Sulle tracce emozionanti delle prime ascensioni sulle Dolomiti
Pagine fortemente simboliche, a cominciare di Paul Grohmann e Peter Salche, con la guida pusterese Franz Innerkofler, entrati nella storia dell’alpinismo per le loro pionieristiche scalate sulle vette delle Dolomiti di Sesto e poi sul Sassolungo, nell'agosto 1869
INIZIATIVA «La montagna sacra», simbolo del rispetto e del limite
ICONE Manolo e Mauro Corona scrivono un "diario" insieme
STORIA Annuari della Sat, la montagna trentina dal 1874 al 1932
L’alpinista viennese Paul Grohmann e le guide Franz Innerkofler di Sesto Pusteria e Peter Salcher, originario della Carinzia, sono entrati nella storia dell’alpinismo per le loro pionieristiche prime scalate sulle Dolomiti di Sesto, dalla Punta Tre Scarperi alla iconica Cima Grande di Lavaredo salita il 21 agosto 1869.
Il 13 agosto dello stesso anno - era una giornata fredda e nebbiosa - al terzetto era riuscita la prima ascensione del Sassolungo (Langkofel, qui sopra e sotto in fotografie rielaborate graficamente), montagna simbolo della val Gardena.
Da Santa Cristina, dove i tre scalatori erano stati accolti con calore, si erano levate grida di giubilo.
Sulle pareti delle Dolomiti di Sesto sono virtualmente incisi i nomi di altre due guide di Sexten, i fratelli Michael «Michl» e Johann «Hans» Innerkofler, che 150 anni fa - il 28 settembre 1874 - salirono per primi una delle montagne più imponenti del gruppo, la Croda dei Toni, chiamata anche Cima Dodici (Zwölferkofel), alta 3.094 metri.
Salirono per il ripidissimo canalone allora ghiacciato che incide la parete ovest della montagna superando anche difficoltà su roccia valutate fra il 3° e il 4° grado e dunque rilevanti per l’epoca.
Per il forte pericolo di cadute di pietre, nel 1887 i fratelli Innerkofler trovarono sulla stessa parete una nuova via più sicura, insieme agli alpinisti J. Reichl e M. Simon, un itinerario che supera tre cenge. Michl Innerkofler esplorò inoltre a fondo le montagne «di casa», soprattutto il monte Cristallo dove trovò poi la morte cadendo in un crepaccio, effettuando molte altre ascensioni.
Durante l’estate 2024, a Sesto Pusteria è stato festeggiato l’anniversario della salita alla Croda dei Toni, mentre a Tiers (Tires), illuminando nella notte la storica via di scalata, è stata ricordata la prima ascensione del Catinaccio, la caratteristica vetta di 2.981 metri del gruppo dolomitico che si eleva in Trentino e in Alto Adige-Südtirol.
Il 31 agosto di 150 anni fa, la prima scalata della «colossale massa rocciosa che sorge nel centro classico del Gruppo del Vael» (come la definì Arturo Tanesini nella guida Cai-Tci del 1942) riuscì ad un terzetto composto da due alpinisti britannici, Charles Comyns Tucker e Thomas Henry Carson, e dalla guida savoiarda Francois Devoaussoud.
Qualche anno prima una scrittrice inglese, Amelia Blandford Edwards, aveva citato le «cime desolate del Rosengarten e del Lang Kofel», ossia del Catinaccio e del Sassolungo, durante i suoi vagabondaggi dolomitici di mezza estate. L’egittologa britannica avrebbe voluto esplorare il «circo» del Ciadinac e salire il Sasso dei Mugoni, ma la nebbia e la pioggia la indirizzarono in alta Val di Fassa.
L’immagine che appare sul diario del suo viaggio, pubblicato con il titolo «Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys», riflette così la classica visione del Rosengarten da Bolzano, uno sfondo ricorrente in dipinti, fotografie e cartoline fra Otto e Novecento.
Rosengartenspitze per i sudtirolesi, la vetta del Catinaccio venne raggiunta dai due soci dell’Alpine Club londinese, entrambi legali di professione, da passo Santner, per quella che è oggi la «via normale», salendo la parete ovest e seguendo poi la cresta fino alla sommità, da dove si domina il vasto catino roccioso che si apre in direzione della val di Fassa.
Centocinquanta anni fa, l’arrivo di alpinisti stranieri non meravigliava più gli abitanti delle valli del Tirolo: nel 1863 era stato fondato il Club Alpino Italiano e due anni prima, a Madonna di Campiglio, era nata, come Società Alpina del Trentino, la Sat.
L'anno scorso c'è stato anche il 150° anniversario della inaugurazione del rifugio che la Sat costruì in alta val Genova per facilitare l’accesso al gruppo dell’Adamello, la Casina Bedole, battezzata successivamente Capanna Bolognini.
Primo dei poi tanti rifugi del sodalizio alpinistico, la capanna venne realizzata trasformando la vecchia baita di Bedole in un riparo sufficientemente confortevole per le parche esigenze degli alpinisti del tempo diretti alle vette, ai ghiacciai e ai valichi dell’Adamello (sulla vetta maggiore del gruppo era giunto nel 1864 il tenente boemo Julius Payer, che aveva ingaggiato come guide Giovanni Catturani detto «Pirinel» e un contadino di Strembo, Gerolamo Botteri «Fio»).
Presso un tornante della strada che porta al rifugio Bedole, oggi una scritta segnala il luogo dello storico riparo: «Qui sorgeva il primo rifugio alpino del Trentino dedicato a N. Bolognini eretto dalla Sat col contributo del Comune di Mortaso nel 1875 distrutto dalla guerra nel 1916».