Stalking, un anno e mezzo all’ex bidello

Dopo le molestie sessuali e l’uscita dal carcere, Giuseppe Polito aveva perseguitato per mesi la sua vittima 15enne


di Luca Marognoli


TRENTO. Prima la violenza sessuale, poi lo stalking. E’ un’odissea che non sembra finire mai quella di una ragazzina trentina di 15 anni che, quando ne aveva soltanto 11, era stata toccata nelle parti intime da un amico di famiglia, che aveva approfittato della sua frequentazione e del rapporto di fiducia con i suoi genitori per molestarla fino ad arrivare anche a masturbarsi davanti a lei. L’uomo, Giuseppe Polito, 45 anni, è un ex bidello ed ex necroforo: era accusato anche di avere fotografato nei bagni di una scuola elementare alcune bambine e a seguito di una perquisizione, a casa sua erano state trovate circa trecento foto di carattere pedopornografico scaricate da vari siti.

Per quei reati nel 2008 aveva patteggiato una pena di 2 anni. Uscito dal carcere, però, l’anno scorso è tornato alla carica della fanciulla al centro delle sue ossessionate attenzioni, questa volta perseguitandola alla fermata dell’autobus o sulla strada per casa con frasi e sguardi minacciosi.

La famiglia della ragazzina ha denunciato tutto alla magistratura e ora è arrivata la condanna per stalking, inflittagli dal giudice La Ganga: un anno e sei mesi di reclusione e il risarcimento dei danni alle parti civili, la vittima e un familiare, per un totale di 25 mila euro.

Gli episodi imputati all’ex bidello, 45 anni, difeso dall’avvocato Maurizio Pellegrini, sono stati ripetuti nell’arco di diversi mesi: nel marzo dell’anno scorso - secondo quanto è stato ricostruito dall’accusa sulla base della denuncia - l’uomo si era appostato nei pressi della fermata dell’autobus che la ragazzina prendeva abitualmente per tornare a casa fissandola insistentemente senza distogliere lo sguardo da lei; in ottobre, invece, l’aveva avvicinata dicendole: “ci si vede dopo tanto tempo” e aggiungendo che l’avrebbe “seguita e fatta soffrire” per tutto il tempo in cui l’aveva fatto stare in carcere. Aveva accompagnato quelle frasi intimidatorie con l’intimazione di non dire niente e la stessa cosa aveva ripetuto un mese dopo aggiungendo la minaccia che se non avesse ubbidito avrebbe fatto del male alla sua famiglia. Nello stesso periodo, ai primi di novembre, il bidello aveva cercato di avvicinarla allontanandosi solo per il sopraggiungere di una sua amica ma non si era arreso: in due altre occasioni, quello stesso giorno, era passato con la sua auto accanto a lei fissandola con il solito sguardo inquietante.

Terrorizzata, la ragazzina aveva esitato a lungo, finché non aveva trovato il coraggio di raccontare tutto ai suoi genitori. Mettendo fine al suo incubo.

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