ITINERARI

La via di Schenèr, trekking nella storia tra Feltrino e Primiero

Un percorso affascinante, riscoperto negli ultimi anni anjche grazie all'opera dell storico Matteo Melchiorre: si cammina lungo l'antico collegamento di montagna, tra l'area della Repubblica di Venezia e quella dell'Impero asburgico, centinaia di metri sopra la gola dove oggi corre la strada statale 50 del Grappa e del Rolle

Foto: via di Schenèr, antica mulattiera fra Impero e Serenissima
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ZENONE SOVILLA


Grazie inizialmente all'opera di uno storico di Feltre, Matteo Melchiorre, negli ultimi dieci anin è stato riscoperto un suggestivo percorso che collega le province di Trento e di Belluno nella suggestiva gola dello Schenèr. 

Oggi la via dello Schener è un trekking fra storia e natura che da ponte Oltra sale alle pittoresche frazioni del comune di Sovramonte (Belluno), fino al minuscolo abitato di Bettola, dove aveva sede anche l'ufficio erariale della dogana veneziana.

Da qui ci si inoltra nel bosco, sempre sovrastando di centinaia di metri il fondovalle dove scorrono torrente e strada statale, poco più avanti si incontrano i ruderi dell'antico castello e si prosegue poi sul sentiero, con qualche passaggio che richiede attenzione per l'esposizione e il rischio  vertigini.

Si scende così, attraversando il torrente che dà il nome alla val Rosna, fino al lago dello Schenèr, che si raggiunge in località Pontet.

L'antica via dello Schenèr è un percorso ricco di suggestioni, nei secoli percorso di importanza fondamentale, data l'assenza di una strada: ne avevamo parlato giusto dieci anni fa con Matteo Melchiorre (foto qui sotto), durante un'intervista itinerante riportata qui di seguito.

Storie di contrabbandieri abbarbicati in qualche anfratto, di vescovi esausti dopo il cammino pastorale a un passo dallo strapiombo vertiginoso, di un castello tenebroso che da uno sperone roccioso controlla il confine.

Siamo nella gola dello Schenèr, tra il Primiero e il Feltrino, fra Trento e Belluno: accompagnati dallo storico bellunese Matteo Melchiorre percorriamo una mulattiera nel bosco, presso la contrada Bettola di Zorzoi (comune di Sovramonte).

Grazie proprio alle sue ricerche questo percorso ha vissuto nell'ultimo decennio una riscoperta e oggi lo troviamo tabellato e descritto in varie pagine sugli itinerari, anche dal Cai (classificandolo come E/EE, escursionisti/escursionisti esperti): si può percorrere da Zorzoi (o già da Ponte Oltra), fino al borghetto di Bettola e avanti, verso i ruderi del castello, val Rósna, capitello delle Roe, Pontét con rientro dalla medesima via (dislivelli 600 negativo e positivo).

Una stradina, oggi; soltanto uno stretto sentiero in passato: per molti secoli questa era l’unica via di comunicazione tra le due vallate.

Un passaggio arduo e pericoloso, d’inverno pressoché impraticabile, lungo il quale si contarono molte vittime, precipitate giù, nell’aspra forra del torrente Cismon: esseri umani e asini, l’unico ausilio di trasporto utilizzabile.

Via di Schenèr, l'antico collegamento fra Impero e Serenissima

Sui boschi che sovrastano di centinaia di metri il fondo della gola dello Schenèr, si snoda lo storico sentiero, oggi recuperato, che collega Primiero e Belluno, testimone dei molti secoli in cui era il principale collegamento fra questi fazzoletti di montagna trentina e bellunese. A riscoprirlo è stato lo storico feltrino Matteo Melchiorre e oggi la via è un'escursione di grande interesse storico e paesaggistico [foto Zenone Sovilla]

Eppure, nonostante il disagio e il rischio, su quel percorso primierotti e feltrini, notabili e popolani, camminavano avanti e indietro in continuazione, prima e dopo che fosse sciolta la loro unità politica.

