AMBIENTE

Anche sulle Alpi il manto nevoso dura sempre meno: ecco i rischi

Intervista con Giacomo Bertoldi e Michele Bozzoli, ricercatori dell’Istituto per l’ambiente alpino dell’Eurac di Bolzano, che in uno studio ha fotografato la riduzione temporale della copertura nevosa: a livello globale è diminuita mediamente di 15 giorni in un anno, da noi fra i 10 e i 20 giorni, a seconda delle singole zone esaminate

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FABRIZIO TORCHIO


Nelle aree montuose del pianeta e sulle Alpi, la durata del manto nevoso al suolo si è sensibilmente ridotta: uno studio condotto a livello globale da Eurac Research e pubblicato su Scientific Report ha dimostrato che, fra il 1982 e il 2020, la copertura nevosa a livello globale è diminuita mediamente di 15 giorni in un anno. Sulle Alpi, il deficit oscilla fra i 10 e i 20 giorni, a seconda delle zone.

In occasione della giornata internazionale della neve di domenica 18 gennaio, ne abbiamo parlato con Giacomo Bertoldi e Michele Bozzoli, ricercatori dell’Istituto per l’ambiente alpino dell’Eurac di Bolzano.

Partiamo dall’attualità? Secondo i dati della Fondazione Cima, al 16 dicembre scorso il deficit di neve a livello nazionale era del 61% rispetto alla media storica 2011-2025. Non è una situazione nuova. Quali sono le cause?

«Quest’anno l’autunno è stato caratterizzato da scarse precipitazioni, con un novembre freddo e localmente nevoso, seguito da un dicembre molto mite e secco. Anche gennaio è risultato freddo e privo di precipitazioni.

Queste condizioni hanno portato a un innevamento complessivamente ridotto, soprattutto nelle Alpi orientali.

Questa situazione non è nuova, ma rappresenta l’evoluzione di un trend consolidato. L’aumento delle temperature in autunno e inverno fa sì che una quota crescente delle precipitazioni cada sotto forma di pioggia anziché neve. Questo è particolarmente critico in autunno, quando le prime nevicate dovrebbero costituire il “fondo” della stagione.

Se le precipitazioni iniziali sono liquide, la formazione e la stabilizzazione del manto nevoso risultano compromesse, rendendo più probabile un deficit di neve nei mesi successivi.

Quello che preoccupa non è tanto il fatto di avere inverni secchi che ci sono sempre stati nel nostro clima, ma di avere precipitazioni a inizio stagione piovose invece che nevose.

L’aumento delle temperature comporta una riduzione della neve alle quote medio-basse, portando a inverni sempre più caratterizzati da precipitazioni liquide e a una presenza di neve concentrata solo alle quote più elevate.

Il clima sta diventando sempre più estremo: aumentano i periodi di caldo anomalo e, sebbene più rari, si registrano ancora episodi di freddo intenso. In questo contesto, non si possono escludere ondate di gelo o forti nevicate, pur in un quadro generale di riscaldamento globale».

È possibile descrivere come e di quanto è cambiata, nel corso dell’ultimo secolo, la copertura nevosa al suolo a livello alpino?

«In uno studio che abbiamo pubblicato recentemente abbiamo fatto vedere come le nevicate in fondovalle sono diminuite negli ultimi quarant'anni fino al 75% mentre alle quote medie questa diminuzione è inferiore intorno al 15-20%.

Solo nel periodo più centrale dell'inverno (gennaio febbraio) alle quote oltre ai 2000 metri non si sono osservate diminuzioni.

In termini di precipitazioni non si vedono grandi tendenze, anzi le precipitazioni invernali tendono leggermente ad aumentare, tuttavia sono sempre maggiormente in forma liquida rispetto a quella solida; inoltre, le temperature più alte tendono a fondere la neve in primavera prima a tutte le quote. Questa tendenza che si osserva sulle precipitazioni nevose è coerente anche con la tendenza sulla copertura nevosa come mostra un recente studio pubblicato dall'Università di Trento che mostra una significativa riduzione della durata del manto nevoso in tutte le Alpi Italiane negli ultimi trent'anni, intorno al 20%».

Sempre secondo la Fondazione Cima, nel Nord Italia, nel 2025, le riserve di neve si sono esaurite con un mese circa di anticipo rispetto alla media storica. Qual è l’impatto del cambiamento climatico sulle risorse idriche?

«Meno neve significa una forte alterazione del regime idrometrico dei nostri fiumi con una leggera maggiore disponibilità d'acqua d'inverno perché piove invece di nevicare, ma una minore disponibilità d'acqua in tarda primavera e soprattutto in estate.

Questo si combina a: una generale maggiore variabilità delle precipitazioni, con periodi umidi ma anche periodi secchi; maggiori ondate di calore estive; in generale un maggiore fabbisogno idrico da parte dell'agricoltura delle foreste e anche per gli umani come uso potabile, innevamento artificiale d'inverno e usi ricreativi turistici d’estate.

Questo comporta un maggiore rischio di scarsità idrica di città sulle Alpi e dunque sono necessarie delle misure di adattamento come: un maggiore risparmio idrico, una maggiore efficienza delle reti, una gestione più oculata dell'irrigazione attraverso un monitoraggio accurato e una previsione delle risorse idriche per poter intervenire in fretta in caso di emergenza (noi in Eurac ne abbiamo ad esempio sviluppata una).

Infine anche attraverso la costruzione di piccole o grandi opere come bacini o invasi che però devono essere valutati singolarmente per il loro impatto ambientale».













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