IL BILANCIO

Per il Trentino il momento più buio: superati i morti di Stava 

Da ieri le croci dell’emergenza Covid sono più numerose rispetto al disastro del 19 luglio 1985. Dall’alluvione del 1966 al Cermis, ecco le prove peggiori nella storia della nostra provincia, le lezioni che abbiamo imparato e come ne siamo usciti migliori 


Andrea Selva


TRENTO. Erano 275, l'altro ieri pomeriggio, le vittime trentine dell’epidemia Covid 19. Un numero provvisorio, che è destinato a salire ancora, ma che ha assunto un grande valore simbolico: le croci di quest’epidemia hanno superato quelle del disastro di Stava, cioè la più pesante tragedia del trentino contemporaneo dopo la seconda guerra mondiale.

In quel 19 luglio del 1985 le vittime della colata di fango furono 26 e la vicenda di Stava entrò nella storia come simbolo del Trentino “sbagliato”: «Uno schiaffo bruciante per una terra che risulta così diversa da ciò che dice di essere», scrisse su questo giornale Franco de Battaglia, due giorni dopo il crollo dei due bacini minerari a monte di Tesero. Ora non si tratta di effettuare un macabro confronto tra eventi spaventosi (nell’improbabile tentativo di stilare la classifica dei peggiori) ma di ricordare le lezioni che il Trentino ha imparato nei momenti più bui, nel tentativo di uscirne ogni volta migliore.

L’alluvione del 1966

Il 4 ottobre di quell’anno il Trentino si svegliò sommerso dall’acqua (la città), dal fango e dai sassi (le valli), con le strade interrotte e interi paesi devastati. Il fiume Adige non era mai stato così alto: 6,30 metri all’altezza del ponte di San Lorenzo. Anche nell’altra terribile alluvione - nel 1882 - il fiume si era fermato una ventina di centimetri più in basso. Il Trentino registrò 22 vittime (una sola nel capoluogo, le altre nelle valli) e danni incalcolabili. La giustizia non rilevò responsabilità quando si trattò di analizzare la gestione dell’emergenza, in particolare delle dighe. Alcuni paesi vennero abbandonati, alcune strade cambiarono percorso, ma è in quegli anni che venne costruito un nuovo assetto del territorio che tanti anni dopo riuscì a superare una situazione ancora peggiore, quando la tempesta Vaia spazzò le Dolomiti. Era l’ottobre del 2018: due vittime, ma 20 mila ettari di foreste rasi al suolo da raffiche di vento a quasi 200 chilometri orari che i meteorologi non ritenevano possibili sui nostri versanti. Quel 29 ottobre abbiamo capito che dovevamo abituarci a un mondo nuovo.

Cermis, 62 morti

Due tragedie, nello stesso posto, sulla stessa funivia che - dopo essere precipitata al suolo una prima volta - venne ricostruita dov’era e com’era. Pare incredibile, ma tra Cavalese e l’Alpe Cermis accadde questo. Ma i “Due Cermis” (per usare il titolo di un libro di Luigi Sardi, già giornalista di questo giornale) furono due vicende completamente diverse: una tragedia dei trasporti (con colpe gravissime) nel primo caso, un “gioco di guerra” che fu al centro di uno scandalo internazionale nel secondo caso. Il 9 marzo del 1975 - giorno della prima tragedia - gli impianti di sicurezza erano stati esclusi per poter trasportare più passeggeri e la fune traente (spiegarono i periti) tranciò quella portante dell’impianto di risalita: 42 vittime. Il 3 febbraio del 1998 fu un aereo da guerra americano - pilotato dal capitano Richard Ashby - a tranciare la fune della nuova funivia durante un volo a bassa quota che (si scoprì poi) doveva servire per realizzare un “filmato ricordo”: 20 vittime per una strage che di fatto è rimasta senza giustizia.

Stava, il colpo più duro

Era il 19 luglio del 1985 - alle ore 12 e 22 - quando due bacini idrici al servizio della miniera di Prestavel crollarono l’uno sull’altro provocando la corsa verso valle - a 90 chilometri all’ora- di 180 mila metri cubi di fango, per non contare i detriti che si aggiunsero strada facendo alla valanga marrone. Lungo il percorso della colata non si salvò nessuno: 268 morti. Fu una delle peggiori tragedie industriali al mondo. Il disastro peggiore per il Trentino. Una vergogna sancita dal tribunale di Trento dove vennero condannati anche i controllori della Provincia autonoma di Trento che non avevano controllato. Con la tragedia di Stava per il Trentino - come ha ricostruito il nostro giornalista Mauro Lando nel suo Dizionario Trentino - si aprì un capitolo nuovo, di sensibilità ambientale e territoriale, con l’ingresso in giunta di Walter Micheli ad occuparsi di ambiente e urbanistica.

La grande epidemia

Un bilancio su come il Trentino ha saputo affrontare questa epidemia si potrà fare quando il virus sarà passato. Di certo bisognerà parlare delle incertezze della politica provinciale quando fu Roma a ordinare la chiusura delle funivie dopo l’ultimo allegro week-end sugli sci. Resteranno le foto sorridenti dell’assessore Roberto Failoni con Totti e Salvini sulle piste di Campiglio, quando già la giunta provinciale aveva deciso la chiusura delle scuole. E poi bisognerà capire qual è la sanità che vogliamo: quella dei punti nascita dove nasce un bambino ogni tre giorni, oppure quella dei medici rianimatori che ti salvano la vita? I medici e gli infermieri nel frattempo sono diventati eroi, ma nessuno nel mondo della sanità trentina ha ancora dimenticato la lettera firmata dall’assessora Stefania Segnana che un anno esatto fa diceva che la spesa sanitaria era diventata insostenibile e che bisognava tagliare 120 milioni di euro in quattro anni.













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