La valle ai piedi delle Pale di San Martino, infatti, abitata fin dalla preistoria, nel corso del Medioevo finì sotto il controllo del vecovo conte di Feltre il cui territorio all’epoca raggiunse estensioni tali da comprendere anche il Tesino e la Valsugana (fino a Pergine). Il Primiero, cui nel 1273 Feltre riconobbe una certa autonomia (gli «Statuti») che si articolava mediante le regole di Imèr, Mezzano, Tonadico, Transacqua, in un consiglio di cui era membro anche il capitano del Castel Pietra, cioè un ufficiale vescovile.

Il divorzio fra le due vallate avvenne nel 1349 per opera di Carlo IV di Lussemburgo, 14 anni dopo ci fu il definitivo passaggio nell’orbita austriaca, con gli Asburgo e infine nel 1401, quando al feudatario parmigiano Bonifacio Lupi subentrò la famiglia pusterese Welsperg, dominatrice del Primiero per oltre quattro secoli.

Un lungo arco di tempo nel quale la via di comunicazione verso il versante bellunese e poi più sud verso la pianura veneta era sempre la stretta e infida via dello Schener, che tale doveva rimanere per ragioni «geopolitiche» di confine. Non si poteva agevolare il transito a potenziali armate di conquista e i mercanti che protestavano dovevano farsene una ragione.

Ma anche sotto bandiere diverse, le due aree continuarono a dialogare, tra commerci, matrimoni, mutualismo, litigi e... battaglie.

Da un lato, il Primiero a guida tirolese che vede espandersi il suo profilo economico sospinto dalle miniere (gelosamente custodite dall’Impero che vi trasferì migliaia di lavoratori) e dal legname che si vendeva a Venezia dove arrivava attraverso il Cismon e il Brenta.

L’andirivieni ai piedi del castello si intensificava: in equilibrio precario sui sassi, si trasportava un po’ di tutto, dalle botti di vino al mobilio. E l’ufficio del dazio, nella locanda di Bettola, aveva un gran daffare; così come, data la posizione sperduta, la Repubblica di Venezia doveva faticare sempre parecchio per trovare un castellano ben disposto a presidiare lo spettrale maniero di frontiera allo Schener, del quale oggi sono visibili pochi resti.

Il fascino misterioso del castello dello Schener ha sedotto Matteo Melchiorre, giovane storico bellunese che ha svolto una ricerca sull’antico collegamento tra Feltrino e Primiero, l’unico esistente fino all’Ottocento. «Sono luoghi senza tempo, che custodiscono vicende umane straordinarie, in un’atmosfera da romanzo fantasy, via via sempre più cupa avanzando nella gola. A un certo punto si incontrano, prima, una discesa su gradoni intagliati nella roccia e poi la Scala Storta, nel punto in cui l’antica via cala verso Pontet: impossibile non pensare alla Scala Tortuosa del ?Signore degli anelli?...».

Ma è la narrazione di fatti realmente accaduti.

«Nel corso della mia ricerca, promossa dal Museo storico di Trento e dalla Rete della memoria del Primiero, ho consultato numerose fonti e ne è uscito un diario fitto di racconti, immagini, emozioni.

I secoli di questa via dicono innanzitutto di quanto le popolazioni delle due vallate fossero legate, nella realtà concreta della vita quotidiana. Un aspetto, peraltro, che - come noto - si proietta fino ai nostri giorni.

I contatti erano tali che a un certo punto si decise di allargare quel sentiero pericoloso, andando così contro le disposizioni delle autorità veneziane e austriache per le quali una via stretta era sinonimo di difesa.

La vicenda emerge nei verbali di un processo veneziano tenutosi nel 1634: l’accusa riguardava i lavori abusivi di ampliamento della via che furono affidati da alcuni mercanti all’impresario agordino Lazzaro Zanettin. La sentenza dispose la distruzione dell’intervento, mentre sull’altro lato del confine si evitò la scure del giudice e tuttora resta visibile l’allargamento del sentiero».

Che attraversava la frontiera e le mura del castello veneziano di cui rimangono parecchie tracce...

«Certo, siamo sopra uno sperone, davanti a un precipizio sull’alveo del torrente Cismon e proprio di fronte, sul versante opposto della valle, di una torre di guardia tirolese. In questo punto della via il viandante doveva passare per forza, a meno di non fare i più rischiosi e scoscesi percorsi dei contrabbandieri, evocati in molte carte ufficiali come una delle piaghe da debellare.

