Vaia, la Procura chiede l’archiviazione per la morte di Michela Ramponi 

La tragedia di Dimaro. La donna venne soffocata dalla colata di fango abbattutasi sulla sua casa la sera del 29 ottobre di due anni fa Secondo le perizie, fu un evento eccezionale e imprevedibile. Il pm Russo scagiona i quattro imputati ma la famiglia della vittima si oppone



Trento. Il sostituto procuratore Carmine Russo ha chiesto l’archiviazione per la tragedia di Dimaro: la frana che il 29 ottobre di due anni fa, durante il disastro di Vaia, si abbatté sulla casa di Stefano Rossi e Michela Ramponi, uccidendo la donna, fu, in base alle perizie, un evento eccezionale e imprevedibile. La famiglia della vittima ha già inoltrato attraverso l’avvocato Paolo Chiarello l’ opposizione alla richiesta del pm Russo, sostenendo che invece l’area del Rio Rotian, su cui si trovava l’abitazione travolta dal fango, era stata dichiarata sicura in maniera superficiale, sottovalutando gli effettivi rischi dovuti alle caratteristiche idrogeologiche della zona, evitando di disporre nel tempo opere di difesa che avrebbero evitato quella tragedia e, nello specifico, non facendo evacuare la popolazione delle aree poi colpite dalla frana.

Per quella vicenda quattro persone furono iscritte nel registro degli indagati dalla Procura: il dirigente del Servizio Bacini Montani Roberto Coali, l’ingegner Silvia Franceschi, il sindaco di Dimaro Andrea Lazzaroni e dl’allora dirigente pro tempore del Dipartimento Protezione civile della Provincia Stefano Devigili. A Coali e Franceschi erano contestati i reati di frana colposa (tecnicamente “delitti colposi di danno”) e omicidio colposo. Il primo punto riguarda la parte relativa alla prevenzione della frana: secondo la Procura, Coali come dirigente del Servizio Bacini Montani, Franceschi come responsabile del gruppo di lavoro che nel 2010 effettuò uno studio del Rio Rotian per la redazione della Carta della Pericolosità da fenomeni torrentizi, sottostimando - sostiene il pm - la massa di detriti trasportabili a valle dal rio e le opere necessarie quindi a contenere un’eventuale esondazione, avrebbero omesso di proporre (per quanto riguarda l’ingegner Franceschi) e realizzare (per quanto riguarda Coali) opere in grado di impedire l’evento, che ha poi provocato l’evacuazione di oltre 200 persone, il danneggiamento di una trentina di edifici e la morte di Michela Ramponi. A De Vigili e al sindaco Lazzaroni veniva invece contestato solo l’omicidio colposo. Che la zona fosse soggetta a frane e inondazioni era noto fin dall’Ottocento, tanto che il governo austriaco - dopo un analogo disastro nel 1882 - aveva all’epoca realizzato le prime opere di rinforzo dell’argine destro del RioRotian. Altre opere erano state realizzate negli anni 70, e nel 1993 venne costruita un’altra briglia filtrante, un’altra venne realizzata tra il 2014 e il 2018, l’unica che ha resistito alla furia degli eventi quella drammatica sera di ottobre del 2018. La ponderosa perizia commissionata dalla Procura concluse che nessuna opera avrebbe evitato la tragedia e quel giorno le previsioni meteo «non fornivano elementi per procedere con prescrizioni diverse» rispetto all’avviso di allerta moderata. Da qui la richiesta di archiviazione del pm Russo.













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