«Il nostro alpinismo? Non vogliamo lasciare tracce permanenti»
Arrampicata dolomitica in "stile leggero", parla Emanuele Andreozzi che con Fabio Tamanini e Vaida Vaivadaite, in invernale sul ghiaccio del monte Fop, componeva una delle cordate trentine selezionate nella big list dei premi Piolets d'or, in corso ora in Primiero. L'altra era composta da Massimo Faletti e Berni Rivadossi, che hanno affrontato in agosto la parete sud della Marmolada d’Ombretta
PROGRAMMA Piolets d’or: gli eventi a San Martino di Castrozza
IMPRESE Ecco le tre ascensioni scelte dalla giuria
ZOOM Himalaya e Karakorum i teatri dei Piolets d’or 2025
Dal 9 al 12 dicembre a San Martino di Castrozza si svolge l'edizione 2025 dei Piolets d’or 2025, gli «Oscar» dell’alpinismo, che vengono conferiti ogni anno alle imprese più rilevanti e che nascono dall'avventura, dal coraggio e dall’esplorazione sulle montagne del mondo.
Le piccozze d’oro sono assegnate dalla giuria internazionale composta da Ethan Berman, Aymeric Clouet, Young Hoon Oh, Ines Papert, Enrico Rosso, Jack Tackle e Mikel Zabalza, sette alpinisti affermati «i cui diversi successi incarnano lo spirito, l’etica e il futuro dello stile alpino», come viene spiegato dagli organizzatori del premio.
Oltre settanta ascensioni portate a termine nel 2024, significative e innovative, sono state selezionate per la «big list» compilata da Lindsay Griffin dell’American Alpine Journal con l’aiuto del collega Dougald MacDonald e di Rodolphe Popier della Fédération Française des Clubs Alpins et de Montagne.
Fra queste vi sono due salite in Dolomiti realizzate da alpinisti trentini: l’8 marzo scorso Emanuele Andreozzi, Fabio Tamanini e Vaida Vaivadaite hanno tracciato «Per Elisabetta» sulla parete nord del Monte Fop (2.883 metri) nel gruppo della Marmolada, una difficile via su ghiaccio e misto di 500 metri con difficoltà WI6 e M6+.
Sulla parete sud della Marmolada d’Ombretta (3.247 metri), Massimo Faletti e Berni Rivadossi hanno salito in agosto «Ego Land» sul grande Dorso dell’Elefante, via liberata da Rivadossi e Luca Bana con difficoltà fino a 8c/c+ (7c+ obbligatorio) e considerata oggi una delle più «dure» delle Dolomiti.
A Emanuele Andreozzi (a destra nella foto qui sopra insieme ai due compagni di cordata) abbiamo posto qualche domanda.
Sulla parete in ombra del Monte Fop, con la sua vetta appuntita, che condizioni avete trovato aprendo “Per Elisabetta”? E quali difficoltà, anche nel proteggersi?
«Le difficoltà sono arrivate subito al secondo tiro, dove quella che da lontano ci era apparsa come una bella cascata di ghiaccio, invece si rivelò una struttura molto instabile, costituita da croste di ghiaccio colate sopra neve farinosa.
Tutto il tratto iniziale era impossibile da proteggere e davvero al limite da scalare, poi più in alto le cose sono migliorate, sia sul tiro stesso, che nel resto della via.
La fortuna è stata dalla nostra parte quando a metà parete abbiamo scoperto che un tunnel ci permetteva di passare sotto degli enormi strapiombi.
Il cunicolo ha risolto gran parte dei nostri problemi e ci ha permesso di arrivare in cima ancora alla luce del giorno, ma la salita era rimasta comunque incerta fino all’ultimo, perché proprio nel tratto finale vi era un’altra sezione ostile su roccia marcia, questa volta senza alcun “bypass”.
Insomma abbiamo dovuto sudarcela fino all’ultimo metro».
La sua etica alpinistica è improntata al rispetto: può spiegarla?
«Più che di etica, preferisco parlare di stile. Tutto parte dalla linea, che deve essere naturale, proprio come questa via, che si sviluppa lungo un enorme spaccatura, ben visibile dalle vette distanti anche parecchi chilometri.
Con i miei compagni non vogliamo lasciare tracce permanenti, quindi niente materiale fisso come gli spit, ma esclusivamente protezioni mobili che il primo di cordata piazza ed il secondo recupera. In questo modo la montagna rimane pulita, esattamente come lo era prima del nostro passaggio.
Se non dovessimo essere in grado di compiere un’ascesa con questi mezzi naturali, rinunceremmo, lasciando la salita a qualcuno più forte di noi o alle generazioni future».
Nella lista di ascensioni meritevoli stilata per i Piolets d’or 2025, dicono gli organizzatori, figurano salite degne di nota e avventurose, su terreni inesplorati e con arrampicata tecnica in stile leggero. È questo il futuro dell’alpinismo, secondo lei?
«Non voglio avere la presunzione di dire quale sarà futuro dell’alpinismo, ma sicuramente il mio sì, continuerà ad andare in questa direzione. Ed è bello che l’Oscar dell’alpinismo premi e metta in risalto proprio questo stile di salite, penso sia un bell’esempio per le nuove generazioni e un incentivo alle attuali per proseguire lungo questa difficile e faticosa strada».
Perché ha scelto di diventare guida alpina?
«Penso sia stato un processo naturale, da tanti anni ho un amore e una passione totalizzante per la montagna, diventare guida alpina mi ha consentito di viverla ancora più nella sua interezza e non solo come un hobby nel tempo libero. Da guida ho la possibilità di trasmettere questo amore anche a tutti coloro che avranno il piacere di legarsi ed essere accompagnati da me».
[le foto sono tratte dal sito Web di Emanuele Andreozzi e dal suo canale YouTube]