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Sette anni fa la tempesta Vaia: paura e devastazioni sulle Dolomiti

Come un terremoto che si abbatteva violentemente, con piogge incessanti e venti anche oltre i duecento all'ora: strade e altre infrastrutture danneggiate, intere foreste spazzate via, ci furono purtroppo anche alcune vittime. La chiusura delle scuole e altre precauzioni evitarono conseguenze peggiori

GALLERY Vaia, tutte le immagini della tempesta sulle Dolomiti
LAVAZÈ Gli alberi abbattuti da Vaia fermano valanghe e massi


ZENONE SOVILLA


Era la fine di ottobre 2018, dopo un periodo insolitamente caldo, l'arco alpino finì sotto la pioggia battente e nella zona dolomitica vi fu dapprima il maltempo intenso e preoccupante già sabato 27, poi il drammatico picco nella notte tra il 29 e il 30.

La tempesta Vaia: come un terremoto che si abbatteva violentemente, con precipitazioni incessanti e venti fortissimi, in particolare, sulla provincia di Belluno (e dintorni, come sull'altopiano di Asiago) e sul Trentino Alto Adige. Intere foreste finirono a terra, spazzate via. Molte vallate rimasero isolate a causa dei danni alle strade, colpite da smottamenti e frane, centinaia di persone furono evacuate dalle case, il traffico ferroviario temporaneamente sospeso.

Il paesaggio del giorno dopo, in molte zone era un cimitero di abeti e altri alberi, anche in val di Fiemme o sull'altopiano di Piné, per pensare al Trentino.

Chi ha vissuto quelle ore ricorda quanto era inquietante, specie il pomeriggio e la notte di lunedì 29 ottobre, sentire il vento soffiare e urlare talmente forte da farci sentire impotenti, dentro case che ci si augurava fossero in grado di reggere l'urto.

In molte aree arrivò nel pomeriggio il blackout, numerose vallate dolomitiche e prealpine rimasero senza elettricità anche per 24 ore o più.

Dopo le forti piogge del weekend, una temporanea tregua domenicale aveva illuso che la fase più acuta fosse passata, invece, oltre alla furia dell'acqua si fece sempre più impressionante quella del vento. 

Le raffiche di scirocco il 29 ottobre furono misurate fino ai 217 chilometri orari sul passo Rolle. Ma il vento soffiava attorno ai duecento in gran parte della dorsale dolomitica. Reinhold Messner, all'indomani, paragonò quella situazione ai venti dell'Everest.

Il 30 ottobre fu ancora segnato da fenomeni intensi ma in progressiva diminuzione. C'erano emergenze sulla viabilità e idrogeologiche: cominciò la conta dei danni, non solo boschi distrutti, ma anche strade, ponti, argini dei corsi d'acqua, acquedotti, linee elettriche e molto altro.

Ci furono, purtroppo, anche dei morti: due in Trentino, a Dimaro perse la vita Michela Ramponi, 45 anni, travolta da una colata di acqua e fango, mentre nella zona di Segno fu colpito da un fulmine, all'interno di un baito, Denis Magnani, 34 anni.

Tre le vittime nel Bellunese, una provincia che fu particolarmente colpita anche in termini di danni infrastrutturali a strade e altre costruzioni, edifici con tetti danneggiati, oltre all'enorme distesa di foreste abbattute.

Nell'arco alpino italiano di nordest furono distrutti dalla tempesta circa 42 mila ettari di foreste. Risultarono 16 milioni di metri cubi di alberi abbattuti dal vento, in varie zone proseguono tuttora gli ultimi lavori di rigenerazione forestale e le azioni di contenimento dell'emergenza rappresentata dal coleottero bostrico tipografo che divora gli abeti rossi.

In Trentino negli anni post Vaia sono stati aperti millecinquecento cantieri forestali, oltre 20 milioni di euro per il recupero e la ricostruzione delle foreste. Il picco dell'epidemia di bostrico, parassita che prolifera sugli schianti e colpisce le piante sane, è ormai alle spalle, ma proseguono monitoraggio e contenimento dei focolai.

Vaia, tutte le immagini della tempesta che ha cambiato il volto dei nostri boschi

Una strage di foreste, con venti oltre i 100 km orari. Ma non solo. La tempesta, che si abbatté sul Triveneto a fine ottobre 2018, provocò esondazioni, distrusse abitazioni, creando allarme in ogni angolo della provincia. Il lavoro di tanti volontari e dell'intera protezione civile fu intenso. Proprio in una delle tante operazioni di soccorso perse la vita il vigile del fuoco della Val Badia Giovanni Costa

La tempesta buia, che ha fatto vivere a molti di noi ore di paura, è stata per molti un monito sulla forza della natura e in qualche modo anche sui cambiamenti climatici in atto, sulla fragilità della montagna, sulla necessità di un ripensamento della pianificazione e della tutela territoriale.

In provincia di Belluno ancora oggi sui media si ricorda che la decisione di chiudere scuole e posti di lavoro, lasciando le persone al sicuro a casa, lunedì 29 ottobre, fu assunta dalle autorità grazie al servizio meteo pubblico, che indicava la nuova ondata in arrivo come davvero devastante.

Intervistato dal settimanale diocesano bellunese l'Amico del popolo (e poi da altri media locali), un meteorologo storico delle Dolomiti, Thierry Robert-Luciani, ha ricordato quei giorni terribili, quando lui, previsore del centro nivometeo Arpav di Arabba (Belluno), riuscì a fotografare con incredibile precisione la dimensione del fenomeno che stava per abbattersi sulla zona.

E così allertò presto i responsabili provinciali della sicurezza territoriale, spiegando che aveva rilevato sulle carte una situazione mai vista prima.

E altre decisioni, sulla base dell'analisi del meteorologo, andavano prese fra domenica e lunedì mattina, proprio quando sembrava che il maltempo stesse allentando la presa, perché c'era qualche schiarita: il peggio, invece, spiegò l'esperto, doveva ancora arrivare.

Modelli previsionali alla mano, Luciani partecipò alle riunioni del gruppo di crisi (prefettura e protezione civile), riferendo che malgrado una temporanea attenuazione delle piogge, il quadro era assai fosco e bisognava attendersi un aggravamento pesante nelle ore successive, dal pomeriggio di lunedì 29 ottobre.

A quel punto, di fronte alle spiegazioni dell'esperto, tutti ne furono persuasi e il prefetto emanò l'ordine di chiudere scuole, posti di lavoro pubblici e privati e altre attività, in modo da consentire alla cittadinanza di restare in casa, al riparo dal pericolo. Fu una decisone fondamentale per la prevenzione dei danni alle persone.

Dal pomeriggio di lunedì 29 ottobre al giorno dopo, infatti, si scatenò l'inferno: fu una notte segnata dall'ululare violento del vento e dai rumori dei danni che faceva all'esterno.

«In una riunione dell'unità di crisi, il prefetto e altri rappresentanti istituzionali mi chiesero che cosa prevedevo potesse accadere sulle Dolomiti. Non sapevo come spiegarlo e così andai su Internet a cercare un video sugli effetti dei downburst, fenomeno con raffiche di una violenza inverosimile. Dopo aver guardato quel filmato, presero immediatamente la decisione di chiudere tutto», racconta  al settimanale bellunese l'esperto, fisico e meteorologo, 67 anni, da poco in pensione dopo oltre trent'anni trascorsi in Agordino a studiare il meteo e a elaborare i famosi bollettini previsionali Dolomitimeteo del centro Arpav di Arabba.













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