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Arrigo Pisoni: così mezzo secolo fa decidemmo di produrre spumante

Pergolese, il racconto del protagonista 93enne di una storica azienda viti-vinicola trentina, sviluppata nel tempo assieme ai cugini Vittorio e Gino e oggi proseguita dai giovani della famiglia. Fu tra le realtà pioniere nella produzione del Trentodoc, ma la creatività si è notata anche in altri ambiti (come l'olio di oliva o le varianti di grappa) e pure nella scultura su legno, altra vocazione di Arrigo Pisoni

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CARLO BRIDI


La storia che raccontiamo oggi è ancora una volta quella di un imprenditore poliedrico, che si è sbizzarrito in tutte le attività tese alla valorizzazione dell’uva fino alla distillazione delle vinacce.

È rimasto uno dei pochi patriarchi del settore avendo compiuto giovedì scorso 93 anni. Parliamo di Arrigo Pisoni che assieme ai cugini Vittorio e Gino ha sviluppato un’azienda viti-vinicola in quel di Pergolese.

Come accennato, siamo in presenza di un’azienda storica che però ha avuto un notevole sviluppo con i cugini e in seguito con i loro figli che si sono divisi: due cugini gestiscono la cantina vini, Marco e Stefano; Elio con Giuliano assieme ai cugini Andrea e Francesco gestiscono la produzione dello spumante TrentoDoc Pisoni e la distilleria per la parte degli spirits.

Arrigo con Gino e Vittorio ha avviato, fra i primi in Trentino, la produzione del Trentodoc. Arrigo è sempre stato un precursore in tutte le cose. Ricordiamo che fu tra i primi a piantare gli olivi e produrre un ottimo olio a Pergolese. Ma è sempre stato anche uno sportivo, sia correndo in bicicletta che sugli scii da fondo fino a pochi anni fa. 

Quali sono le cose che più di altre le sono rimaste impresse fra le molte iniziative avviate: sul piano tecnico, su quello economico su quello organizzativo?

«Mio padre mi ha insegnato un’onestà feroce, senza mezze misure e questo ha senza dubbio forgiato il mio carattere ed influenzato il mio lavoro. Come raccomandazione, un dogma direi, mi è sempre stato detto di cercare di fare tutto sempre nel migliore dei modi, alla ricerca della perfezione. Così nel lavoro come nella vita di tutti i giorni.

Ogni iniziativa mi entusiasmava nel provare nuove esperienze. Così decidemmo di iniziare a provare la produzione dello spumante a inizi anni ‘70, con un successo quasi immediato.

Quindi, visto il notevole apprezzamento da parte del mercato e la notevole crescita dei numeri, decidemmo di costruire una nuova sede, più moderna e spaziosa vicino al vecchio stabile.

Inoltre, verso la fine degli anni Settanta prolungammo quello che noi chiamiamo Rifugio, una grotta scavata nella montagna, dove abbiamo sempre una temperatura costante, tra i 12 e 14 gradi, tutto l’anno, naturale.

Sul piano organizzativo ho cercato di ampliare la distribuzione dei nostri prodotti, cercando nuovi partner commerciali e altri distributori».

Nella tarda età ha scoperto la sua vocazione di scultore del legno. Qual è l’opera che più di altre ricorda con piacere?

«La scultura della portatrice d’acqua (ispirata ad una donna di colore), con un bimbo in braccio ed un secchio sulla testa, a cui ho dato il nome della mia cara moglie Bianca, che non è più con me.

Inoltre, la statua dei due militari in divisa austriaca (mio padre Giulio mio zio Oreste), ultimi due fratelli di 8 maschi, che partirono per il fronte della Galizia durante la grande guerra. La statua è stata scolpita prendendo a modello una cartolina inviata al loro fratello Luigi, internato a Mitterndorf. Fu ricavata da un tronco di cedro del Libano di 7 quintali».

Parliamo di Trentodoc Pisoni, come sta andando il mercato? A quante bottiglie siete arrivati quest’anno, dalle poche centinaia di oltre mezzo secolo fa? 

«Il mercato delle bollicine negli ultimi anni ha avuto un andamento molto positivo, effervescente direi. Abbiamo superato la soglia delle 200 mila bottiglie prodotte».

Lei è sempre stato anche un produttore raffinato di grappa, introducendo molte varianti alla grappa bianca. Ce ne vuole accennare?

«Avendo sposato una figlia di Tullio Zadra, artigiano meccanico che costruiva le distillerie, ho sempre avuto un contatto diretto con lui, quindi ho affinato e sperimentato nuove tecniche di produzione.

La grappa si presta bene a veicolare  gli aromi di frutti e piante officinali, quindi abbiamo introdotto le grappe alle erbe, i liquori alla frutta, e scoprendo poi la possibilità – in collaborazione con il laboratorio di analisi e ricerca di San Michele – di invecchiare la grappa, rendendola un prodotto particolarmente gradevole e vellutato, donandole un’allure che prima solo i grandi cognac avevano».

Il mercato della grappa ha avuto una richiesta dal mercato altalenante, in che fase siamo ora?

«Non è sicuramente così vivace come quello del TrentoDoc. I consumi sono in calo e noi puntiamo sempre sulla qualità. Bisogna cercare di trovare nuovi mercati e nuovi clienti. Stiamo servendo anche paesi lontani come ad esempio la Cina, il Kazakistan, Singapore eccetera».

Secondo la sua esperienza, che futuro hanno i giovani che si stanno inserendo in azienda negli ultimi anni? 

«È molto importante che riescano ad andare d’accordo. Un buon clima, il mio ammonimento è sempre stato che per andare d’accordo, bisogna prima di tutto volerlo convintamente. In famiglia, mi pare che il mio insegnamento sia stato accolto.

Hanno iniziato anche i primi rappresentanti della quinta generazione e per me questo è motivo di orgoglio, non succede spesso di arrivare alla quinta generazione».

Come ricorda il ruolo dell’Istituto agrario di San Michele?

«Io ero predestinato a frequentare la scuola agraria di San Michele, già frequentata da mio padre Giulio e da mio nonno Enrico (allievo del fondatore Edmund Mach, che io amichevolmente ancora chiamo zio Edmondo).

San Michele per me è stata più di una scuola: una filosofia di vita. Oltre al ruolo tecnico didattico, veniva data grande importanza alla formazione della persona in tutte le sue sfumature. Il motto di Mach era “Fare di ogni persona un uomo vero”.

Ricordo con piacere l’Udias (Unione diplomati Istituto agrario San Michele) che ha organizzato tanti viaggi in giro per il mondo a scoprire le altre realtà vitivinicole (California, Sud Africa, Cognac, Cile...). Ricordo ancora bene le parole del primo presidente, Bepi Andreaus, che ci  diceva “Toglietevi il pane di bocca, ma viaggiate sempre per scoprire il mondo e vedere cosa fanno gli altri”.

Questo monito mi è rimasto in mente e tanti sono stati i viaggi in giro per il mondo, dove ho anche scoperto che la zona dello Champagne aveva caratteristiche simili al Trentino. Tornato quindi da quel viaggio con mio cugino Gino, iniziammo la produzione del TrentoDoc Pisoni».













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