Roberto era un esempio di professionalità e passione

Pergine. Sul mio telefono, quando squillerà, non leggerò più il suo nome: Roberto Gerola. Erano quattordici anni che ci sentivamo ogni giorno, più volte al giorno. Che ci confrontavamo, che talvolta...


Paolo Silvestri


Pergine. Sul mio telefono, quando squillerà, non leggerò più il suo nome: Roberto Gerola. Erano quattordici anni che ci sentivamo ogni giorno, più volte al giorno. Che ci confrontavamo, che talvolta litigavamo, che ci facevamo delle belle risate, che ci scambiavamo idee, critiche e complimenti. Il nostro era un dibattito spesso acceso, ma nel quale il rispetto era enorme e reciproco. Certi giorni dovevo domare la passione di un ragazzino che sembrava stesse iniziando la professione di giornalista, ma che invece aveva alle spalle decenni di lavoro al giornale e qualche bell’anno in groppa. Una passione contagiosa, coinvolgente la sua, che ci ha portati, giorno dopo giorno, a togliere le protezioni. Mi aveva raccontato della malattia, delle sue periodiche “revisioni”, come le chiamava lui, e io delle mie magagne. E l’ultima volta che ci siamo potuti vedere faccia a faccia è stato proprio per le nostre magagne. Un’apparizione, appena sveglio dall’anestesia: davanti al letto, lui. Ammetto di aver pensato ad una allucinazione post operatoria. Ma poi la sua voce mi aveva confermato che ero sveglio: “Com’ela?”. Era passato a salutarmi prima di una “revisione”.

Ecco, in questi 14 anni tra noi era così, un gesto, una parola, una confidenza. E mannaggia a me che quando mi aveva parlato di infermiere che venivano a trovarlo a casa e dottoressa che anch’essa lo passava a visitare, non avevo voluto capire. No, non volevo farmi una ragione che quella roccia si stava sgretolando. Che quelle visite si chiamavano “cure palliative”. E due settimane fa, dopo l’ultimo articolo inviato, a modo suo mi aveva salutato. Per sempre. «Sono stanco – mi aveva detto con un filo di voce -, non ho più idee, non so cosa scrivere». Che detto da lui era una sorta di: «E’ finita».

La caccia alla notizia era il suo nutrimento. Era ben più di una passione. Ed era un maestro. Mi ha insegnato che Pergine è sì un Comune grande, ma anche che Pergine è racchiuso tra Spiaz dele Oche, il Tegazzo e viale degli Alpini. Mi ha spiegato perché c’è una piazza Garibaldi anche se quello slargo a me piazza non è mai sembrato. E mi ha raccontato mille storie, di quelle che ti lasciano a bocca aperta. Già, perché Roberto era la memoria di questo paese diventato città, la terza più grande del Trentino. Per 55 anni ne è stato il cantore e il critico. Soprattutto ne è stato, appunto, il custode della memoria. Quella memoria che, sotto forma di articoli e foto, custodiva in casa. Un archivio di notizie, fatti di cronaca e quant’altro. E parte di quell’archivio, la raccolta di articoli e immagini di Canezza, lo aveva donato alla frazione, al piccolo Museo, che ne aveva fatto una mostra. E proprio il giorno dell’inaugurazione avevo potuto “rubare” un po’ del Roberto non giornalista. Per una volta, quella roccia inscalfibile, l’avevo vista sciogliersi. Non di certo per le strette di mano e i complimenti, da vecchio alpino mai e poi mai l’avrebbe fatto. No, era bastato un semplicissimo “nonno” uscito dalla bocca di una delle sue nipotine, credo fosse Emma, per farlo trasformare, mostrando per un attimo appena, un Roberto inedito, come forse solo a casa lo potevano vedere e conoscere. Ben diverso dal giornalista “ventenne” pur con 70 anni ben passati (78 il giorno del suo addio), non aveva timore alcuno di andare a muso duro dentro la notizia, di raccontare i fatti anche se erano scomodi, di alzare il tappeto e mostrare la polvere che ci stava sotto. A molti non piaceva, ma vivaddio, il giornalismo è questo, non devi piacere per forza, devi raccontare anche le cose scomode. E questo è quanto mi lascia Roberto. Assieme a un vuoto incolmabile e mica solo professionalmente.













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