In viaggio per cambiare: dal vulcano sacro Cotopaxi al deserto dell’Afar
Le esplorazioni geografiche, antopologiche e interiori di Tommaso Bruno nel volune «Non fingere di essere arrivato»: un’immersione totale nei luoghi attraversati, luoghi che a loro volta attraversano il viaggiatore e lo trasformano
«Non fingere di essere arrivato. Tre viaggi» di Tommaso Bruno non è un semplice resoconto di viaggio. Ogni sua pagina nasce da un’immersione totale nei luoghi attraversati, luoghi che a loro volta attraversano il viaggiatore e lo trasformano.
Dall’ascesa al vulcano Cotopaxi in Ecuador alla traversata del deserto dell’Afar per raggiungere l’Erta Ale – la «montagna che brucia» dell’Etiopia – fino al viaggio clandestino su un treno minerario nel cuore del Sahara, la natura nelle sue manifestazioni estreme diventa uno strumento di conoscenza che obbliga l’autore a confrontarsi coi propri limiti, con la vulnerabilità del corpo, con la propria percezione del tempo e dello spazio, con il modo di sentire sé stesso e il proprio essere nel mondo.
Con una scrittura intensa, sospesa fra narrazione, riflessione e introspezione, Tommaso Bruno ci mostra il viaggio nella sua accezione più autentica: un’esperienza che ci tocca nel profondo e ci cambia. Perché, come scrive, è proprio questo ciò che conta: «Viaggiare è cambiare. […] Puoi muoverti per migliaia di chilometri senza viaggiare davvero; oppure viaggiare profondamente restando a pochi passi da casa».
Tommaso Bruno (Torino, 1995) lavora in ambito strategico e commerciale, ma da molti anni il viaggio, la fotografia e la scrittura sono una parte centrale del suo modo di stare al mondo. Questo è il suo secondo libro.
Quando descrive l'asce al vulcano, scrive fra l'altro: «Il Cotopaxi non è una montagna qualsiasi. È un simbolo. In lingua quechua il suo nome significa «Collo della Luna», e c’è qualcosa di profondamente poetico in questa immagine. Non una cima da conquistare, ma un collo che sostiene il cielo, un ponte tra la terra e l’universo.
È uno dei vulcani attivi più alti del mondo, quasi seimila metri di ghiaccio e fuoco. Un paradosso vivente: il cratere ribolle ancora di zolfo e lava, eppure le sue pendici sono coperte da un ghiacciaio perenne. È come se due mondi in conflitto convivessero nello stesso corpo. Il gelo e la fiamma, la calma e la distruzione.
Il Cotopaxi era considerato sacro dalle popolazioni andine. Non un monte da scalare, ma una divinità da venerare. I cronisti spagnoli narravano che gli Inca lo temevano al punto da non osare mai metterci piede.
Troppo potente, troppo vicino agli dei. Parte di quella paura si sente ancora oggi, quando lo guardi, o meglio, quando intuisci la sua presenza dietro le nuvole come accade a noi adesso. Mi chiedo cosa ci faccia qui, davvero. Perché cercare la sua vetta? Non è solo un capriccio da viaggiatore, non è una spunta sulla lista delle imprese da raccontare.
È qualcosa di più personale, di più profondo forse. Una sfida silenziosa. Il gigante di ghiaccio e fuoco con me stesso. Cercare il limite, e vedere se esiste davvero. Forse, in fondo, è questo che mi spinge da sempre: non il panorama dall’alto, ma il confronto con ciò che dentro di me vacilla».
Qui l'estratto completo, nel sito dell'editore.