L'editoriale

Tamponi, questione centrale

O si cambia strategia oppure non si vede come possa rallentare la diffusione dell’epidemia. Questo mi dicono e mi scrivono negli ultimi giorni molti medici. Occorre fare tamponi innanzitutto a medici e infermieri: sono loro i più a rischio, per se stessi e per gli altri


Paolo Mantovan

O si cambia strategia oppure non si vede come possa rallentare la diffusione dell’epidemia. Questo mi dicono e mi scrivono negli ultimi giorni molti medici. Questo mi pregano di riportare sul giornale. E questo mi sento di scrivere qui, come elemento di riflessione. Soprattutto dopo che Walter Ricciardi (già presidente dell’Istituto superiore di sanità, nonché consigliere scientifico del ministro alla salute Speranza) ha detto che l’Italia può essere in grado di seguire l’esempio della Corea che ha limitato i contagi individuando i soggetti positivi e tracciandone gli spostamenti. È la questione dei tamponi.

A Vo’, primo focolaio del Veneto, sono stati fatti per la ricerca del Covid-19 a tutti gli abitanti del paese (circa 3000 persone) ed è stato dimostrato che la grande maggioranza delle persone che si infetta - tra il 50 e il 75% - è completamente asintomatica, ma rappresenta comunque una formidabile fonte di contagio. A Vo' infatti con l’isolamento dei soggetti infettati il numero totale dei malati è scesa da 88 a 7 (almeno 10 volte meno) nel giro di 7-10 giorni. In Trentino si è scelto - fino a ieri - di fare pochi tamponi e di farli solo a soggetti sintomatici. Così come se ne fanno pochi in Lombardia: ma la Lombardia è ormai travolta dai malati e il sistema sanitario fa fatica a rispondere innanzitutto all’emergenza. Il Veneto ha deciso di fare tamponi a tappeto, almeno sui medici e sugli altri operatori sanitari. Ieri però il presidente della Provincia Maurizio Fugatti ha detto che dalla prossima settimana renderà disponibili agli operatori sanitari 1000 tamponi al giorno. E questo diventa un punto di svolta. 

Qui, in Trentino, la questione per primo l’ha posta il professor Claudio Eccher dalle colonne del nostro giornale. Ecco il passaggio più sostanzioso dell’intervento di Eccher pubblicato il 18 marzo, quattro giorni fa, e che qui vi ripropongo: «Sui tamponi anche agli asintomatici, riporto alcune opinioni espresse, per esempio da Massimo Galli, il quale afferma oltre ad essere assolutamente d’accordo che “è utile per il contenimento, identificare persone che altrimenti non lo sarebbero e metterli in quarantena. Se facciamo tamponi solo a chi ha sintomi importanti selezioniamo solo la parte più severa dei colpiti e ci troviamo con una percentuale alta di letalità”. È intuibile che più positivi troviamo, e più ne isoliamo, meno diffusione abbiamo. C’è poi il problema dei potenziali portatori sani, che sono soggetti che hanno superato, senza ammalarsi, la COVID-19 ma sono dispensatori del virus. Nel programma, per arginare e prevenire il contagio da Coronavirus, ritengo che il ruolo dei tamponi sia fondamentale». 

E su questo punto Eccher è stato seguito a ruota dal presidente dell’Ordine dei medici, Marco Ioppi. Che ha chiesto di estendere i controlli con i tamponi quanto meno sul personale sanitario che è particolarmente esposto. Non solo. Occorre aggiungere che i medici e gli infermieri sono essenziali per la cura dei malati ma al contempo sono, oltre che i più esposti, dei formidabili potenziali “portatori” di Covid 19. Se fosse vero - come dimostra lo studio fatto sulla popolazione di Vo’ Euganeo - che dal 50 al 75 per cento delle persone è asintomatico ed è nel contempo una straordinaria fonte di contagio, allora sono proprio gli operatori sanitari i primi da proteggere (totalmente, e non solo per se stessi) e da mettere in quarantena ove possibile. 

Ma ci sono anche delle controindicazioni: l'affidabilità del tampone non è del 100%. E c’è anche il caso dei falsi negativi, ossia di persone che risultano non infette quando invece sono già state contagiate: secondo una stima pare che in generale questo caso riguardi il 10% delle persone. 

Ecco perché, per ridurre l’incertezza, il test viene ripetuto due volte su ciascuna persona ritenuta a rischio. Ed ecco perché l’idea di fare tamponi a tappeto è stata esclusa quando il virus si è diffuso ben oltre i focolai di Codogno e di Vo’.

Ma il problema ora ritorna: come si ferma il contagio se gli asintomatici possono essere un veicolo?

Su questo punto, è chiaro, il confronto è aperto. Ma la partita si sta facendo più difficile. E bisogna agire rapidamente. La continua crescita di casi, la curva che non scende, sono elementi che fanno immaginare una strategia più decisa. Anche le simulazioni già realizzate dall’Azienda sanitaria che prevedono un periodo (alcune settimane) di trincea sanitaria, con gli ospedali di Rovereto, Arco e Cles completamente convertiti alla cura di Covid 19, oltre che gran parte di Trento e un po’ alla volta anche gli altri fino ad utilizzare il presidio di Mezzolombardo, ci dicono che al momento si sta curando quasi solo chi è colpito dal virus, tutte le cure per le altre patologie sono ridotte al minimo essenziale. 

La decisione del presidente Fugatti di aumentare il controllo con i tamponi, quindi, va nel verso indicato in questi giorni da un numero sempre superiore di esperti e di medici. È un modo per tentare di ridurre le fonti di contagio (che in Corea è riuscito). Non sarà una scelta “indolore” perché costringerà all’isolamento alcuni medici e infermieri che saranno trovati positivi e quindi ridurrà la presenza di sanitari. Ma è giunto il momento di modificare, almeno in parte, la strategia.