -, esperto alpinista, ha promosso un centro di aggregazione giovanile e di formazione professionale, in una zona economicamente povera, per sviluppare le potenzialità turistiche e aiutare la popolazione.

«Abbiamo lasciato alla missione gran parte delle cose che ci erano state date dai sostenitori anauni della spedizione, come formaggio grana e abbigliamento», ricorda Gianfranco. «E dei collaboratori di padre Topio hanno manifestato l’intenzione di venire in Trentino e in val di Non».













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