Memoria

Tesino: il sentiero della partigiana Ora, uccisa nel febbraio 1945

Ancilla Marighetto, ragazza trentina, aveva appena compiuto 18 anni quando fu inseguita nella neve a malga Valarica, sotto passo Brocon, da una pattuglia nazista del Corpo di sicurezza trentino. Lassù un percorso ricorda la giovane martire, pochi mesi prima venne torturata e fucilata a Castello la sua compagna di lotta Clorinda Menguzzato "Veglia"

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ZENONE SOVILLA


Siamo lungo il confine fra i monti del Feltrino, del Tesino e del Vanoi, nei boschi fra le province di Belluno e di Trento: è il 19 febbraio 1945 quando una ragazza di Castello, diciottenne, viene rincorsa fra gli alberi, nella neve, da una pattuglia di una decina di miliziani nazisti. 

Lei sale su un albero sperando di non essere vista, ma uno di quei soldati, tutti trentini salvo il comandante, la nota e dà l'allarme: la giovane scende, si rifiuta di rispondere alle domande sul gruppetto di partigiani di cui fa parte, viene uccisa con un colpo d'arma da fuoco alla testa sparato da un sottufficiale fiememse, su ordine del capitano, un austriaco.

Quel 19 febbraio 1945 fu l'ultimo giorno di vita della trentina Ancilla Marighetto, la partigiana Ora, prima componente del battaglione Gherlenda, affiliato alla brigata Gramsci di Feltre,  poi di un gruppetto di resistenti del quale faceva parte anche suo fratello Celestino, nome di battaglia Renata.

In otto avevano proseguito la lotta antinazista e antifascista anche dopo lo scioglimento del loro battaglione, dovuto alla violenta repressione scatenata dai nazisti in Tesino, irretiti dalle azioni dei partigiani nell'estate e autunnmo 1944 (ci fu anche la presa incruenta della caserma locale del Cst, il Corpo di sicurezza trenti no, la milizia in cui gli occupanti tedeschi avevano arruolato oltre tremila giovani in tutta la provincia).

Il battaglione Gherlenda non esisteva più, ma nel lungo e gelido inverno 1944-1945 quel pugno di generose vite giovanili continuò a spendersi per la libertà, attuando numerosi sabotaggi contro impianti importanti per i nazisti.

Ora era nata a Castello Tesino il 27 gennaio 1927: avedva appena compiuto 18 anni quel giorno, quando una pattuglia di sciatori del Cst sorprese il suo gruppetto che bivaccava a malga Valarica di sotto, in nun avvallamento con una radura ampia, situata fra il passo Brocon e il monte Coppolo.

C'era oltre un metro di neve fresca, nel fuggi fuggi generale i nazisti riuscirono a prendere soltanto Ancilla, che si era diretta a piedi verso il bosco di larici e abeti del Col del Toc. Qui fu barbaramente uccisa. Pochi mesi prima, durante i feroci rastrellamenti autunnali, gli stessi nazisti avevano arrestato, torturato per giorni e infine fucilato l'altra partigiana del battaglione Gherlenda, Clorinda Menguzzato, che non aveva ancora 22 anni.

Due giovani vite illuminate, esempi di coraggio, giustizia e libertà, ma anche di forza e lucidità per reagire contro il potere costituito che esige schiavitù e a chi dissente riserva violenza e morte.

Al passo Brocon è stato tracciato un sentiero dedicato alla partigiana Ora, Ancilla Marighetto, nata nel Tesino e barbaramente uccisa dai nazisti in un bosco fra Vanoi e Lamon, nel febbraio 1945.

Qui i segnavia gialli accompagnano l'escursionista dalla mulattiera nei pressi di malga Arpaco: si procede poco verso il monte Coppolo e poi si lascia la strada per scendere a sinistra sul sentiero verso malga Valarica di sopra e poi nel bosco verso malga Valarica di sotto, dove si svolsero i tragici fatti del febbraio 1945, con l'agguato di una pattuglia di miliziani nazisti del Corpo di sicurezza trentino ai danni del gruppetto di partigiani di Ora.

