LA STORIA

Paolo Malfer: così da piccola realtà viticola siamo arrivati a 180 mila bottiglie

Conversazione con il vignaiolo 77enne di Aldeno, oltre 44 anni di impegno nell'azienda (oggi anche con i due figli Giacomo e Stefano) specializzata nella produzione e commercializzazione di Trentodoc. «Mi avvicinai al vino spumante nel 1963, quando frequentavo l'avviamento agrario e in biblioteca trovai un libro con le istruzioni per fare lo champagne...»
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CARLO BRIDI


La storia di questa settimana viene da Aldeno ed è quella di un viticoltore di 77 anni, con oltre 44 anni di impegno nella propria azienda, partita dal nulla. Ora, con l'entrata in azienda dei due figli Giacomo e Stefano, ha ulteriormente ampliato l'attività lanciando anche nuovi prodotti.

Parliamo di Paolo Malfer: la sua specializzazione si è rivolta fin da subito nella produzione e commercializzazione di Trentodoc.

«La mia storia di avvicinamento al vino spumante - ricorda - viene da lontano, quando nel 1963 frequentavo l'avviamento agrario e nella biblioteca della scuola trovai un libro che spiegava come fare lo champagne.

Arrivato a casa e ottenuto il permesso dei genitori, mi cimentai nel mio primo imbottigliamento seguendo quanto letto; purtroppo, però, non lessi fino in fondo.

Una decina di giorni dopo scesi in cantina e, con mia sorpresa, le bottiglie erano tutte stappate, con conseguente perdita del vino: ahimè, non avevo letto fino in fondo che i tappi andavano legati!

Non mi scoraggiai e ripetei l'operazione, questa volta legando bene i tappi. Non so dirvi quanto fosse buono, però ricordo che a fine anno faceva dei bei botti e gli adulti lo bevevano felici.

Poi, nel 1968, incominciai a provare con un po' di conoscenze in più, fino a fondare nel 1982 l'azienda Revì.

Paolo, com'è cambiata la sua azienda in questi 44 anni?

«Da piccola realtà viticola, consistente in 5.000 metri di vigneto coltivato a Chardonnay, negli anni sono passato agli attuali 14 ettari.

I vigneti sono ubicati in vari territori viticoli trentini, con diverse esposizioni e diverse altitudini. I primi anni parte dell'uva la vendevo e una parte la vinificavo; ad oggi, tutta l'uva Chardonnay e Pinot Nero prodotta viene vinificata.

Negli anni l'azienda è cresciuta, passando dalle 1.500 bottiglie del primo anno alle attuali 180.000. La commercializzazione di Revì è gestita a livello aziendale e copre un ampio territorio nazionale, con piccoli sforamenti esteri».

Com'è andata la vendemmia di quest'anno in termini di qualità e quantità?

«La vendemmia 2026 è molto interessante: la stagione calda e asciutta ha permesso di raccogliere uve perfettamente sane e con un buon equilibrio biochimico. La quantità è stata rispondente alle aspettative, con un piccolo aumento».

Quali i tipi di spumante prodotti?

«Nel settembre 1983, dopo una sosta sui lieviti di 16 mesi, usciì con la tipologia Natur (Natur, Pas Dosé, Brut Nature, dosaggio zero).

Attualmente le tipologie di Trentodoc prodotte sono dieci.

Linea Classica: dosaggio zero, brut e rosé, demi sec, Lumè (chardonnay e pinot nero); Riserva Blasé (chardonnay, pinot nero); Linea Eroi: Paladino (chardonnay - biologico), Cavaliere Nero (pinot nero), Cavaliere Bianco (blanc de noirs); Riserva Re di Revì (chardonnay, pinot nero)».

Esattamente dove si trovano i quattordici ettari di vigneti?

«Partiamo da Aldeno, arriviamo a Castione, poi risaliamo a Besenello, Ravina, Trento, per arrivare a Villamontagna.

Questi vigneti godono di esposizioni diverse, di altitudini differenti e di composizioni diverse dei terreni, caratteristiche che ci permettono di ottenere vini base equilibrati che esprimono il territorio trentino nelle sue eleganti sfaccettature».

