Cai in campo contro l'uso improprio dei bivacchi alpini "mitizzati" sui social come mete
In Veneto il presidente Abbruscato rilancia l'allarme: «Vanno stigmatizzati i messaggi che pubblicizzano o invitano alla frequentazione fine a se stessa, possono mettere in pericolo delle persone», dice al Corriere delle Alpi
IL TEMA Se le vette diventano un comodo contenuto social
MANUALE Bivaccare in montagna ma «responsabilmente»
Sarà un effetto dei social, dove ci sono "influencer" che abbondano con i video (spesso più autoreferenziali che tecnici) sullo loro "imprese" alpine per raggiungere questo o quel bivacco d'alta quota, girarci delle immagini, utilizzarlo per la notte e poi ritornare a valle.
Fatto sta che il fenomeno degli escursionisti che scambiano il bivacco per un rifugio alpino (ma gratuito) pare sia in rapida crescita, anche sulle Dolomiti, sempre più attraversate da creatori di contenuti con tanto di droni e action cam.
Gia tempo il Club alpino aveva richiamato l'attenzione sui rischi di uso improprio di queste strutture (sono oltre duecento sulle montagne italiane), che nascono come ricovero di emergenza o punto d'appoggio per scalatori e alpinisti impegnati in lunghe attraversate. Non è come andare a dormire in un rifugio, in un albergo o in un camping,
Questa settimana a ribadire forte e chiaro il concetto è stato il presidente del Cai Veneto, Francesco Abbruscato: «Non sono più accettabili i messaggi che compaiono nei social che pubblicizzano o invitano alla frequentazione dei bivacchi fine a sé stessa. Questi messaggi vanno stigmatizzati in quanto possono provocare degli incidenti o mettere in pericolo delle persone», dice in un articolo pubblicato dal Corriere delle Alpi, a firma di Francesco Dal Mas.
La questione è delicata, perché oltretutto si rischia di trasmettere non solo una percezione distorta della natura di queste strutture, ma anche di invogliare a raggiungerle magari senza prima verificare esattamente le difficoltà tecniche e atletiche in relazione alle condizioni soggettive.
Una parte dei contenuti social con focus sui bivacchi è ambientata infatti in ambienti tecnicamente e morfologicamente complicati, vie ferrate, sentieri con forte esposizione, mete effetto wow, ma che implicano dislivelli rimarchevoli e consapevolezza, preparazione tecnico-atletica e capacità di valutazione individuale.
Lo stesso presidente del Cai Veneto sottolinea nell'articolo menzionato che non c'è alcuna intenzione di porre limiti formali all'accesso, ma avverte: «Eventuali abusi nell’uso dei bivacchi vanno denunciati e sanzionati». L'azione, dunque, si svogle sostanzialmente sul fronte culturale: «Possiamo invitare e accogliere nelle nostre sezioni tutti quelli che vogliono avvicinarsi all’alpinismo in modo da trasmettere quali sono i valori che i bivacchi e rifugi custodiscono. Qual è il modo corretto di usare queste strutture? Diventare noi stessi i primi custodi dei bivacchi. Custodi e sentinelle di questo patrimonio».
Certo, vien fatto di ritenere che i primi destinatari di un'opera di formazione e persuasione dovrebbero essere coloro che sui canali social, di là dalle intenzioni, possono banalizzare sia il senso delle strutture come i bivacchi sia, in fondo, la percezione dell'ambiente d'alta montagna.
Viene in mente anche che meno di un anno fa anche il Soccorso alpino veneto, riferendo dell'ennesimo recupero presso un bivacco appena ristrutturato con forme avveniristiche e molto "socializzato", il Fanton (Forcella Marmarole, di proprietà della sezione Cai di Auronzo), scriveva: «Senza puntare il dito su questo specifico caso, sono ormai poco meno di dieci, solo a partire dall’estate, gli interventi per riportare a valle dalla zona persone in difficoltà, a qualsiasi ora del giorno e della notte, con squadre a piedi o con l’elicottero.
Prima dell’installazione della nuova struttura, gli interventi erano sporadici, da quando il bivacco è diventato un’attrazione social, si susseguono numerose le missioni di recupero, molte volte per riportare a valle persone non in grado di muoversi in quell’ambiente, che non hanno attrezzatura adeguata, impaurite, bloccate dal ghiaccio e dalla neve, senza illuminazione.
Da una parte youtuber, influencer, creator digitali a renderlo una meta da instagrammare a tutti i costi, dall’altra moltissimi che vogliono assolutamente andarci.
Ricordando che i bivacchi nascono come punti d’appoggio per le vie alpinistiche e per affrontare eventuali emergenze, invitiamo a valutare sinceramente le proprie capacità ed esperienza prima di intraprendere qualsiasi itinerario.
A maggior ragione quelli più impegnativi, specie in questa stagione dell’anno quando il ghiaccio ricopre pareti, sentieri e ghiaioni.
Vi suggeriamo inoltre di non lasciarvi abbagliare dalle immagini on line, ma di approfondire la conoscenza e le difficoltà collegate a ciascun percorso. Grazie e buone camminate», concludeva il post del Soccorso alpino veneto.
Insomma, per concludere, l'impressione, in ogni modo, è che con l'aumento dei frequentatori dei monti cresca pure la categoria di chi tratta luoghi selvaggi fra le rocce con un qualunque ambiente per divertirsi e mangiare. Con tutti gli annessi e connessi immaginabili.
[nella foto in alto, il bivacco Fanton ad Auronzo, sotto l'ancoraggio della nuova struttura sul monte Pelmo, un anno fa, e quella sul ghiacciaio del Ruitor, Alpi Graie]