STORIA

Lagorai, la memoria dalle trincee nelle placchette militari

Intervista con Marco Gramola, autore con Luca Girotto del volume “Placchette del Lagorai. Kappenabzeichen di scavo dalle trincee delle Fassaner Alpen’”, edito dall’associazione storico-culturale Valsugana Orientale e Tesino che a Borgo cura anche la mostra permanente sulla Grande Guerra

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FABRIZIO TORCHIO


Ad oltre un secolo dalla fine, le testimonianze della Grande Guerra continuano ad emergere. Materiali disparati emergono dai suoli sui quali gli eserciti d’Austria e d’Italia si arroccarono scavando, erigendo, sparando. 

È il conflitto che ha segnato i monti con quella che lo storico Diego Leoni, nel suo libro “La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915-1918” (Einaudi 2015) ha definito «una vasta conurbazione alpina, fatta di mille e mille insediamenti piccoli e grandi, dalla singola tenda avvinghiata a una cengia o al buco nel ghiaccio fino a vere e proprie cittadelle».

Un aspetto meno appariscente della viabilità in quota, o dei resti di fortezze e trincee, emerge dalla nuova edizione del libro “Placchette del Lagorai. Kappenabzeichen di scavo dalle trincee delle Fassaner Alpen’”, a cura di Marco Gramola e Luca Girotto.

Il libro, 13° quaderno dell’associazione storico-culturale Valsugana Orientale e Tesino (nella foto in alto, dal sito Web del sodalizio, la mostra permanente sulla Grande Guerra in Valsugana e sul Lagorai e la copertina del volume), è stato presentato a Borgo Valsugana. Kappenabzeichen è un termine che indica fregi e distintivi dei berretti militari, patriottici, reggimentali, propagandistici.

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Ricordi di unità che hanno combattuto, simboli dei Paesi in guerra, immagini di imperatori. Come sono arrivati questi oggetti alla Mostra permanente della Grande Guerra di Borgo? Che significati ci restituiscono? Lo abbiamo chiesto ai curatori del volume.

Marco Gramola, da dove provengono?

«Nella riedizione del precedente lavoro, editato nel 2011, si sono voluti inserire i nuovi materiali messi a disposizione da soci dell’Ascovt e da amici appassionati della faleristica militare della Grande Guerra, frutto di ricerche e casuali recuperi nella catena montuosa del Lagorai. Oggetti particolari, sicuramente non seriali e in alcuni casi unici che hanno consentito l’aggiornamento e l’integrazione della banca dati dell’associazione.

Non solo distintivi militari propagandistici, patriottici e di specialità o appartenenza a corpi o battaglioni, ma anche resti di cultura materiale e di Trench Art che spesso rappresentano l’unicità. Materiale che, dopo oltre un secolo, è diventato rarissimo sul Lagorai e forse per questo, molto ambito e ricercato nell’ambiente collezionistico. Come nella precedente edizione, per ogni reperto, oltre alla foto, c’è una minima scheda tecnica per facilitare confronti e futuri lavori».

Luca Girotto, cosa raccontano questi stemmi e queste scritte?

«I distintivi “informali” da berretto (perché questo erano i Kappenabzeichen, non decorazioni ufficiali o premi) costituiscono una parte importante di quella “oggettistica narrante” che, anche a 110 anni di distanza da quegli eventi, consente di calarsi nelle vicende dei singoli.

Perché alcune di queste “spillette da berretto” , recando i simbolismi identificativi di specifici reparti, intendevano stimolare lo spirito di corpo e il cameratismo tra commilitoni; altri, riportanti le date ed i luoghi di importanti battaglie o vittorie di una specifica unità solleticavano l’orgoglio ed il senso d’appartenenza del militare, oltre ad indicare i fronti o i luoghi nei quali il militare aveva operato. Altri distintivi ancora ci ricordano come nel 1914, nel 1915, nel 1916 e nel 1917 il soldato austroungarico abbia trascorso il Santo Natale non con la famiglia bensì “al campo”: sono infatti ben noti i Kappenabzeichen del “Weihnachten im Felde”.

Esistevano poi altri distintivi, cosiddetti “patriottici”, con simbolismi nazionalistici (bandiere, emblemi, motti dileggianti il nemico, eccetera) che avevano un mercato rivolto prevalentemente alla popolazione civile la quale, acquistandoli, contribuiva a sostenere lo sforzo bellico e l’assistenza a mutilati, invalidi, vedove ed orfani di guerra. E c’erano persino distintivi dedicati ai profughi, sia del Tirolo (memorabile e particolarmente significativa la spilla da berretto con le piramidi di Segonzano in rilievo) sia dal litorale giuliano. Tutti questi Kappenabzeichen contribuiscono quindi alla narrazione della vicenda bellica del singolo militare e il loro rinvenimento sui campi di battaglia ci riporta alla dimensione umana della guerra, dimensione fatta di persone pensanti e sofferenti più che di moderni strumenti di morte.

Luca Girotto, a chi appartenevano?

«La produzione dei Kappenabzeichen, iniziata quasi in sordina verso la fine del 1914, si espanse rapidamente grazie al successo incontrato (per la pregnanza dei simbolismi ma anche per l’economicità del prodotto, che poteva venire acquistato anche dal più umile fantaccino) presso le truppe di ogni ordine e grado: soldati e sottufficiali ostentavano con orgoglio i loro Feldkappe onusti di “placchette” dalle tematiche più svariate.

Per la netta separazione “di casta” che teneva gli ufficiali ben separati dalla bassa forza, il “fenomeno Kappenabzeichen” si diffuse più lentamente tra gli ufficiali, anche perché proprio la volontà di distinguersi dal semplice “infanterist” o dall’” Oberjäger” stimolò la produzione di versioni “di lusso” dei vari distintivi: per la truppa la placchetta era solitamente realizzata in versioni povere, con metalli di scarto (Kriegsmetall, tombacco, alpacca e, più raramente, rame, bronzo ed ottone), mentre per gli ufficiali, con il proseguire del conflitto, apparvero nuove versioni “per abbienti” , costose realizzazioni in oro ed argento, con smalti policromi e, a volte, persino pietre dure incastonate».

📝 Lagorai, la memoria dalle trincee nelle placchette militari

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