TESTIMONI

Emanuele Andreozzi a "Oltre la vetta": il peso della perdita dei compagni di cordata

Il forte alpinista trentino domenica 15 marzo sarà il protagonista del sesto episodio del videopodcast prodotto dal Cai nazionale e curato da Sofia Farina, che esplora il dolore, la perdita e la rinascita attraverso le voci di chi ha vissuto un lutto legato alla montagna

IN PARETE «Il nostro alpinismo? Non vogliamo lasciare tracce permanenti»
INTERVISTA Sofia Farina, coordinatrice del progetto "Oltre la vetta"
EPISODIO 5 Il trentino Rolando Larcher: rischio, responsabilità e passione
EPISODIO 4 Raccontare la montagna senza rimuovere l’ombra: Enrico Camanni



Domenica 15 marzo (alle 18) sarà pubblicato il sesto episodio inedito della serie di videopodcast Oltre la vetta, prodotta dal Cai nazionale e curata da Sofia Farina: conversazioni che esplorano il dolore, la perdita e la rinascita attraverso le voci di chi ha vissuto un lutto legato alla montagna.

In questa puntata la conversazione sarà con l’alpinista trentatreenne Emanuele Andreozzi, che vive a Trento, noto per il suo stile rigoroso e per la ricerca di nuove vie su ghiaccio e terreno misto, dalle Alpi all’Himalaya. Sono decine le vie da lui aperte nelle Dolomiti e sulle Alpi Occidentali oltre i 4000 metri, oltre a una linea in Pakistan over 6000.

Recentemente, all'edizione 2025 dei Piolets d’or, gli «Oscar» dell’alpinismo, fra le settanta ascensioni del 2024, significative e innovative, è stata selezionata per la «big list» quella compiuta l’8 marzo proprio da Emanuele Andreozzi, Fabio Tamanini e Vaida Vaivadaite, che hanno tracciato «Per Elisabetta» sulla parete nord del Monte Fop (2.883 metri) nel gruppo della Marmolada, una difficile via su ghiaccio e misto di 500 metri con difficoltà WI6 e M6+.

«La montagna - ricorda la curatrice del videopodcast - è un luogo di libertà e passione, ma anche uno spazio in cui il confronto con il rischio e con la morte fa parte della realtà di chi la frequenta a lungo.

Con Emanuele Andreozzi affrontiamo un tema che raramente trova spazio nei racconti di montagna: la perdita dei compagni di cordata e il peso che queste esperienze lasciano nel tempo.

Andreozzi racconta come, nel corso degli anni, abbia visto morire molti amici e conoscenti legati al mondo dell’alpinismo.

Un’esperienza che segna profondamente chi rimane e che rende impossibile ignorare il lato più duro di questa passione.

La consapevolezza del rischio cambia con il tempo, con l’esperienza e con le perdite accumulate, ma non diventa mai qualcosa a cui ci si abitua davvero: ogni lutto resta difficile da affrontare.

La conversazione si allarga poi al modo in cui oggi viene raccontata la montagna.

Secondo Andreozzi, negli ultimi anni si è passati da una narrazione eroica dell’alpinismo a un racconto che spesso tende a nascondere le difficoltà e i pericoli, come se tutto dovesse apparire facile e controllabile.

Per questo invita a un approccio più onesto: non drammatizzare, ma nemmeno omettere la fatica, l’incertezza e i momenti in cui le cose possono andare male.

Una riflessione lucida e sincera su cosa significhi vivere la montagna fino in fondo, ricordando che oltre l’impresa e oltre la vetta restano sempre le persone, la memoria e la responsabilità di raccontare la realtà per quella che è».













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