La vostra azienda si è sempre contraddistinta per l'alta qualità dei suoi Trentodoc, puntando sulle ultime bollicine messe sul mercato, il Cavaliere bianco (Blanc de noir)...

«Siamo sul mercato con il nostro Trento doc dal 1983. L'impatto è stato fin da subito positivo ed è stata una continua crescita».

È noto che, mentre le bollicine si difendono bene, i vini fermi e particolarmente i rossi hanno un mercato in sofferenza; questo lo registrate anche per i vostri prodotti?

«Il Trentodoc in generale gode ancora di un mercato stabile, certo è che non c'è il fervore degli anni scorsi. La denominazione Trentodoc ha buona reputazione e la coerenza negli anni del prodotto delle varie aziende ha creato un'immagine credibile che, sicuramente in questi momenti, aiuta a mantenere le quote di mercato».

Pur essendo in pensione (ma si sa che chi lavora in proprio non finisce mai...), lei aiuta attivamente i figli in quanto ha la responsabilità della gestione agronomica dei vigneti. Qual è esattamente il suo ruolo?

«Posso dire di essere sempre attivo: condivido con i figli decisioni e valutazioni sulla gestione dell'intero ciclo produttivo e del futuro aziendale, non faccio mai mancare il mio supporto tecnico generale.La gestione agronomica dei vigneti, come tutta l'azienda, è frutto di un lavoro di squadra».

Oltre a lei, chi è impegnato nella gestione dell'azienda? Oltre ai figli Stefano e Giacomo (già nostro giovane protagonista di questa rubrica), vi è personale esterno? 

«Stefano è responsabile della produzione e amministrazione; Giacomo responsabile del marketing. Inoltre abbiamo diversi collaboratori con contratto a chiamata. Tutti poi collaborano nei momenti di bisogno nella conduzione dei vigneti».

Paolo, possiamo fare un confronto fra l'agricoltura di cinquant'anni fa e quella attuale?

«Sicuramente negli anni Settanta l'agricoltura, grazie alla meccanizzazione, stava crescendo, dando soddisfazione a chi a vario titolo si impegnava nel settore. Oggi la concorrenza con prodotti che arrivano da altre parti del mondo – dove tutto è più facile e i prezzi sono altamente competitivi – e l'esasperata burocrazia vigente mettono in seria difficoltà l'agricoltura italiana».

Si è mai pentito della sua scelta professionale fatta 50 anni orsono?

«Non mi sono mai pentito della scelta fatta, la rifarei domani; mi ha dato molte soddisfazioni e ad oggi è una linfa vitale che mi proietta verso il futuro e mi dà la forza per affrontare nuove sfide».

Quali sono i suoi rapporti con l’ambiente?

«È una bella domanda. L’ambiente è un unicum che va utilizzato ma allo stesso tempo protetto; i miei vigneti in parte sono coltivati secondo il protocollo della difesa integrata e in parte seguendo il protocollo biologico».

Perché non è tutta biologica?

«Perché ritengo che non tutto il territorio sia idoneo a essere coltivato secondo quel protocollo. Dove il territorio ha un microclima confacente per esposizione, irraggiamento solare, umidità, ventilazione e caratteristiche idonee dei terreni, sì».

In tutti questi anni, lei è riuscito a coltivare anche qualche hobby?

«Sì, ho sempre considerato l’avventura della spumantizzazione come il mio hobby principale, ma mai come un lavoro, e per questo ancora oggi lo vivo con gioia e voglia di sperimentare.

Nel tempo ho avuto altri hobby: il gioco degli scacchi, il canto, il ballo, la degustazione dei vini, la degustazione dei formaggi (dei quali sono maestro assaggiatore) e la degustazione dell’olio evo, del quale sono anche produttore».

Consiglierebbe oggi a un giovane di scegliere la professione del vignaiolo, che trasforma l’uva prodotta in azienda e la valorizza in cantina?

«Con le dovute cautele rispondo di sì, consigliandogli di non disperdere le proprie energie nel rincorrere i miti del momento, ma concentrandosi su pochissime tipologie di vino, in modo da avere una identità chiara e quasi non replicabile. Cercando di diventare un punto di riferimento certo, per qualità e credibilità».













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