Paride Tumburus, un campione d'Italia dal Rovereto al Vicenza per 175 lire

di Carlo Martinelli

In quell’estate del 1971 un pacchetto di sigarette, le mitiche “Nazionali”, costava 180 lire. Volessimo, impropriamente, valutare in euro: dieci centesimi. E, all’epoca, un quotidiano - come quello che state leggendo - di lire ne costava 50. Hanno un loro perché, queste cifre, piccole piccole. Fanno capire quale umiliazione, grande grande, toccò ad uno dei giocatori simbolo degli anni Sessanta del calcio. Si chiamava Paride Tumburus, campione d’Italia con il Bologna nello storico campionato del 1964, l’unico concluso con uno spareggio, vinto all’Olimpico di Roma per 2 a 0 dai rossoblù di Fulvio Bernardini contro l’Inter di Helenio Herera. Duecento partite e quattro gol con il “suo” Bologna, del quale fu roccia inamovibile in difesa per dieci anni, poi due stagioni al Lanerossi Vicenza, sempre in A, contrassegnata da un grave infortunio, non l’unico della sua carriera. Comunque, 26 partite e sei reti, decisive per assicurare la salvezza al biancorossi. Non solo: quattro volte in Nazionale, fa parte della sfortunata spedizione ai Mondiali del 1962 in Cile. Nell’estate del 1970 - e ci avviciniamo al cuore della nostra storia, all’umiliazione grande grande - Tumburus (all’epoca 31enne, era nato ad Aquileia nel 1939) viene ceduto in comproprietà al Rovereto. La sua valutazione è di 28 milioni, un colpo di mercato che scatena entusiasmi e speranze nella città della Quercia: i bianconeri del presidentissimo Remo Albertini hanno allestito una formazione di prim’ordine. Arrivano in Trentino anche il portiere Cantagallo dalla Spal ed Ezio Vendrame, un giovane estroso, ribelle e capellone, che lascerà un segno indelebile. Il campionato è quello di serie C, tra i rivali anche i cugini del Trento, ma l’ambizione, per nulla velata, è chiara: si punta alla serie B. Il Rovereto di quell’epoca è un fenomeno del quale si occuperà spesso anche la stampa nazionale. Lo farà anche per quello che accadrà, alla fine di quella stagione, proprio a Tumburus.  

Di partite in quel suo unico campionato a Rovereto ne disputa sedici. Sta per diventare il calciatore valutato 175 lire. Avete letto bene. Meno di un pacchetto di sigarette. Lui, “Celentano” - lo chiamavano così per via di una certa somiglianza con il cantante molleggiato - ha smesso di soffrire e macerarsi per quella vicenda. Se ne è andato per sempre cinque anni fa, nella città dove era nato e dove era tornato, a  fine carriera (fu anche allenatore al Pordenone), uno dei tanti friulani che hanno dato lustro al calcio italiano. 

Ma di quella vicenda parlò a suo tempo. Rileggiamo. “A Rovereto comincio bene, ma dopo dodici partite il nuovo allenatore Giorgis mi mette da parte. Forse gli facevo ombra. Con lui gioco solo quattro volte, tra l’altro senza percepire una lira. Albertini, il presidente, mi comunica che, se voglio, posso anche andarmene a casa. Ma io a Rovereto avevo portato la famiglia. Pretendevo che venisse rispettato il contratto e continuai ad allenarmi regolarmente. E Albertini propone di riscattarmi la lista, chiedendomi due milioni. Questo era il mio valore all’inizio di giugno del 1971”. Va ricordato che quando Tumburus entrò in rotta di collisione con la dirigenza del Rovereto si trovò lo stipendio decurtato di due terzi e venne mandato ad allenarsi con la squadra allievi. 

Tra Vicenza e Rovereto si va alle buste. Già. All’epoca funzionava così, è la procedura per quelle società che non trovano consensualmente l’accordo su un calciatore in comproprietà. In quegli stessi giorni, alle buste,  Petrini passa dal Torino al Milan per settanta milioni. L’offerta del Vicenza per Tumburus è esattamente 175 lire, quella del Rovereto è 25. Non occorre essere dei detective per immaginare che le due società si fossero accordate. Sottobanco, come era sovente costume. Il trucco delle cosiddette buste consensuali che nessuno può dimostrare. 

Così, di nuovo - in interviste dell’epoca - il giocatore: “Mi trovavo al mare e apprendo che valgo centosettantacinque lire. Non solo: il Rovereto ne ha offerti ancora meno, venticinque. Provo tanta rabbia, tanta vergogna. La rabbia di chi non può fare nulla e si sente alla mercé di persone che decidono il suo destino. Sento un’umiliazione che quasi cancella la gioia dei miei successi di un tempo. La Nazionale olimpica di Roma, la maglia azzurra ai mondiali, lo Scudetto e dieci campionati di serie A. Costo quanto un caffè. Ci considerano come bestie, vendendoci senza un minimo di dignità e di rispetto. Sono stato ingiustamente umiliato dal presidente del Vicenza, Farina.  Ma se io valgo centosettantacinque lire, lui e quello del Rovereto, come uomini, ne valgono meno”. 

 Il presidente del Vicenza ammetterà che si è trattato di un errore. Dà le dimissioni, ma poi le ritira. Tumburus vuole un chiarimento. “Andai da  Farina. Era seccato per quello che ho dichiarato. Mi comunicò che non intendeva tenermi. Mi lascia libero. E cercherà di piazzarmi in una squadra di serie D. Ma io mi sono ritrovata appiccata  l’etichetta del prezzo. Volevo giocare, almeno in serie C. Ma non me la sono più sentita di andare in campo. Sono un uomo, non soltanto un calciatore. Il pubblico è spietato: sono certo che al primo errore in campo sarei stato apostrofato con l’inevitabile insulto: ma allora vali per davvero 175 lire, tornatene a casa. La fama ha vita breve. L’infamia dura molto di più. Quelle  175 lire sono  diventate un’ossessione. Me le sento addosso”.  

Tumburus chiede aiuto a Sergio Campana, suo ex compagno di squadra nel Vicenza, poi avvocato e, soprattutto, presidente di quell’Associazione calciatori che, anche a partire dalla incredibile vicenda delle 175 lire, inizierà un duro confronto con le società. Un primo risultato arriverà quasi subito. Dopo quello scandalo - come altro lo si potrebbe definire? - la Lega calcio fisserà in 100 mila lire l’offerta minima quando si va alle buste. Oggi, al tempo delle compravendite miliardarie, degli stipendi faraonici, degli sponsor milionari (in euro), potremmo anche sorridere. Per la cronaca, tutt’altro che calcistica: Tumburus chiese sette milioni per la stagione a Rovereto e due milioni e centottantamila lire di arretrati. E vinse. Il Rovereto propose una transazione. Al roccioso difensore, per il quale erano arrivati ad offrire 25 lire, dovettero dare tutti gli arretrati e il sessanta per cento delle spettanze della stagione  1971-72. Una stagione mai cominciata. Perché dopo quell’affronto Paride, guerriero di cento battaglie calcistiche, di scendere in campo non ne volle più sapere.