La costruzione del maniero è indicata in un documento certo d’archivio nel 1493; altre fonti, nella storiografia municipale, anticipano la data alla fine del ?300 attribuendone la realizzazione non al doge ma a Francesco da Carrara, all’epoca signore di Feltre e Belluno.

Un’incisione ottocentesca illustra un castello - che per i funzionari della Serenissima era una sede di lavoro scomodissima e senz’altro da evitare -composto da due elementi: un bastione in basso, sul precipizio; la torre e le altre strutture. Oggi c’è la speranza che tutta questa storia venga valorizzata». 

LA «TERRA DI NESSUNO»

L’antica via del Castello dello Schener si raggiunge salendo alla frazione di Zorzoi di Sovramonte, nel Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi.

Dalle ultime case della località Bettola si imbocca una mulattiera che prosegue verso la gola dello Schener: il nome evoca il trasporto sulla schiena (di uomini e asini) di merci e legname che avveniva su questo sentiero e nei dintorni.

In una ventina di minuti si raggiunge lo sperone sul quale sono visibili i pochi resti del maniero veneziano, che segnava il confine con l’area che dall’inizio del 1400 era sotto il controllo tirolese. In realtà, questa zona, morfologicamente aspra, di fatto era una specie di terra di nessuno, dove spesso i conti si regolavano alle spicce, come spiega lo storico feltrino Matteo Melchiorre.

Oltre le vestigia del castello, anche oggi il percorso diventa sempre più esposto e circa un chilometro più avanti è franato. È in questo tratto che si trovano anche i segni di un antico tempietto votivo, probabilmente nel punto più pericoloso di un sentiero che nei secoli ha fatto molte vittime.

Nelle sue ricerche, svolte su incarico del Museo storico del Trentino e della Rete della memoria del Primiero, Melchiorre ha trovato menzione anche di una fornace di calce usata dalla gente di Zorzoi: un sopralluogo ha consentito di confermare l’inedita scoperta.

La via dello Schener è ricordata spesso dal primierotto Angelo Michele Negrelli (1764-1851), padre del noto ingegnere Luigi, nelle sue «Memorie» (ripubblicate nel 2010 da Agorà editrice di Feltre, a cura di Ugo Pistoia, prologo di Gigi Corazzol, pp. XCIII-915, 35 euro). Anche il noto alpinista e viaggiatore britannico John Ball menziona nei suoi diari la pericolosità di quel sentiero.

Matteo Melchiorre, successivamente a questo nostro incontro avvenuto nel 2014, ha scritto anche un libro sulla lunga storia dello Schener.

Si intitola "La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi", edito da Marsilio nel 2021 (con illustrazioni di Jimi Trotter).

"La via di Schenèr - scrive l'editore veneziano - è il racconto di un luogo di confine, la riscoperta di un cammino che collegava due mondi, portato alla luce da uno storico che si rivela insieme girovago, innamorato, sognatore e cantastorie.

Grazie a un lavoro di ricerca accurato e a una narrazione sapiente, pagina dopo pagina si presenta alla nostra immaginazione e alla nostra conoscenza la vita plurisecolare di due comunità: la città di Feltre, sotto, e gli abitanti del Primiero, sopra, uniti e separati da un passo, lo Schenèr – descritto, a seconda di chi lo attraversava, come «gola stupenda» o «orrido abisso» – confine e transito insieme, luogo fortificato e cordone ombelicale.

Matteo Melchiorre è capace di spingersi oltre la Storia sistematica dei grandi eventi, riuscendo a soddisfare non solo il nostro desiderio di conoscenza, ma anche le esigenze della sensibilità e dell’immaginazione». 

Matteo Melchiorre  (1981) ha lavorato all’Università Ca’ Foscari, lo Iuav di Venezia e l’Università degli Studi di Udine, dal 2018 è direttore della Biblioteca del Museo e dell'Archivio storico di Castelfranco Veneto.

Si occupa di storia economica e sociale del tardo Medioevo e di edizione di fonti.

Autore di numerosi saggi scientifici, dedito alla scrittura letteraria, ha pubblicato: Requiem per un albero (2004, 2007); La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi) (2011); con Marsilio, Storia di alberi e della loro terra (2017); Il Duca, romanzo edito da Einaudi nel 2022.













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