«La battaglia per L’Europa deve partire dalla cultura»

Intervista a Philippe Daverio ospite al Filmfestival: “Ripotenziare economicamente il Ministero dei beni culturali: fare concorsi serissimi e durissimi e riformati per entrare nelle Soprintendenze, aumentando gli stipendi a fronte di maggiori richieste”


di Fausta Slanzi


TRENTO. Chissà quanto contano le sue origini, madre alsaziana e padre italiano, sta di fatto che Phlippe Daverio, grande appassionato e divulgatore d’arte e di cultura, determinato intellettuale del nostro tempo, ha saputo catturarci con “l’inedito”. Programmi come “Passepartout”, “Emporio Daverio”, “Il Capitale di Philippe Daverio”, sono testimonianze efficaci del valore della comunicazione in ambito culturale e artistico. Italia e Alsazia sono terre straordinarie, giacimenti di intrecci culturali, “pozzi inesauribili” di impulsi artistici. Appartengono ai magnifici patrimoni di storia, arte e cultura che Daverio sa comunicare con capacità innovativa che sfida il passare del tempo. Dopo nove serie di “Passepartout”, quella “rivoluzione” nella “lettura” dell’opera d’arte e della storia, “giocando”(tra l’altro) con la macchina da presa, continua ad esssere molto efficace e ha fatto scuola. Ed è sul piano innovativo che TrentoFilmFestival e Daverio si incontrano: il Festival, eccezionale appuntamento che percorre da diverse edizioni la strada della “contaminazione” di generi, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di invitare Daverio per due appuntamenti: un “viaggio di andata e ritorno in montagna” seguendo le tracce dei Grandi Segantini e Giacometti (auditorium 30 aprile) e una riflessione sull’incomparabile bellezza delle Dolomiti che hanno “costretto” l’Unesco a inserirle nella Lista dei Beni Naturali (Teatro Sociale 1 maggio). Direttore di Art Dossier è autore di libri di grande impatto e successo come “Il museo immaginato” e “Il secolo lungo della modernità” entrambi per Rizzoli, usciti anche in e-book. Philippe Daverio, instancabile comunicatore culturale, da’ fiato e sostanza ad una contemporaneità complessa. Figlio del tempo della conoscenza sintetizza la complessità in istanze culturali-relazionali. “Mette a tesoro” diversità, connettendo passato e presente della storia artistica e culturale dell’uomo in una prospettiva di insieme che è già futuro . Gli abbiamo rivolto alcune domande

Professore che cos’è la bellezza?

La bellezza non esiste in quanto è un termine antropologico. E’ un tema che viene fuori dalla cultura del Medioevo e che in Europa ha dei termini così diversi da un paese all’altro da non corrispondere alla stessa cosa. Bellezza, Schönheit, Beauty hanno significati diversi. Va definito il concetto di bellezza. E’ così diversa l’idea di bellezza di oggi da quella di un Greco antico. Per lui è fondamentale che ci sia un valore morale della bellezza. Per un Romano è “pulchritudo” ma, in questo caso si parla di grazia (Sant’ Agostino Pulchritudo Dei). L’unico vero concetto di bellezza è armonia. Il concetto di bellezza si forma nel Medioevo in contemporanea con quello di armonia. Possiamo parlare di armonia.

La sua è una grandissima opera di divulgazione culturale: quando, secondo lei, gli Italiani riusciranno ad appropriarsi e tutelare la propria identità culturale

Quando prenderanno coscienza di cosa sono e quando l’interesse collettivo sarà più attraente dell’interesse singolo.

Quale e quante sono le tracce di montagna nelle opere di Giovanni Segantini e di Alberto Giacometti?

Per Segantini e Giacometti si tratta di una risposta alla civiltà industriale. Verso la fine del diciannovesimo secolo ci sono due percorsi paralleli, uno va a scoprire la natura nella Francia del Sud e l’altro va verso la montagna. La fuga verso la montagna è una fuga verso l’ideale, è la purezza. Questi percorsi accomunano tutti gli artisti. Per molti è la scoperta di un mondo ideale.

Le Dolomiti, divenute patrimonio dell’umanità, sono un riferimento mondiale per l’estetica del Sublime?

Direi proprio di sì perché sono un mito e cioè che è mito diventa facilmente riferimento. Le Dolomiti sono miti estetici.

L’Europa dell’arte è più unita di quella sociale, politica ed economica?

E’ l’unica Europa che esiste. La cultura per l’Europa è una questione complicatissima. Non siamo ancora in grado di dare una risposta comunitaria: le aspettative dei singoli sono maggiori di quanto non sia la capacità degli organi comunitari di dare una risposta. La vera crisi della Comunità europea è una crisi culturale. Dopo una giornata a Bruxelles, ho partecipato ad un incontro con il presidente Barroso in cui lui ascoltava chi aveva qualcosa da dire, sono deluso: sembrava l’audizione da parte di un Papa di un’epoca incomprensibile, incontro totalmente inutile. La vera battaglia è culturale e non è ancora iniziata. Siamo Comunità europea solo per la moneta, o per il cambio residenza senza chiedere permessi, o perché esiste l’Erasmus. I riflessi comuni, le opportunità comuni non le abbiamo. Se l’istruzione in Grecia è di otto punti inferiore a quella della Francia, non esiste l’Europa. Noi avremmo bisogno di un neo-europeismo totalmente intellettuale. C’è anche un’altra questione: per essere minimamente europei dovremmo parlare cinque lingue oppure confrontarci sulle stesse estetiche: quell’Europa lì non esiste.

Gastronomia, storia e cultura sono inscindibili?

Assolutamente non sono scindibili. Devono essere vissute insieme. La cultura è antropologia, si riferisce al modo in cui ci si veste, si mangia si comunica: per tornare all’Europa è ovvio che quella cultura comunitaria lì non c’è ancora.

Lei ha fondato “Save Italy”: a che punto è l’opera di sensibilizzazione? Quali altri progetti dopo il successo della grande manifestazione per la discarica vicino a Villa Adriana, a Tivoli?

Vorrei fare un incontro il 2 giugno alla Reggia di Caserta per salvare la Reggia.

Le prime tre riforme che Philippe Daverio, ministro della cultura e dell’istruzione farebbe.

Ripotenziare il Ministero dei beni culturali da un punto di vista economico: fare concorsi serissimi e durissimi e riformati per entrare nelle Soprintenze, aumentando gli stipendi a fronte di maggiori richieste. Riforma nella comunicazione: rilanciare una fortissima comunicazione volta alla presa di coscienza del patrimonio storico artistico e culturale. Il paesaggio va restaurato, va completamente reinventata la normativa urbanistica. Bisogna sostituire agli avvocati i progettisti, cioè abbiamo una normativa paesaggistica frutto della cultura normativa e non di una cultura di visione estetica.

Che cosa rimarrà di questo tempo “sbandato”? Cioè, come lo racconterà il Philippe Daverio del 3000?

Come tempo della catastrofe. In un modo molto semplice: da belli e poveri siamo diventati ricchi e brutti. E la scomessa del futuro è come fare a rimanere ricchi tornando ad essere belli.













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