Grande Guerra, morte bianca sul Lagorai: le tragedie dei militari uccisi dalle valanghe
Negli inverni del 1916 e del 1917 persero la vita in val Calamento e dintorni centinaia di soldati austro-ungarici (anche trentini) ma vi furono vittime anche sul lato italiano del fronte: ecco la minuzioasa ricostruzione fornita da Luca Girotto, studioso di Borgo Valsugana che sul tema ha appena tenuto un'affollata conferenza
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Il 31 ottobre scorso, a Borgo Valsugana, una sala gremita di spettatori ha potuto ripercorrere, grazie all'esperto di Grande Guerra Luca Girotto, un capitolo tragico del primo conflitto mondiale sul Lagorai. È quello delle grandi valanghe che negli inverni del 1915/16 e del 1916/17, in Val Calamento, travolsero centinaia di militari austro-ungarici.
Soldati che difendevano il fronte sui crinali di Passo Palù, Valpiana, Ziolera, Montalon, in vista delle trincee italiane scavate sul Monte Setole, sul Ciste e nell'alta Val Campelle.
Nel 1916 la neve iniziò a cadere già a metà settembre - ha spiegato Girotto - e dal 6 dicembre nevicò ininterrottamente per sei giorni. La neve aveva raggiunto l’altezza di diversi metri quando, il 12 di quel mese, arrivò il soffio caldo del föhn e iniziò a piovere anche alle quote più alte, dove le compagnie di Kaiserjäger e le milizie degli Standschützen avevano realizzato trincee e camminamenti, costruito baracche e postazioni. Costretti a liberare dalla neve i camminamenti e gli sbarramenti di reticolato, i soldati si trovarono esposti alle valanghe.
Un’enorme massa nevosa il mattino del 13 dicembre si abbattè sul villaggio militare in alta Val Calamento, presso Malga Valsolero, seppellendo soldati e prigionieri russi e serbi adibiti ai lavori più pesanti della logistica di retrovia. Solo gli alloggi delle guide alpine, prudentemente eretti in una posizione sicura, furono risparmiati.
Degli oltre quattrocento travolti in quella giornata da molteplici smottamenti nevosi, 193 morirono e 116 rimasero feriti. Anche il medico militare del sottosettore, dottor Stoerk, e la moglie Emmy - anch'essa medico - furono fra le vittime. Nella seconda parte di quell'inverno, il 2 aprile 1917, la tragedia si ripeté a valle di Malga Casabolenga con 39 morti, fra i quali i trentini Corrado Zorzi di Panchià e Angelo Arnoldi di Cognola.
A Luca Girotto abbiamo posto qualche domanda.
Il 13 dicembre 1916 è ricordato come “La Santa Lucia nera”: le valanghe provocarono vittime anche in altre zone del fronte?
«Il 13 dicembre fu un giorno tragico per tutto il fronte montano tirolese e ambedue gli schieramenti ebbero a soffrirne. Il disastro peggiore, per numero di vittime, accadde nel massiccio della Marmolada dove, sotto l'enorme massa nevosa che scendendo da punta Penia travolse i baraccamenti imperiali del cosiddetto "villaggio del Gran Poz" persero la vita oltre 350 militari austriaci e prigionieri russi. Ma un po' ovunque in quei giorni ogni uscita per pattugliamento e ogni inoltro di colonne di salmerie comportavano un rischio altissimo.
Le cifre complessive dei caduti vittime della "morte bianca" sono comunque state spesso, volutamente o meno, esagerate. Fino ad arrivare a parlare di una cifra, peraltro irrealistica oltreché ridicola, di oltre diecimila morti. Lungo tutto il fronte italiano di montagna, tra 1915 e 1918, la cifra complessiva delle vittime delle valanghe è valutabile in alcune (poche) migliaia. Il mio parere personale, basandomi sulle fonti a me disponibili, è che il numero sia inferiore a 3000».
Nel 1917 il dramma si ripeté: i comandi non avevano imparato la drammatica lezione del 1916?
«I tre mesi trascorsi dalla S. Lucia nera al disastro del 2 aprile a malga Casabolenga erano troppo pochi per modificare drasticamente, in pieno inverno e con le immani quantità di neve presenti ed in continuo accrescimento, l'apparato logistico imperiale in Val Calamento. Si evacuarono gli insediamenti più a rischio, si spostarono dormitori e magazzini ove i pendii imbiancati minacciavano in maniera evidente, ma il fronte doveva essere comunque presidiato. E i baraccamenti travolti a Casabolenga erano stati giudicati "a basso rischio" per la soprastante presenza, su pendii temuti, di rigogliose abetaie che attestavano un pluriennale mancato verificarsi di importanti fenomeni valanghivi. Il che, ahimè, il 2 aprile 1917 costò comunque la vita ad una quarantina di soldati».
Vi furono vittime fra gli alpini?
«Certamente: nel settore antistante la Val Calamento, sul lato sinistro orografico della Val Campelle e sulle cime del gruppo di Rava le guarnigioni del Regio esercito alternavano battaglioni alpini a reparti di fanteria. Le posizioni degli alpini, più pratici dei luoghi e già "rodati" dall'inverno precedente trascorso più o meno nello stesso settore, erano comunque abbastanza ben collocate per prevenire disastri su vasta scala.
L'evento più grave interessò un ospedale militare da campo della brigata Venezia in alta Val Fierollo dove, nella notte tra 12 e 13 dicembre 1916 uno "slittone" di neve discesa dalla cima e dalla forcella omonima travolse, in località "aia della Bella Venezia" buona parte dei baraccamenti dell'installazione, che vennero ritrovati in frantumi alcune centinaia di metri a valle, letteralmente "soffiati via" dallo spostamento d'aria che aveva preceduto la massa bianca. I morti di quella notte fra il personale addetto all'ospedalino da campo furono undici».
[nella foto in alto, Luca Girotto, nell'altra, la copertina di uno dei suoi numerosi libri sulla Grande Guerra in Trentino]