Bosco e società in Trentino, l'evoluzione di un rapporto profondo
La rinascita nel dopoguerra presa a modello dal mondo forestale italiano: stop al metodo del taglio a raso e rimboschimento con la conseguenza di avere piante coetanee, avvio invece di una selvicoltura più naturale, con tagli saltuari e piantumazione col risultato di alberi vicini ma di età diverse. La storia in dettaglio nel libro "Gestione dei boschi e difesa del suolo” di Alessandro Paletto e Giorgio Postal.
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Nel 1951, la superficie del territorio trentino ricoperta da foreste era di circa 298mila ettari, dei quali 183mila ettari di boschi d’alto fusto e 115mila a ceduo. Cinquant’anni dopo, la costante opera conversione del ceduo ha permesso di incrementare la fustaia del 47% arrivando a coprire 269mila ettari.
In mezzo secolo, il volume di legname ricavato dalle piante d’alto fusto - in gran parte conifere - è passato da 26 a 48 milioni di metri cubi, e l’accrescimento annuo è raddoppiato.
Parallelamente, la difesa del suolo da alluvioni, frane e dissesti è cresciuta notevolmente - nel solco delle sistemazioni idrauliche e forestali effettuate prima del 1918 dall’amministrazione asburgica e nel quadro dell’Autonomia - grazie anche alla riorganizzazione dei Bacini Montani seguita all’alluvione del 1966.
Sui corsi d’acqua della provincia, a fine 2002 risultavano presenti quasi 14mila briglie, con centinaia di chilometri di opere di sponda (388 km), cunette e canali (205 km), spazi di deposito (288). Come è stato possibile?
A spiegarlo, raccontando la storia di una profonda trasformazione del rapporto fra bosco e società trentina, sono due specialisti della materia, Mauro Colaone (già dirigente generale del Dipartimento agricoltura e foreste della Provincia) e Mario Cerato (già dirigente del Servizio bacini montani e del Servizio conservazione della natura della Provincia).
Entrambi laureati in scienze forestali, sono gli autori del volume di 120 pagine "Gestione dei boschi e difesa del suolo. Cinquant’anni di politiche forestali in Trentino (1945-1995)”, edito dall’Associazione forestale del Trentino con le prefazioni di Alessandro Paletto e Giorgio Postal.
In apparenza, il periodo in esame può sembrare troppo breve, parlando di ecosistemi boschivi la cui vitalità va oltre quella umana, affinché se ne possa valutare l’incisività dei mutamenti avvenuti.
Ma un “cambio di paradigma”, come scrivono gli autori, nel secondo dopoguerra è realmente stato possibile nel quadro della trasformazione economico-sociale avvenuta nel Trentino (l’avvento dei combustibili fossili, il regresso dell’economia rurale, la graduale affermazione del turismo…) e in quello dell’Autonomia, prima nell’ambito della Regione, poi della Provincia.
A guerra finita, scrivono Colaone e Cerato, «non solo le fustaie erano state sfruttate, ma dai boschi cedui venivano estratte quantità notevolissime di legna che serviva, oltre che per il riscaldamento, per far carbone, ma anche per produrre gas e gasogeno».
Le condizioni dei boschi impoveriti, nel 1945 erano il risultato di una storia secolare di utilizzo della risorsa legno che gli autori ripercorrono nelle prime pagine del libro.
Dopo gli effetti nefasti dell’alluvione del 1882, anche la tragedia della Prima guerra mondiale aveva inciso in profondità sulle foreste, e persino su quelle più preziose in prima linea, come a Paneveggio.
Durante il Ventennio, i rimboschimenti avevano sì interessato soprattutto le aree denudate dal conflitto, ma con la guerra d’Etiopia e l’autarchia, il bisogno di legname era tornato a crescere.
Agli esordi della Repubblica, occorreva dunque ricostituire il patrimonio forestale e l’obiettivo è stato perseguito con decisione.
La riorganizzazione amministrativa è stata affidata a un gruppo di ispettori forestali giovani, ben preparati e motivati che hanno promosso criteri gestionali moderni.
Fondamentale, spiegano gli autori, è stata la scelta di seguire l’esempio svizzero dando una svolta netta alla gestione dei boschi, abbandonando il sistema del taglio a raso seguito dal rimboschimento (con la conseguenza di avere piante della stessa età su vaste aree) e abbracciando una selvicoltura vicina alla natura, con tagli saltuari che permettono di avere piante di età diversa.
Al posto del rimboschimento con abete rosso - specie più remunerativa - «il nuovo indirizzo che si intendeva promuovere era invece quello della selvicoltura naturalistica - spiegano Colaone e Cerato -, in cui il bosco ideale non è quello coetaneo e puro, ma quello disetaneo, misto di resinose e latifoglie, trattato periodicamente con il taglio saltuario ritenuto più adatto a conservare e guidare i processi naturali, ma anche a ottenere la maggiore capacità produttiva».
Punto di svolta fu il congresso nazionale di selvicoltura di Firenze del 1954, dove emersero i vantaggi della selvicoltura naturalistica che portarono a superare i principi della scuola forestale tedesca.
Due figure chiave, oltre a quelle di molti altri funzionari pubblici e politici, emergono da questa storia. Arturo Sembianti, dirigente dell’Ufficio di assestamento regionale dal 1951, diede il via al nuovo corso gestionale indicando i provvedimenti da attuare, dalle cure colturali alla costruzione di strade forestali.
Alla guida dell’Ispettorato delle foreste dal 1957, Fabio Cristofolini difese i boschi misti, promosse il risparmio boschivo, organizzò corsi di aggiornamento e regolamentò il sistema dei tagli.
Grazie a Sembianti, a Cristofolini, a Donato Nardin sul fronte della difesa del suolo e a tutti i forestali, la rinascita dei boschi trentini è stata presa a modello dal mondo forestale italiano - osservano gli autori - destando interesse in tutti i Paesi alpini.
Oggi, l’importanza del bosco è molto più che economica e di difesa del suolo.
«Il Trentino è ricco di boschi ed è anche ricco di acque e di energia idroelettrica - osservano gli autori concludendo con un auspicio -, due risorse rinnovabili che, unitamente a una intelligente transizione ecologica, potrebbero fare di questa terra un laboratorio per arrivare in tempi ravvicinati a una condizione di neutralità climatica».