Claudio Barbier, dal Belgio alle Dolomiti: l'etica profonda di un alpinista
Una figura straordinaria del mondo dell'arrampicata, scomparsa nel 1977 ma che rivive grazie al libro della trentina Monica Malfatti «Dimmi che mi ami» (Versante Sud): «Un uomo cui dovremmo essere tutti grati, alpinisti e amanti della montagna, esperti e neofiti. Quella sua maniera di vivere e scalare, così inedita per i tempi, ha aperto la strada al modo di andare in montagna che si è sviluppato»
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Chi ha vissuto il mondo dell'alpinismo dei decenni scorsi lo ricorderà nitidamente: Claude (Claudio) Barbier è stato uno dei più grandi arrampicatori solitari sulle pareti delle Dolomiti. Autore di 650 salite, ha ripetuto anche tutte le grandi vie dei Monti Pallidi.
Era nato nella regione di Bruxelles il 7 gennaio 1938, fece studi classici, si avvicinò alle montagne già da preadolescente, prima sulle Alpi svizzere e francesi e fin dal 1955 sulle Dolomiti delle quali diventa uno dei massimi conoscitori. Nel 1965 apre anche due ardui itinerari sulla parete ovest della Cima Tosa e alla Torre del Lago con Jean Bourgeois, altro alpinista belga. Nel mondo dell’alpinismo più attento, il suo diventa un nome famoso e ammirato, sia pure lontano dai grandi riflettori.
A metà degli anni Sessanta, Barbier promuove l’arrampicata libera in Belgio e sulle falesie colora di giallo i chiodi per sottolinearne l'inutilità.
Per anni prosegue le scalate, spesso in solitaria, soprattutto sulle Dolomiti, affiancandole all'impegno per la promozione dell'alpinismo in Belgio. Dal 1970 declina la sua grande passione letteraria anche avviando un'attività secondaria di commercio di libri di montagna.
Purtroppo, il 27 maggio 1977, mentre lavora alla pulizia dalla vegetazione di una parete di arrampicata in Vallonia, è vittima di un incidente: sulle rocce del Paradou, vicino a Yvoir, nella zona di Namur: cede l’ancoraggio della scala di corda, Claudio Barbier viene ritrovato senza vita ai piedi della falesia.
A questa alpinista straordinario dedica un importante volume Monica Malfatti: «Dimmi che mi ami. Le Dolomiti di Claudio Barbier» (edizioni Versante Sud, collana I Rampicanti, 144 pagine, 20 euro). Un libro uscito l'anno scorso ma che vale la pena di ritrovare, qualora lo avessimoperso di vista.
«Parlare di Claudio Barbier - scrive l'autrice nell'introduzione - equivale a parlare di Dolomiti. Ed è vero pure il contrario: parlare di Dolomiti equivale a parlare di Claudio Barbier. La ragione è presto detta: le montagne non sono mai di nessuno e appartengono sempre a tutti. Appartengono al mondo, e il mondo non è mai pienamente nostro. Appartengono a chi le ama, a chi ama qualcosa lo fa suo, come una seconda pelle.
Claudio ha fatto esattamente questo con le “sue” Dolomiti: le ha amate, se ne è rivestito e ha voluto infine lasciarvi un segno, indelebile ed evidentissimo.
Solo che spesso i segni più evidenti sono anche quelli più difficili da decifrare. O meglio: da guardare sul serio, con sincero interesse. Per questo di Claudio si parla poco, decisamente troppo poco.
Si parla poco di quella sua gentilezza mista a scontrosità che ne animava il carattere. Si parla poco della sua etica intera, che dal 1957 fino alla sua morte, ha trascorso arrampicando in Italia, partendo dal Belgio, suo paese d’origine, e con qualche sporadica incursione nelle Alpi occidentali.
