Dhaulagiri 1976, mezzo secolo fa le «Aquile» del Primiero nella storia
A 50 anni dalla conquista dell'ottomila himalayano i ricordi dei cinque alpinisti Giampaolo Zortea, Silvio Simoni, Luciano Gadenz, Gianpietro Scalet e Gianpaolo Depaoli: una pagina storica per l'alpinismo che rivivrà con il racconto dei protagonisti in una serata prevista il 16 maggio a Fiera
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Giampaolo Zortea, Silvio Simoni, Luciano Gadenz, Gianpietro Scalet e Gianpaolo Depaoli. Cinque uomini che ancora oggi custodiscono la memoria viva di una delle più grandi imprese dell’alpinismo italiano.
Cinquant’anni dopo la conquista del Dhaulagiri, loro - guide alpine del gruppo Aquile di San Martino e Primiero - si sono ritrovati per riaprire insieme una pagina entrata nella storia: il vento dell’Himalaya, la fatica dei campi alti, le attese, la lunga marcia verso gli 8.172 metri di una montagna che nel 1976 era ancora territorio per pochissimi.
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Era il 4 maggio di quell’anno quando la spedizione trentina raggiunse la vetta del Dhaulagiri senza ossigeno, con mezzi essenziali e uno spirito d’avventura oggi difficile persino da immaginare.
Di quella storica spedizione facevano parte anche Renzo Debertolis, capospedizione, le guide alpine Camillo Depaoli e Edoardo Zagonel, insieme agli alpinisti Francesco Santon, vicecapo spedizione, Sergio Martini e Luigi Henry e al medico Achille Poluzzi.
Tutto iniziò alla fine di novembre del 1975, quando Francesco Santon presentò alle Aquile il permesso per la parete nord del Dhaulagiri: in poche settimane bisognava trovare fondi, materiali e organizzare un’impresa che normalmente richiedeva almeno un anno di preparazione.
Fu una corsa contro il tempo sostenuta dall’intera comunità di Primiero, tra prestiti bancari, attrezzature recuperate e aiuti arrivati da tutta la valle.
A complicare tutto, a ridosso della partenza, arrivò l’annullamento del volo militare per il Nepal a causa dello scandalo Lockheed. Decisivo fu allora l’interessamento di Beppe Tenti, che riuscì a garantire un volo di linea per Kathmandu.
Il 23 febbraio 1976 la spedizione poté finalmente partire. Fu una spedizione pienamente nello stile himalayano di quegli anni, lontana dall’alpinismo leggero di oggi. Il gruppo raggiunse il Dhaulagiri dopo settimane di avvicinamento, accompagnato da circa 370 portatori e da una decina di sherpa incaricati di trasportare materiali e attrezzature fino ai campi alti.
Seguì il lento lavoro sulla montagna: l’allestimento progressivo dei campi, il trasporto dei carichi lungo la parete, le rotazioni per l’acclimatamento e l’attesa delle giuste finestre di bel tempo. Un’ascesa costruita passo dopo passo, con fatica quotidiana, in condizioni estreme e con mezzi essenziali.
Dopo settimane di lavoro, il tentativo decisivo arrivò ai primi di maggio. Il 4 maggio 1976 Zortea e Simoni raggiunsero la vetta del Dhaulagiri, firmando il successo della spedizione. Con loro quella mattina era partito anche Gadenz, costretto però a fermarsi a quota 7900 metri a causa di un principio di congelamento.
«Arrivammo in cima in una giornata di bufera, con visibilità quasi nulla e chiesi a Simoni di fotografarmi con l’altimetro che in quel momento segnava 8195 mt. La mia preoccupazione più grande era quella di riuscire a ritornare al Campo V senza perderci. Non fu semplice, ma riuscimmo a tornare indenni» ricorda Zortea.
Simoni descrive «l’impressione quando mi affacciai sulla parete del versante opposto: un abisso nero di nubi in bufera. Fu un’esperienza al limite che mi fece comprendere il sottile confine tra la vita e la morte. Custodisco i ricordi di quella spedizione come qualcosa di profondamente intimo».
Gadenz sottolinea invece il valore formativo di quell’esperienza: «Ringrazio il Dhaulagiri. Per me fu un’esperienza nuova che mi aiutò molto e mi preparò alla spedizione sull’Annapurna III dell’anno seguente». Scalet: «Arrivai fino a quota 7.200 dove allestimmo corde fisse. Rientrai poi al campo base per malessere da alta quota. Ricordo nitidamente i giorni di Pasqua e Pasquetta che passammo interamente nelle tende, mentre fuori imperversava la tormenta di neve».
Non mancano però aspetti peculiari della spedizione, come racconta Depaoli: «Come cuoco e rifugista uno degli impegni più importanti che presi fu quello dell’alimentazione. Gli approvvigionamenti arrivati al Campo Deposito non erano assolutamente sufficienti, oltre che di scarsa qualità. Mi dovetti far sentire con il capo spedizione per riuscire ad avere dei rifornimenti adeguati». Il ritorno fu accolto da un entusiasmo collettivo: un pullman di primierotti attese il gruppo a Linate, mentre ai Masi di Imer, all’imbocco della valle di Primiero fu allestito un grande arco.
«A Fiera di Primiero c’era tantissima gente. Fu molto emozionante», ricorda Scalet.
Tra i ricordi meno noti anche una breve quarantena per parte del gruppo all’ospedale di Feltre (Belluno) per alcuni disturbi intestinali.
Le testimonianze della spedizione verranno raccontate dai protagonisti nella serata all’Auditorium del 16 maggio (ore 20.30) in cui verrà proiettato anche un docufilm e sarà reso disponibile il diario del capo spedizione Renzo Debertolis.