Passo Lavazè, gli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia fermano valanghe e massi
Sul versante a monte della statale si è scelto di non rimuovere le piante degli schianti: ora c'è anche il percorso naturalistico «Il bosco resiliente». L'esperto Bruno Crosignani: lasciare gli alberi a terra mantiene la funzione di protezione e consente la successione naturale al bosco nuovo, con costi minori e maggiore sicurezza di stabilità
FOTOGALLERY I boschi trentini devastati dalla tempesta del 2018
Poco più di un anno fa, era l’8 giugno 2024, sul versante a monte della strada statale 620 del Passo di Lavazè veniva inaugurato il percorso naturalistico «Il bosco resiliente della tempesta Vaia», un sentiero ad anello che attraversa un’area boscata un tempo costituita da abeti rossi, larici e pini cembri «falciati» alla fine di ottobre del 2018 da quell’evento estremo.
Qui, anziché rimuovere le piante cadute, realizzare opere a protezione della strada e e reimpiantare la foresta, si è scelto di affidare agli alberi rimasti a terra la funzione di protezione dalle valanghe, permettendo il rinnovo naturale delle giovani piantine.
Bruno Crosignani, già direttore dell’Ufficio distrettuale forestale di Cavalese, è stato l’anima dell’iniziativa, realizzata dal Servizio foreste provinciale in collaborazione con il Comune di Ville di Fiemme e la locale Commissione valanghe: «L’area forestale del “Trozo vecio”, con il bosco che proteggeva la strada statale dal pericolo di valanghe - aveva spiegato Crosignani - è stata individuata come area tipo dove tale protezione non è stata affidata alla costruzione di opere artificiali ma al bosco stesso e alla sua capacità di resilienza.
Si è valutato che lasciare il bosco a terra possa mantenere la sua funzione di protezione dalle valanghe per lungo tempo e consentire la successione naturale al bosco nuovo che già si affaccia. Ciò ha permesso un notevole risparmio economico e dà maggiore sicurezza di stabilità al bosco futuro».
Il percorso, lungo 2,9 chilometri e con un dislivello di 130 metri, «consente di vedere da vicino l'evoluzione del bosco nel tempo e studiarne tempi e dinamiche», ha scritto Crosignani. Chi percorre il sentiero (indicazioni sul sito www.visitfiemme.it) trova un pannello informativo, la mappa del percorso e dei qr Codes che rimandano ad approfondimenti.
«Boschi dove gli alberi non sono stati rimossi, in zone in vista che colpivano l’occhio dando un segno di sconvolgimento - ha scritto Crosignani sulla rivista “Sherwood” - si stanno ricoprendo di arbusti che ricompongono il paesaggio nascondendo le piante atterrate e preparando il terreno per gli alberi. Inoltre, il “mantello” protettivo del terreno è ancora più efficace rispetto alle piante in piedi, e per un periodo non breve, contro la caduta di sassi ed è estremamente valido contro la formazione delle valanghe».
A poco più di un anno dall’iniziativa abbiamo posto alcune domande a Crosignani.
Dottor Crosignani, come sta evolvendo la crescita spontanea del bosco abbattuto dalla tempesta?
«Nel bosco del Trozo Vecio, come in molti altri, tra le piante abbattute già erano presenti molte piantine della nuova generazione, ricoperte e nascoste ma non distrutte dal mantello delle piante “sdraiate”. Una volta che queste hanno perso le foglie il sole ha potuto raggiungere il novellame che ha preso vigore e ora spunta vivace tra i tronchi morti. In altri casi, dove poche erano le piantine nuove, arbusti come i lamponi o altri, sviluppandosi rapidamente, si fanno carico di aprire la strada all'evoluzione verso il bosco di alberi».
Perché la ricostituzione del bosco è più veloce rispetto ai terreni sgomberati dalle piante cadute?
«In un ambiente di montagna come quello del bosco del Trozo Vecio le piantine preesistenti, cresciute nell'ombra, hanno atteso anni o anche decenni sviluppando bene le proprie radici, bel piantate nel terreno. Così affermate sono ora in grado di riprendere la loro crescita con maggiore vigore approfittando della maggiore disponibilità di luce.
Lo sgombero del terreno, soprattutto se seguito dalla costruzione di opere, causa spesso la perdita di gran parte delle piantine spontanee e il danneggiamento del suolo. L'evoluzione del bosco deve quindi ripartire da capo, con perdita di anni o decenni nel suo ciclo.
L'impianto poi di piantine da vivaio per accelerare la ripresa del bosco, oltre che costoso, è spesso meno affidabile, soprattutto nelle situazioni di alta quota o su versanti difficili, ed è giustificabile in assenza di una sufficiente rinnovazione naturale».
Nel suo articolo su “Sherwood”, lei cita gli studi svizzeri condotti in seguito ai due uragani Vivian del 1990 e Lothar del 1999. Di cosa si tratta?
«In Svizzera gli uragani citati hanno creato situazioni simili a quelle verificatesi con la tempesta Vaia. Lì sono state fatte osservazioni e studi sulla risposta dei boschi atterrati negli anni successivi agli eventi rispetto al pericolo di valanghe.
Già nel Manuale relativo ai danni da tempesta dell'Ufficio federale dell'ambiente svizzero, nell'edizione del 2008 veniva evidenziata l'assenza di distacco di valanghe all'interno dei boschi abbattuti in presenza delle piante a terra e quasi sempre anche nel caso di asportazione delle piante, qui a causa della presenza delle ceppaie ribaltate, dei residui del taglio e della irregolarità del suolo frequentemente presente nei terreni boscati.
Venivano quindi date indicazioni per una valutazione attenta dei singoli casi, evitando di affidarsi esclusivamente a modelli matematici che non riescono attualmente a dare conto di questi fattori.
Più recentemente uno studio dell'Istituto federale di ricerca (WSL) del dicembre 2024, che dà conto delle osservazioni a 25 anni dagli eventi ha confermato la lunga durata dell'effetto di protezione dalle valanghe da parte delle piante abbattute, invitando a considerare l'opportunità o meno dello sgombero delle piante e del successivo impianto artificiale».