La stagione autunnale è ancora favorevole per affrontare questo percorso nella memoria, lungo una decina di chilometri, con un dislivello di poco meno di 500 metri, senza difficoltà tecniche ma che richiede un certo allenamento dal punto di vista atletico.

Il sentiero percorre la lunga fuga della ragazzina nei boschi, in direzione del Col del Toc, al confine fra Trento e Belluno, fino al Lares (larice) de Ora, il punto in cui fu uccisa con un colpo di pistola alla testa, dopo un sommario interrogatorio, da un miliziano trentino su ordine di Hegenbart.

Un punto indicato chiaramente sul posto, anche con un crocefisso.

 
Ora quel giorno era in compagnia del fratello e di altri cinque partigiani: avevano bivaccato a malga Valarica di sotto, in quei giorni somemrsa dalla neve: qui nel settembre 2012 è stata finalmente posta una targa in memoria.
 
Sola la ragazza, che aveva compiuto 18 anni un paio di settimane prima, fu raggiunta dai nazisti e uccisa dopo aver opposto il silenzio alle domande di Hegenbart (1903-1990), un feroce criminale di guerra condannato all'ergastolo ma - come molti altri anche attivi nella zona dolomitica - mai estradato dall'Austria, dove visse serenamente fino alla fine dei suoi giorni.

Un altro figlio del Tesino trovò la morte in un lager tragicamente noto, Mauthausen (nel sottocampo di Gusen II): era un prete, don Narciso Sordo, accusato dai nazisti di aiutare i partigiani come la giovane Ora.

I partigiani in questione erano infatti il gruppo di giovani trentini e bellunesi che avevano dato vita nella zona del Tesino a una piccola emanazione della potente brigata Gramsci che operava sulle vicine Vette Feltrine. Alcuni di quei partigiani finirono uccisi barbaramente dai nazisti, vale a dire dai miliziani del Corpo di sicurezza trentino (Cst), giovani residenti e arruolati in provincia, comandati da ufficiali prevalentemente austriaci o talvolta sud-tirolesi.

Fra le vittime figurano due ragazze trentine che facevano parte della brigata partigiana bellunese: prima della tragedia di Ancilla Marighetto nome di battaglia Ora, nell'ottobre 1944 fu uccisa dopo lunghe torture Clorinda Menguzzato nome di battaglia Veglia, entrambe del Tesino e decise a battersi per mandar via i nazisti da quelle valli.

Veglia, vent'anni ancora da compiere, fu torturata a lungo e quindi fucilata da un plotone del Cst il 10 ottobre 1944 a Castello Tesino, insieme fra gli altri al suo fidanzato, il partigiano bellunese Gastone Velo Nazzari (morto a 21 anni). Il 14 ottobre avrebbe compiuto a vent'anni, era nata a Castello Tesino nel 1944.

Ora fu uccisa con un colpo alla testa da un sottufficiale fiemmese del Cst il 19 febbraio 1945, vicino al passo Brocon, dopo una breve fuga nella neve, come ci racconta in questa testimonianza lo storico Giuseppe Sittoni, autore dei più importanti volumi che ricostruiscono le vicende del battaglione Gherlenda e della Resistenza nel Trentino orientale sul confine con la provincia di Belluno.

Ora fu uccisa senza pietà da suoi conterranei in divisa nazista, giusto ottant'anni fa, nel gelo del Col del Toc, sotto il monte Coppolo, fra i territori di Cinte Tesino e di Lamon. Era nata a Castello tesino il 27 gennaio 1927.

Nel periodo successivo all'8 settembre 1943, il Trentino, insieme alle altre due province dolomitiche di Bolzano e Belluno, rimase escluso dalla repubblica Sociale (guidata da Mussolini su mandato tedesco) e fu inglobato da Hitler in una speciale area amministrativa affidata al controllo dei gerarchi nazisti del Tirolo.

Si chiamava Zona di operazioni delle Prealpi (Operationszone Alpenvorland) e aveva sostanzialmente il duplice scopo di assecondare le mire espansionistiche verso sud dei nazisti tirolesi e di creare una fascia cuscinetto che avrebbe potuto costituire un corridoio per le operazioni belliche del Reich (compresa l'eventuale ritirata, come poi avvenne nella primavera 1945).

