biodiversità

I pescatori: «Veneti e lombardi sono più autonomi di noi»

Il Trentino è l’unica zona da salmonidi che ha “obbedito” al ministero. Con l’effetto che dai nostri torrenti e laghi stanno scomparendo trote fario, lacustri e salmerini


Luca Marsilli


TRENTO. Sono passati due anni. E anche se il luogo comune li vuole particolarmente pazienti, anche i pescatori del Trentino la pazienza l’hanno finita. Due anni di rassicurazioni, di collaborazione, di ragionevolezza. Con la conclusione paradossale che nella provincia, il Trentino, che per prima si è data una legge sulla pesca, per prima ha approvato una carta ittica e, unica tra le interessate, gode di una autonomia speciale, viene applicato acriticamente un decreto ministeriale che sta aspettando solo i tempi tecnici necessari per dichiararne di fatto la controproducente stupidità.

Mentre il Veneto e la Lombardia, per citare le due regioni confinanti e che condividono col Trentino almeno in parte la natura alpina dei corsi d’acqua, si è deciso di aspettare la revisione, a cui sta lavorando l’ennesima commissione con i soliti tempi ministeriali, senza modificare nel frattempo nulla della loro gestione. In sintesi: Veneto e Lombardia non hanno fatto una piega; il Trentino ha mandato gambe all’aria una gestione in cui era di esempio per tutta Europa. Il problema è quello delle specie “alloctone”. Ovvero non originarie delle nostre acque. Il principio è quello della direttiva Habitat: evitare l’immissione di specie animali invasive che possono danneggiare l’ambiente e portare all’estinzione specie originariarie di un territorio.

Gli esempi si sprecano: dalle nutrie che indeboliscono gli argini ai siluri, fino ai gamberi americani, ma anche le piante invasive. Solo che al ministero hanno capito a modo loro, fissando in 5 secoli il tempo necessario perché una specie si possa ritenere “nostrana” e soprattutto, richiedendo prove storiche della sua presenza 5 secoli fa. Sono finite tra le specie non ammesse quasi tutti i salmonidi: la trota fario dei torrenti, la lacustre dei laghi, il salmerino alpino dei laghetti in quota, il coregone dei laghi di fondovalle. Sono i pesci che in secolare coltivazione hanno costituito le uniche popolazioni dei loro ambienti naturali. Non sono in competizione con nessuno e vengono sostenuti con immissioni di uova o avannotti prodotti in impianti dedicati, da ceppi di riproduttori catturati in natura negli stessi fiumi e laghi. Sono anche i pesci che hanno fatto del Trentino una delle zone più apprezzate dai pescatori di mezzo mondo. Per le associazioni pescatori, che gestiscono le acque, rinunciarvi significa chiudere baracca: non hanno più nulla da gestire, né senso di esistere. Questo hanno ribadito sabato mattina l’Unione Pescatori (che raggruppa una buona metà delle associazioni) e i pescatori Solandri. Chiedendo alla Provincia, per l’ultima volta, un immediato e radicale cambio di rotta.

Il danno è già grave ma tra pochi mesi diventerà irreversibile. Tempo da perdere non ce n’è più.













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