IL TEMA

Cambiamento climatico, quale futuro per il turismo sciistico?

L'analisi di Giacomo Bertoldi, ricercatore dell'Eurac di Bolzano: tutto dipende da quanto sapremo ridurre le emissioni di gas serra, entro fine secolo la quota della copertura nevosa potrebbe alzarsi di 500–1000 metri; invece in uno scenario di contenimento del riscaldamento sotto i 2 gradi, lo spostamento sarebbe limitato a 250–500 metri

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FABRIZIO TORCHIO


Del cambiamento climatico e della minore copertura nevosa sulle Alpi abbiamo parlato la settimana scorsa con Giacomo Bertoldi e Michele Bozzoli, ricercatori dell’Istituto per l’ambiente alpino dell’Eurac di Bolzano. Per completare l’intervista del 16 gennaio, prendiamo a prestito dal primo - recentemente ospite della rassegna «Oltre le vette» di Belluno - alcuni dati.

A partire dall’aumento della temperatura media sulle Alpi Orientali (superiore all’aumento a livello globale) che dagli anni ’80 del Novecento è stato di circa 1,5°C. Di qui la possibilità che gli inverni registrino un ulteriore aumento della temperatura, nel 2050, tra 1,1°C e 1,3°C e fino al 2100 compreso fra 1,8°C e 4,7°C.

Se dal punto di vista quantitativo i ricercatori dell’Eurac non si aspettano cambiamenti significativi delle precipitazioni, variabilità e distribuzione spaziale potrebbero cambiare. Potremmo attenderci un aumento delle piogge intense e dei mesi sia più secchi, sia più umidi.

Quali azioni si dovrebbero mettere in atto per contrastare il trend del riscaldamento climatico globale?

«Entro fine secolo la quota della copertura nevosa potrebbe alzarsi di 500–1000 metri; in uno scenario di contenimento del riscaldamento sotto i 2°C, lo spostamento sarebbe limitato a 250–500 metri.

La priorità resta ridurre le emissioni di gas serra. Un aumento ulteriore di circa 2°C entro il 2050 è ormai quasi inevitabile.

Con una forte riduzione delle emissioni, la situazione potrebbe stabilizzarsi dopo il 2050; continuando con i ritmi attuali, il riscaldamento proseguirebbe fino al 2100.

Dico spesso che la scelta è tra avere in futuro in Trentino un clima simile a quello attuale dell’Italia centrale, oppure a quello dell’Italia meridionale: significa scegliere tra un aumento di pochi gradi o di circa 5°C.

Per fare un altro paragone, è come se le montagne si “abbasseranno” climaticamente di 500 o di 1000 metri. C'è margine, insomma, per avere una situazione futura in cui la neve sarà ridotta ma ancora presente oppure una situazione futura, al 2.100, in cui tutti gli aspetti legati alla neve e al ghiaccio delle nostre Alpi saranno marginali.

È quindi fondamentale prepararsi e adattarsi alle nuove condizioni.

Poiché clima, neve e acqua non rispettano i confini amministrativi, servono strategie coordinate tra istituzioni e settori. Solo un’azione congiunta permette decisioni più lungimiranti e servizi più efficienti e sostenibili per la società».

Per quanto tempo potranno sopravvivere le nostre località sciistiche?

«È una domanda difficile. Non dipende solo da aspetti climatici ma soprattutto da aspetti economici, sociali ed anche politici. Innanzitutto, già adesso le stazioni sciistiche dispongono di un innevamento naturale inferiore rispetto a una quarantina d'anni fa, quando era pensabile avere un buon innevamento già a 1000 metri. Ora bisogna salire almeno oltre 1500 metri.

Questa tendenza, in media, continuerà sicuramente almeno per i prossimi 25-30 anni. L’innevamento che attualmente abbiamo in media a 1500 metri, probabilmente fra trent'anni sarà a 2000 metri.

Se guardiamo le prospettive verso la fine del secolo, dipende molto da come riusciremo a ridurre il nostre emissioni: se continuiamo al ritmo attuale rischiamo veramente che nel 2100 praticare turismo sciistico nelle Alpi sarà molto difficile se non a quote superiori a 2500 metri.

Tuttavia, se avvieremo una tendenza a ridurre le emissioni, la situazione potrebbe stabilizzarsi intorno al 2050 e dunque un turismo sciistico sarà ancora possibile anche se con maggiori difficoltà rispetto ad ora.

Bisogna anche guardare non solo alla quota ma anche ad altri fattori: ad esempio, piste con esposizione nord o in zone molto in ombra avranno una possibilità di resistere molto meglio di piste in zone soleggiate.

Tuttavia, quello che si può dire è che già adesso il turismo sciistico dipende dalla neve artificiale e le finestre di tempo con temperature fredde per produrre neve artificiale si riducono sempre di più.

Quello che si osserva è anche che le tecnologie per produrre neve diventano sempre più potenti, si progettano bacini più ampi per avere acqua a disposizione per l'innevamento e sistemi di innevamento che producono sempre più neve.

Questo comporta ovviamente un maggiore consumo di acqua ed energia. Tuttavia, si osserva anche un continuo miglioramento della efficienza energetica e idrica di questi impianti.

Perciò a livello tecnologico è possibile prolungare il nostro turismo sciistico ancora per diversi anni.

Ovviamente questo pone questioni di sostenibilità ambientale ed economica che vanno al di là della mia opinione scientifica. Dunque, quanto le stazioni sciistiche sopravviveranno dipende molto da che tipo di scelte economiche e politiche faremo nel futuro».













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