Le caratteristiche di questa zona erano piuttosto ben definite, dal punto di vista degli occupanti. In Trentino un quadro non particolarmente preoccupante, dopo la eliminazione, quasi sul nascere, della Resistenza organizzata.

Nel Bellunese un contesto rischioso, con una precoce e diffusa presenza di partigiani, alimentata poi anche dai rinforzi arrivati da Bologna per volere del partito comunista.

In Sudtirolo poca fatica a prendere il controllo, tanto che a Bolzano, nel 1944, si istituirà anche un lager, dotato pure di campi satelliti: dei circa 10 mila detenuti, 3.500 furono poi trasferiti nei campi di sterminio.

Si trattava principalmente di oppositori politici e di partigiani, oltre a ebrei e a una quota minoritaria composta di disertori sudtirolesi sfuggiti all'arruolamento nazista, rom, sinti e testimoni di Geova.

Mille deportati al lager di via Resia o nei vari sottocampi erano stati arrestati proprio nella vicina provincia di Belluno, dove fin dall'estate era stata organizzata la Resistenza, che si giovava anche di una vasta rete di sostegno popolare, alimentata anche dalla profonda ostilità verso i tedeschi (il territorio aveva già subito una dolorosa occupazione austro-ungarica durante la Prima guerra mondiale, un peirodo eloquentemente passato alla storia come "l'an de la fam").

Dopo la costituzione dei primi nuclei armati nell'ottobre 1943, fu nella primavera seguente che il movimento di liberazione fece un salto di qualità nel Bellunese: epicentro delle attività in quella fase erano le Vette Feltrine, proprio a ridosso del confine con il Trentino, dove operava la brigata garibaldina Gramsci (si stima che nel momento di massimo fulgore potesse contare su quasi 2 mila partigiani e staffette).

Dalle montagne bellunesi partivano così missioni di sabotaggio che arrivavano fino alla pianura o alla laguna veneta, per disturbare la macchina bellica del Reich, impegnata più a Sud nello scontro con gli Alleati.

Azioni importanti furono messe a segno anche in Valsugana, con danni alla linea ferroviaria, e a centrali elettriche, come quella delle Moline, situata nel Bellunese, nella valle dello Schener, al confine con Trento (oggi è gestita da Primiero Energia).

Verso la fine dell'estate 1944 i nazisti decisero di potenziare la repressione: la Resistenza in quella provincia ribelle dava troppo fastidio.

Cominciarono così in provincia di Belluno mesi tragici, costellati di lutti: rastrellamenti, arresti, deportazioni, impiccagioni, fucilazioni, incendi di interi paesi.

Uno degli episodi più drammatici avvenne in valle del Biois, nella zona di Falcade e di Canale d'Agordo, a ridosso del confine trentino, tra la mattina del 20 e la sera del 21 agosto 1944: furono uccisi 37 civili e otto partigiani in combattimento, numerosi paesi vennero incendiati (245 abitazioni bruciate, 645 persone rimaste senza tetto), molti abitanti furono sottoposti a torture e deportazioni.

Le truppe naziste che agirono in valle del Biois arrivarono per lo più dal Trentino: dall’altopiano delle Pale giù in val di Gares e dai passi Valles e San Pellegrino verso Falcade.

L'azione fu condotta dalla divisione corazzata paracadutisti Hermann Göring, dalla Scuola d'alta montagna delle Waffen-Ss di Predazzo e dal famigerato Secondo battaglione del Polizeiregiment "Bozen", coadiuvati da diverse compagnie del Corpo di sicurezza trentino (Cst).

Quest'ultimo era una milizia reclutata forzosamente (con minacce alle famiglie) in provincia di Trento dai nazisti (circa 3.200 mila effettivi, si ha notizia di alcune decine di disertori), parimenti in Alto Adige, mentre nel Bellunese la costituzione di questo corpo di polizia fallì perché i giovani si resero irreperibili e in gran parte raggiunsero invece le formazioni partigiane sulle montagne (a quanto si sa, i pochi reclutati erano residenti nelle zone ex asburgiche, Ampezzo e Fodom, e furono inquadrati fra gli altoatesini).

