Grande Guerra, 110 anni fa l'orrore della battaglia degli Altipiani
Il mattino del 15 maggio 1916, Folgaria e Lavarone si trovarono al centro dell’offensiva di primavera austro-ungarica (la «Strafexpedition»), diretta a raggiungere la pianura veneta. Impegnò un enorme numero di soldati e ne stroncò le vite di decine di migliaia sui due fronti. Di quei tragici fatti abbiamo parlato con lo scrittore e ricercatore storico trentino Luca Girotto
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Il mattino del 15 maggio 1916 gli Altipiani di Folgaria e Lavarone si trovarono al centro dell’Offensiva di primavera (la «Strafexpedition») lanciata dall’Esercito austro-ungarico fra l’Adige, l’Astico e il Brenta e diretta a raggiungere la pianura veneta, prendendo alle spalle la parte principale del Regio Esercito schierata tra la Carnia e il Carso Isontino.
Il controllo della pedemontana tra Vicenza e Treviso avrebbe infatti reciso le arterie stradali e ferroviarie che permettevano i rifornimenti di uomini e mezzi alle quattro armate disposte tra il monte Peralba e l’Adriatico.
La potenza delle artiglierie asburgiche si abbatté sulle difese italiane, scardinando i reticolati e sconvolgendo le trincee.
Poi, la travolgente avanzata austriaca scacciò i difensori dalle linee, occupando crinali di assoluto valore difensivo, dal Monte Coston al Monte Maggio, dallo Zugna Torta al Col Santo.
La battaglia degli Altipiani impegnò un enorme numero di uomini - si è parlato di oltre 350mila attaccanti - e stroncò le vite di decine e decine di migliaia di essi. I suoi effetti sono ancora visibili sui prati, sui pascoli, nei boschi e sulle cime di questo lembo del Trentino.
Abbiamo chiesto a Luca Girotto, scrittore e ricercatore storico, di parlarci di quei giorni terribili.
Cosa accadde il 15 maggio 1915?
«Quel giorno scattò la prima fase di quell’offensiva contro il Regno d’Italia che lo Stato maggiore austriaco aveva iniziato a pianificare già alla fine del 1915. Il progetto prevedeva di attaccare laddove l’avversario meno se lo sarebbe atteso, proprio per l’ambiente montano che avrebbe complicato spostamenti di uomini e materiali dell’attaccante e favorito un difensore preparato e determinato.
Ma erano proprio la determinazione e la preparazione a difettare allo schieramento del Regio Esercito tra Adige e Brenta nel maggio 1916, dove gli italiani, dopo la spinta iniziale dell’estate-autunno 1915, si erano arrestati dinanzi alle ben preparate posizioni austriache nella condizione, come disse mesi dopo il generale Bencivenga, “…. di un ladro sorpreso dal padrone di casa appeso al davanzale della finestra dalla quale avrebbe dovuto penetrare inosservato nell’abitazione …”».
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Da che reparti era costituita la forza d’urto austro-ungarica?
«Per la preparazione dell’offensiva, l’AOK (Armee Oberkommando, il Comando supremo dell’esercito imperiale) si era premurato di far rientrare dal fronte orientale, anche a costo di sguarnirlo, i migliori reparti di fanteria (quattro reggimenti Kaiserjäger) e le truppe alpine del Tirolo (tre reggimenti Landesschützen) oltre a reggimenti che avevano costituito sin dalle guerre risorgimentali il nerbo dell’armata asburgica, quali il 59° reggimento “Arciduca Ranieri” di Salisburgo e il 14° reggimento “Hessen”di Linz».
Dove vennero impiegati i reparti addestrati al combattimento in montagna?
«Proprio in previsione della peculiare morfologia, si era tentato di predisporre il piano dell’offensiva in modo tale da ottenere che le truppe da montagna costituissero ovunque la punta di lancia della prima ondata.
Ma l’ampiezza del fronte d’attacco e la molteplicità degli obiettivi resero irrealizzabile il progetto, per cui ci si dovette adattare a “smussare le punte di lancia” affiancando ai reparti scelti una ampia congerie di truppe molto meno motivate e affidabili, talvolta di seconda schiera, male equipaggiate e peggio comandate.
Ne costituì l’esempio emblematico l’attacco dimostrativo (per distogliere l’attenzione italiana dal fronte dell’attacco principale) organizzato a nord della Valsugana, sopra Roncegno, contro Monte Còlo: lì, truppe dalmate e romene, frettolosamente spostate dal fronte isontino, senza alcuna conoscenza del terreno, prive di indumenti invernali e di mantelli mimetici, vennero lanciate all’assalto di un ben organizzato sistema di fortificazioni campali con risultati disastrosi in termini sia di perdite (elevatissime in caduti, dispersi e prigionieri) che di guadagni territoriali (nulli).
Però, laddove le truppe alpine imperiali poterono esser utilizzate, l’avanzata procedette per oltre una decina di giorni a ritmo sostenuto, scardinando tutti i sistemi trincerati approntati dalle regie truppe nel 1915».
L’offensiva fu fermata ai limiti dell’Altopiano di Asiago. Come fu possibile?
«Il terreno degli Altipiani, montuoso e quasi privo di strade, scelto come teatro dell’attacco iniziale aveva colto di sorpresa il Comando supremo italiano che lo riteneva inadatto alla manovra di grandi masse.
Ma, dopo i successi iniziali della compagine imperiale, quello stesso terreno si dimostrò il principale ostacolo che, con l’allungamento delle linee di rifornimento e il progressivo complicarsi della logistica, impediva di alimentare adeguatamente la spinta offensiva: per gli italiani, arretrati quasi all’orlo dell’altopiano dei Sette Comuni (e quindi con tutta la rete logistica nelle proprie immediate retrovie) diveniva sempre più agevole rifornire i difensori; per gli austroungarici, costretti ad attraversare le lande altopianesi con colonne di salmerie a dorso di mulo e di cavallini croati e ad utilizzare le poche strade, lo sforzo diveniva sempre più impegnativo.
All’irrigidirsi della resistenza italiana si aggiunse, quando ormai l’avanzata si era arrestata, l’offensiva scatenata dal generale russo Brussilov in Galizia: colto impreparato e insufficientemente presidiato in quanto ritenuto tranquillo, il fronte austriaco venne infranto in poche ore; l’avanzata russa prosegui per oltre cento chilometri nelle retrovie fruttando oltre 350.000 prigionieri, distruggendo due armate asburgiche e costringendo la Germania ad un imprevisto spostamento di consistenti forze dal fronte francese per evitare il collasso dell’alleato.
Buona parte delle forze austriache bloccate sugli altipiani dovette così venire riportata ad oriente, ponendo la pietra tombale sulla cosiddetta “Maj offensive 1916” che per gli italiani aveva comunque costituito una vera “spedizione punitiva”».
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