intervista

L'aquila reale, il gipeto e gli altri: così è cambiato il rapporto con la natura in Trentino

Parla una figura storica del Muse, l'esperto Paolo Pedrini, autore fra l'altro di uno dei primi monitoraggi del più grande rapace alpino: «Il periodo 1987-88 è stato rilevante, con la nascita dei parchi, dei biotopi. La svolta l’ha data poi negli anni Novanta la Rete Natura 2000»

STUDIO Come valutano la qualita della vita gli abitanti delle Alpi?


FABRIZIO TORCHIO


Nel Trentino l’aquila reale è specie protetta dal 1971, e l’autore di uno dei primi monitoraggi del più grande rapace alpino - simbolo della Provincia - è Paolo Pedrini, che lo studiò nel 1982. Dopo essersi dedicato all’insegnamento, Pedrini ha iniziato il lavoro di naturalista al Museo di Scienze Naturali, oggi Muse, il 1° gennaio 1985. 

Si è occupato soprattutto di zoologia dei vertebrati e in tutti questi anni, come ornitologo, è stato una figura di riferimento di progetti, ricerche, monitoraggi, collaborazioni e pubblicazioni di ogni genere.

Ora che va in pensione gli abbiamo chiesto di spiegarci come sono cambiate l’attenzione per la natura e la protezione.

Quando ha iniziato?

«Nel 1982, con l’Ufficio Parchi della Provincia, ho lavorato alla ricerca sull’aquila reale e contemporaneamente, con il Museo, ho iniziato il catasto delle zone umide del Trentino, che è stato la base per l’istituzione dei biotopi, cinque anni dopo.

Nel 1988 è seguita l’istituzione dei Parchi. Avevo iniziato a collaborare con i musei di Trento e Rovereto e con il Wwf per la ricerca sulla Lontra. Con il concorso per conservatore per la didattica sono entrato al museo e nel gennaio 1995 ho iniziato ad occuparmi di zoologia dei vertebrati, proseguendo con le aquile nel Parco Adamello Brenta e i primi monitoraggi di inanellamento alle Foci dell’Avisio».

Come è cresciuta l’attenzione per la natura?

«Il periodo 1987-88 è stato rilevante, con la nascita dei parchi, dei biotopi. La svolta l’ha data successivamente negli anni Novanta la Rete Natura 2000: uno dei compiti del Museo è stato quello di partecipare con i servizi della Provincia e con altri enti al progetto Bioitaly, che ha permesso di rilevare tutta una serie di aree diventate poi i siti di importanza comunitaria che oggi fanno parte della rete europea, nazionale e provinciale.

La base sono state le direttive Uccelli e Habitat che hanno avviato un percorso culturale nuovo anche per il naturalista di allora: un tempo si parlava di specie rare, poi di specie indicatrici, poi di specie considerate minacciate su scala europea. Si iniziava allora a parlare di biodiversità, termine oggi scontato».

Come è cambiato lo sguardo sulla natura?

«L’arco professionale mi ha permesso di osservare l’evoluzione di un discorso culturale interessante. Oltre all’attenzione sui rapaci - allora rari e indicatori di un ambiente cambiato - c’era la montagna che era ancora vissuta alle diverse quote con diversi ambienti e paesaggi tradizionali che allora non percepivamo come di valore, ma che poi si sono rivelati gli elementi mancanti della diversità: oggi c’è la perdita di ambienti creati dall’uomo che sarebbero ottimi habitat.

La storia del Re di quaglie è il contrario di quello successo all’aquila: mentre questa prendeva vigore una volta protetta, specie come questo rallide che vivevano nei contesti rurali si sono trovate in difficoltà perché è cambiata la gestione.

La natura è qualcosa che sta in ogni luogo, anche in un contesto urbano abitato dall’uomo, e questo apre molti discorsi sul ruolo di dialogo del museo. Ecco perché poi negli anni i confini dettati dalla Rete Natura 2000, importanti per segnalare delle evidenze, sono oggi superati da questa visione di rete di relazioni e di contesti. Interessanti sono quindi le modalità di lavoro del museo, come ente culturale».

Specie un tempo rare oggi sono in salute.

«Con l’arrivo del bosco e la gestione sostenibile della caccia sono arrivati gli ungulati, c’è stato un ritorno dei rapaci con il miglioramento dei fitofarmaci in agricoltura, i grandi carnivori hanno trovato spazi per nascondersi - il bosco - e prede: una situazione nuova, non prevista. La Lontra, specie estinta dopo l’alluvione del 1966, è alle porte: in Val Pusteria, in Veneto».

Uno dei progetti di successo è stato quello del Gipeto. Perché?

«È stato uno dei primi progetti internazionali con tanti Paesi e non ha avuto conflitti, trattandosi di un avvoltoio e non di un rapace. Inoltre è stato un progetto alpino e ha avuto un forte coordinamento. Il Gipeto ha vissuto nelle alte quote e una funzione positiva sicuramente i parchi l’hanno avuta.

Quanto è cresciuta la collaborazione internazionale?

«Tanto, anche perché ci sono giovani formati nella ricerca anche nei musei. Passando dalla singola specie alla biodiversità ti rendi conto del valore dell’avere tanti dati diversi, ed è proprio perché la natura sta un po’ ovunque, che la fiducia va posta anche nei confronti di chi usa il territorio ed è un privato cittadino, o un’azienda. Il dialogo con i cosiddetti portatori di interesse è fondamentale per creare delle forme di rispetto».

Come cambia la ricerca in Trentino?

«La prospettiva può essere quella di una forte collaborazione fra gli enti provinciali. I musei di Trento e Rovereto hanno entrambi delle competenze scientifiche e territoriali, date molto anche dalla raccolta di dati. Poi ci sono la FEM, la Rete Natura 2000 le foreste e il mondo agricolo che può dare indicazioni grazie ai monitoraggi della biodiversità. Il terzo elemento della ricerca è la condivisione dei dati. Siamo una realtà fortunata».

È misurabile l’interesse dei cittadini?

«È importante mantenere il dialogo con i cittadini e con le associazioni e intercettare anche conoscenze di altre ricerche fatte altrove e portarle sul territorio. Un ruolo importante che spetta ai musei, anche alla partecipazione dei cittadini, quella che oggi chiamiamo Citizen Science».

[nella foto in alto, diffusa dalla Provincia, la liberazione dopo le cure di un'aquila reale trovata ferita da operatori del parco Adamello Brenta, copra Madonna di Campiglio nel 2017; nell'immagine nel testo, Paolo Pedrini]













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