Mezzocorona, Marco Donati: famiglia di vignaioli fin da metà Ottocento
Parla uno dei protagonisti della piana Rotaliana: affiancato dalla moglie Emanuela, per oltre 40 anni titolare della storica azienda, oggi condotta dalla figlia Elisabetta. «In mezzo secolo l'evoluzione più evidente in agricoltura è stata la crescita culturale e professionale, con un vero Rinascimento nel mondo del vino»
PERGOLESE Arrigo Pisoni: così decidemmo di produrre spumante
NOMI Grigoletti, pioniere della viticoltura legata al territorio
VIGOLANA Zamboni, mezzo secolo di agricoltura e zootecnia
La storia di questa settimana viene ancora una volta dalla Rotaliana, e precisamente da Mezzocorona ed è quella di un vignaiolo di tutto rispetto, che affiancato dalla moglie e suo braccio destro Emanuela e negli ultimi anni dalla figlia Elisabetta che ha preso in mano le redini dell'azienda.
Parliamo di Marco Donati, 70 anni, titolare per oltre 40 anni di una delle storiche aziende viticole di Mezzocorona.
Donati ci informa che la sua azienda vinifica le uve prodotte direttamente in casa, su una ventina di ettari di vigneti, in Trentino.
«La nostra famiglia - racconta - parte a metà dell'800 con la coltivazione dei vigneti nel cuore della piana Rotaliana. Da qui nasce la lunga dedizione alla coltivazione e vinificazione del Teroldego.
Quando poi nel 1976 completai gli studi di enologia a San Michele all'Adige e mio padre Pierfranco mi passò la completa responsabilità della cantina, iniziai un lungo progetto di zonazione, validamente affiancato da mia moglie Emanuela, che ci portò a coltivare in diverse località del Trentino, seguendo con precisione la vocazionalità di ogni varietà d’uva».
Ogni anno l’azienda produce circa 100 mila bottiglie tra vini rossi, soprattutto Teroldego, ma anche Lagrein, Pinot Nero, Marzemino, Cabernet, Merlot e la collezione dei bianchi Gewrztraminer, Muller Thurgau, Nosiola, Kerner, Riesling e non solo.
Aggiungi Giornaletrentino.it tra le fonti preferite del tuo account Google
«Al 1984 - prosegue Donati - risale invece la passione per le bollicine metodo classico. Già dal 1975 avevo iniziato un entusiasmante giro di visite, contatti ed approfondimenti nelle più rinomate regioni viticole italiane, ma anche nella Valle del Reno e della Mosella, dalla Borgogna a Bordeaux, dall'Alsazia alla Champagne senza trascurare la viticultura del nuovo mondo soprattutto californiana.
Preso dall'entusiasmo all'inizio degli anni '80 intrapresi diversi pellegrinaggi ad Epernay in Champagne e portai in azienda le conoscenze pratiche e le prime attrezzature per un perfetto metodo champenoise. Oggi produciamo con grande soddisfazione due Trento doc».
Signor Donati, possiamo fare un confronto fra l’agricoltura di 40-50 anni or sono e quella attuale? Innanzitutto, qual è stata l’evoluzione colturale in oltre mezzo secolo nel campo vitivinicolo?
«Sono nato nel 1956, anno in cui in azienda fece la sua comparsa il primo trattore, il mitico Sáme DA12. Nel giro di qualche anno l'intera rotaliana e non solo passò dai cavalli e buoi, alla meccanizzazione diffusa, complice anche quello che venne definito il miracolo economico dell'Italia del dopoguerra.
Ma l'evoluzione più evidente è stata la crescita culturale e professionale del settore. Abbiamo assistito a un Rinascimento nel mondo del vino italiano ed il Trentino è stato uno degli attori più dinamici.
Non dimentichiamo tra l'altro il contributo fondamentale di alcuni personaggi trentini illustri come Nereo Cavazzani, Ferdinando Tonon, Lionello Letrari, Attilio Scienza.
Personalmente mi sono adoperato per questa crescita collettiva, essendo stato tra i soci fondatori, nonché vicepresidente per molti anni della associazione Vignaioli del Trentino, insieme a altri colleghi avevamo capito che una vitienologia d'eccellenza deve passare anche da una crescita della cultura del vino a 360°».
A livello climatico Marco è stato testimone di un anticipo dell’inizio della vendemmia di 20 giorni in soli 60 anni. Ecco perché si convince sempre più che le scelte legate al terroir e una viticoltura di precisione sono diventate fondamentali.
A Mezzocorona, c’è una cantina sociale da sempre riferimento per la viti enologia locale, ma in questo contesto che spazi vi sono per le cantine private?
«Fortunatamente in questi ultimi decenni si è allargato lo sguardo dei produttori a un contesto internazionale e così si è capito chiaramente che una grande regione vinicola è percepita come tale solo se tutti gli attori suonano all'unisono.
Quindi è fondamentale che tutti siano impegnati nel loro ambito e segmento di mercato ad accrescere un'immagine qualitativa di successo con grande beneficio reciproco».
Quale futuro prevede per la sua azienda?
«Mi considero molto fortunato perché mia figlia Elisabetta è rimasta contagiata dalla passione per l'arte del vignaiolo e penso sia fondamentale vedere il ricambio di titolarità in un'azienda a carattere familiare più come un mutuo patto di solidarietà intragenerazionale».
Quali i suoi rapporti con l’ambiente? Ha mai pensato al biologico ?
«Il legame quasi fisiologico che dà sempre ho con la natura e la terra che coltiviamo mi ricorda sempre che noi siamo una comparsa nella storia della terra.
Ogni nostro sforzo deve essere rivolto a preservarne l'integrità microbiologica. Seguendo questa filosofia è nato uno degli ultimi progetti “Oltre Vitis” fortemente voluto da Elisabetta. Si tratta di un metodo classico, partendo da uve Johannitter. Questo vitigno, resistente alle avversità climatiche e fungine, ci permette di andare oltre il biologico riducendo drasticamente l'impatto ambientale».
Nella sua vita è riuscito a coltivare qualche Hobby?
«Vivendo in una regione con delle montagne stupende, è abbastanza naturale che mi abbiano sempre affascinato, condividendo con mia moglie Emanuela sia lo sci che il trekking. La storia, l'arte e la letteratura in generale mi prendono molto.
Ma la vera passione resta il mondo del vino e la sua cultura millenaria, che mi ha fatto conoscere personaggi eccezionali, proprio nella loro naturale semplicità; visitare posti incantevoli, assaggiare vini emozionanti e che mi fa dire: si è vero, il vino è la poesia della terra».