Esisteva anche un'attività di sabotaggio all'interno degli uffici municipali e postali bellunesi: le cartoline precetto preparate dai nazisti venivano spesso distrutte prima dell'invio.

I due corpi di sicurezza istituiti in Alto Adige e in Trentino originariamente avrebbero dovuto svolgere funzioni di polizia locale, in realtà furono presenti in altre attività di repressione in provincia di Belluno (e anche sull'altopiano di Asiago e dintorni), specie le milizie sudtirolesi del Polizeiregiment "Bozen" affiancarono di frequente e attivamente i militari tedeschi.

Alla fine dalla guerra la piccola provincia dolomitica, meno di 200 mila abitanti, era devastata: la motivazione del conferimento della medaglia d'oro per la Resistenza ricorda che Belluno pagò con 564 caduti in combattimento (in gran parte ragazzi), 86 impiccati, 227 fucilati, sette arsi vivi, undici morti a seguito di tortura e sevizia, 301 feriti, 1667 deportati nei lager, oltre a 7000 militari deportati nei lager in Germania dopo l’8 settembre '43. Furono venti mesi di terrore.

Fra le vittime dei nazisti a Belluno figura anche il medico Mario Pasi, ravennate, dirigente comunista, che nel 1937 arrivò a Trento e lavorò all'ospedale Santa Chiara.

Poi, date le difficoltà a organizzare la Resistenza in Trentino, alla fine del 1943 si spostò nel Bellunese dove fu tra i protagonisti della lotta di liberazione e assunse anche il ruolo di commissario del comando di zona del Comitato di liberazione nazionale.

Ma un anno più tardi venne catturato (tradito da una delazione: c'erano pure le spie, i fascisti irriducibili) e fu tra i numerosi detenuti politici rinchiusi e seviziati nella caserma Tasso di Belluno, che era la sede della Gestapo, guidata dal famigerato tenente Georg Karl (uno dei numerosi criminali dei quali si sono perse le tracce dopo la guerra).

Pasi, nome di battaglia Montagna, fu sottoposto a torture continue ma non rivelò informazioni che avrebbero potuto compromettere la rete della Resistenza bellunese.

Il 10 marzo 1945, moribondo, fu impiccato insieme a altri nove partigiani sulla collina del Bosco delle Castagne, sopra la città, in una delle innumerevoli azioni terroristiche messe in atto dagli occupanti.

In quel caso si trattò della risposta a un attentato al vicino poligono di tiro nel quale rimasero uccisi due o tre militari sudtirolesi: l'esecuzione dei prigionieri, compreso Pasi, fu affidata al Secondo battaglione del Polizeiregiment Bozen (il cui comandante chiese ma non ottenne ben 50 prigionieri da impiccare per rappresaglia, Karl gliene concesse dieci).

I destini di giovani cresciuti sulle Dolomiti si intrecciarono tragicamente, su barricate opposte, in molte altre occasioni.

Anche quando, nell'estate 1944, i nazisti decisero di sgominare la brigata Gramsci dalle Vette Feltrine, dove ormai era considerata un pericolo troppo serio.

Nei mesi precedenti i partigiani avevano tentato più volte di estendere la loro presenza al Trentino, vi furono missioni e contatti anche nel capoluogo alla ricerca di appoggi solidi, ma non andarono a buon fine.

Nel giugno 1944 furono invece proprio dei giovani trentini, tutti provenienti dal confinante Tesino, a recarsi a piedi al comando partigiano sulle Vette Feltrine: erano decisi a costituire un nucleo di Resistenza anche sulle proprie montagne.

E così fu: nacque il battaglione Gherlenda, composto di bellunesi (sganciati dalla brigata Gramsci) e di trentini, ragazzi e ragazze giovanissime.

Fu una vicenda breve, eroica e tragica. Commovente, forse folle; ma per inseguire l'idea giusta.

E anche in questo caso è una storia che si intreccia con le scelte di giovani provenienti dalla stessa terra: a dare la caccia ai ragazzi del battaglione Gherlenda erano spesso altri giovani trentini che indossavano la divisa del Cst.