Si parla poco del suo voler a tutti i costi italianizzarsi il nome, da Claude a Claudio, come ennesimo atto d’amore verso il Paese che ospitava le “sue” montagne. Si parla poco delle sue imprese solitarie e della sofferenza che definiva tutti i suoi rapporti umani, caratterizzati parimenti da quell’estrema correttezza che pretendeva da se stesso e dagli altri.
Si parla poco dell’etica ferrea, spesso fraintesa, che lo portò a chiamare Via del Drago un itinerario di arrampicata ancora oggi ostico, riferendosi ad un celebre articolo di Messner ma anche alla mitologia e alla letteratura che tanto amava. Si parla poco proprio della mitologia e della letteratura che amava, di quel suo essere curioso a 360 gradi: una curiosità così totale che talvolta lo portava a sviluppare una meticolosità severa, ma sempre sincera e rispettosa degli spazi propri e altrui».
Sempre nelle pagine dell'introduzione, Monica Malfatti ricorda anche gli aspetti tecnici delle ascese dolomitiche di Claudio Barbier, a cominciare dalla la velocità, «come stesse rincorrendo qualcosa, fra quelle rocce, qualcosa da cui, allo stesso modo, fuggiva».
Grazie all'incontro con Anna Lauwaert, ultima compagna di Claudio, Monica Malfatti ha potuto restituirci queste preziose pagine sull'alpinista belga, che così può rivivere nella conoscenza comune.
Un uomo, scrive l'autrice, cui dovremmo essere tutti grati, alpinisti e amanti della montagna, esperti e neofiti: «Quella sua maniera di vivere e scalare, così inedita per i tempi, ha aperto la strada alla montagna che conosciamo noi, al modo di andare in montagna che dal 1977 – anno della sua scomparsa – ad oggi si è sviluppato».
Infine, una sottolineatura: «Questo non è un libro di storia e non un saggio per chiunque voglia leggerlo: nasce dal desiderio di capire, dall’interesse, nella vita e nell’alpinismo, a chi, dopo averne conosciuto la storia, ne subirà ineluttabilmente il fascino. Come è accaduto a me, ormai qualche anno fa»
Si legge nella presentazione diffusa dall'editore: «Scontroso ma non arrogante, caratterizzato da una veemenza incompresa e da una gentilezza inespressa, Barbier possedeva un’etica ferma ma talmente garbata da evitare ogni scontro pubblico e ha inanellato durante le sue estati in Dolomiti – arrampicando praticamente senza sosta, ogni giorno – imprese visionarie.
Nel suo modo di scalare, solo e veloce, ha condensato vent’anni di profondi cambiamenti nello stile e nella storia dell’arrampicata moderna.
Dal 1957, anno della sua prima apparizione in Dolomiti, al 1977, quando morì senza spiegazioni nella falesia di Freyr, in Belgio – dov’era nato e dove viveva quando non frequentava l’Italia – Claudio si è rivelato dirimente per tutto quello che sarebbe venuto dopo, ma non ha mai ottenuto il riconoscimento che meritava.
Dal primo concatenamento in velocità nella storia dell’arrampicata – siglato da Barbier nel 1961 sulle cinque pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo – all’apertura dell’indomita Via del Drago in Lagazuoi, questo libro intende ripercorrere le tracce lasciate da Claudio sulle montagne che lui stesso amava alla follia.
L’intento è quello di rendere finalmente giustizia alla sua impressionante attività e scongiurare il rischio, oltre che l’errore, di relegare la sua figura così decisiva all’oblio».
Monica Malfatti è nata a Trento il 29 aprile 1996, ama la montagna per osmosi e scrivere da quando ne è capace.
Laureata in filosofia e linguaggi della modernità, lavora da freelance nell’ambito della comunicazione, collaborando con diverse testate giornalistiche e occupandosi di vari uffici stampa.
Nel 2020 ha pubblicato Destino ridicolo. Fabrizio De André ascoltato da una filosofa (Marco Serra Tarantola Editore).
Dal 2022 è addetta stampa per il Soccorso alpino e speleologico Trentino, dal 2023 è accompagnatrice di media montagna.