In Trentino, decapitato presto il livello politico, non si arrivò maEcco, qi a una resistenza organizzata sul territorio, salvo il caso appunto del Tesino e, in precedenza per un breve periodo, della val Cadino (Fiemme) e del Basso Sarca.

È prezioso riflettere su queste dinamiche spaventose: com'è potuto accadere. Come assicurarci che non succeda mai più? Dov'era finita l'umanità?

Anche il "Gherlenda", dunque, fu colpito della violenta repressione scatenata dai nazisti contro i partigiani, tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno 1944.

Il battaglione fu smembrato e fra i morti di quel periodo ci fu la non ancora ventenne Clorinda Menguzzato "Veglia", catturata l'8 ottobre 1944 da una pattuglia del Corpo di sicurezza trentino, presso Celado, mentre si stava spostando verso un rifugio più sicuro in compagnia del vicecomandante del Gherlenda, il bellunese Gastone Velo "Nazzari" (che sarà ucciso).

All'indomani centinaia di miliziani del Cst occuparono fisicamente Castello Tesino, mentre in caserma la giovane partigiana veniva interrogata, seviziata, azzannata dai cani e violentata dai soldati: non parlò e il 10 ottobre la fucilarono.

Il suo corpo fu gettato impietosamente in una scarpata sotto la curva nei pressi di villa Daziaro (Pieve Tesino), dove solo da pochi anni è stata posta una targa in ricordo della coraggiosa ragazza.

Il cadavere straziato di Veglia fu recuperato dalle donne del luogo, che lo vestirono con il costume tradizionale, quasi a sfidare i nazisti e le loro indicibili crudeltà.

In quei giorni da Castello Tesino fu arrestato anche un sacerdote, don Narciso Sordo, accusato di aiutare i partigiani.

Fu poi rilasciato ma un mese più tardi i nazisti lo fermarono definitivamente: imprigionato dapprima a Roncegno (nella famigerata Villa Triste), fu trasferito al campo di Bolzano e dopo interrogatori e torture venne portato al campo di sterminio di Mauthausen (Austria) all'inizio del 1945, morì di stenti nel sottocampo di Gusen II  il 13 marzo del 1945.

Invece l'amica di Veglia, la più giovane Ancilla Marighetto "Ora", proseguì la lotta con un gruppetto residuo di partigiani trentini e bellunesi che nell'autunno-inverno riuscì a nascondersi sui monti fra Costabrunella, il passo Brocon e il monte Coppolo.

Fino a quel tragico 19 febbraio 1945, quando fu uccisa dopo un inseguimento da parte di una pattuglia del Corpo di sicurezza trentino comandata dal capitano Ss tirolese Karl Julius Hegenbart. Ora aveva soltanto 18 anni, compiuti tre settimane prima.

Queste due giovani senza paura, rappresentanti della meglio gioventù dell'epoca, sono due figure emblematiche da ricordare nella Giorno della memoria.

Da ricordare per la generosità e la forza con cui si sono spese totalmente per una causa giusta: sconfiggere il nazifascismo e dire no per sempre a ideologie di morte che hanno generato il totalitarismo, l'orrore della Shoah, le deportazioni, lo sterminio di comunità religiose, culturali, politiche.

È doloroso sapere che altri giovani che parlavano il loro stesso dialetto sono stati gli aguzzini di queste due ragazze (e di molte altre persone).

Doloroso al punto da rimanere una ferita aperta, una pagina non del tutto esplorata della memoria collettiva locale.

Si può riflettere, confrontarsi, dialogare anche in cammino. Quando incrociamo, oggi, nel 2025, lo sguardo di un ragazzino o di una giovane di 18 anni, interroghiamoci sulle scelte e sulle gesta dei loro coetanei di settanta-ottant'anni fa. Ci sarà d'aiuto a vivere insieme.













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FABRIZIO TORCHIO

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TESINO Ora uccisa dai nazisti a 18 anni, il sentiero della partigiana
LIBRO 
"Sentieri partigiani" fra monte Grappa, Bassano e dintorni


ZENONE SOVILLA