La provocazione e la speranza

"Il mio cenone di Natale con le sagome dei miei amici"

Come "incontrare" le persone care e costruire un ricordo bellissimo in un periodo maledetto fra timor di Covid e restrizioni: genio d'un Pier Dal Rì


Paolo Mantovan

Ma che Natale sarà? Con i nostri cari, sicuramente, ma pochi, pochissimi. E certamente c’è chi passerà questa giornata da solo: farà qualche telefonata, delle videochiamate, sorriderà, penserà. Scorrerà anche qualche lacrima. I regali? Scaglionati nel tempo e attraverso le possibili occasioni costruite sulle finestre di “quasi libertà” del combinato disposto di dpcm Conte e ordinanza Fugatti. Il cenone sarà una cenetta. Non è una tragedia, lo sappiamo tutti. E poi Natale passa, dai, ragazzi. E anche Capodanno, suvvia. Nessuno dice che lo faremo perché poi “andrà tutto bene”, no, meglio non dirlo, visto com’è andata la scorsa volta. Però il Natale “ristretto” lo faremo tutti ben consapevoli che è un tentativo per fermare l’escalation di ricoveri, terapie intensive, vittime. Dobbiamo tenerci stretto questo pensiero. Ma intanto andiamo con l’immaginazione a questo nostro Natale 2020, così diverso, così nuovo e inaspettato. 

Pier Dal Rì, una vita da dirigente provinciale e, da sempre, genio della provocazione, ha pensato di “costruire” il suo cenone di Natale con le “sagome” dei suoi amici. Sì, le sagome. Alcuni giorni fa ha cominciato l’opera (lui è anche “uomo del fare”, chi lo conosce lo sa bene) e s’è ritagliato il profilo di alcuni amici (lo vedete nella foto), li ha disegnati da par suo, coloratissimi, e li ha piazzati ciascuno al proprio posto nella sala da pranzo di casa. Ieri ha pure imbandito la tavola, con vini preziosi e piatti per l’occasione. È una nuova liturgia. Forse il rito della nostalgia. Però è bellissima.

Pier Dal Rì, ma come le è venuto in mente?

«Ho iniziato a pensare che con questo Covid era obbligatorio buttar via gli antichi schemi»

Già, è tutto saltato. Come si fa a festeggiare come niente fosse?

«Appunto. Il Covid ti obbliga al sacrificio di stare a casa e intanto scopri che c’erano comunque dei rituali antichi e ipocriti: sapevi già il menù, chi c’era e chi magari non c’era, le solite cose, le frasi fatte. Io ho pensato che avrei voluto avere qui gli amici e insieme che avrei dedicato loro una cosa speciale. E così ho iniziato a preparare i cartonati».

Gli amici lo sanno che saranno presenti così? Che avranno uno specialissimo Natale?

«Certo che lo sanno. E verranno poi a prendersi la loro sagoma e se la porteranno a casa. Sì: verranno qui, da me, quando potremo vederci e si prenderanno il loro cartonato. Uno mi ha già detto: “è il più bel regalo che ho ricevuto negli ultimi quarant’anni”! Ahahaha. Ma no, dai, è un po’ troppo. Però tutti, quando gliel’ho detto, erano stupiti, divertiti e mi hanno ringraziato».

Sono riproduzioni fedeli?

«Beh, ho fatto il possibile, secondo le mie capacità. ma soprattutto vorrei regalar loro qualcosa di bello da condividere. Credo serva un messaggio positivo, ironico, sdrammatizzante».

Infatti le sagome sono sorridenti...

«Sì, tutti i cartonati sono felici. Ci sono anche due medici ospedalieri: li ho piazzati vicini alla porta e li ho vestiti quasi uguali per potersi infilare il camice in fretta e poter andarsene rapidamente se un’urgenza li chiama. Al tavolo ho alternato donne e uomini. C’è anche Monica, il suo uomo con la chitarra... Si deve suonare e cantare, per dinci. Poi così, con queste sagome, sono tutti belli, eleganti, felici, non devono mettere la mascherina, arrivano tutti puntuali...»

Ah, qui addirittura li punzecchia...

«Ma no. Io credo che saranno contenti. Quando a casa rivedranno la loro sagoma, che sono certo terranno con affetto come ricordo, non potranno che pensare a questo Natale. Non diranno: “ma aspetta, che anno era? Quand’è che il Pier s’è inventato questa cosa?”, no, cari miei, si ricorderanno subito che era il Natale del 2020, un Natale indimenticabile. Ecco: credo che così un Natale che doveva essere maledetto potrà diventare un Natale bello. Tutti gli amici riguardando la loro controfigura penseranno a certi magnifici silenzi». 

Quindi Dal Rì, lei vuol dire ai suoi amici (e anche a noi, ovvio) che in un momento così, così triste e difficile, dobbiamo far uscire il bambino che è in noi?

«Bravo. Proprio questo. Soprattutto bisogna uscire dal tunnel della lamentela. Lamentela per cosa poi? Perché non si trova il tempo per andare a prendere un regalino, un capo d’abbigliamento o un intimo per signora? Perché non potremo esibire il nostro regalino indossato?» 

Il messaggio allora é: “ritrovate ogni speranza, voi ch’entrate in questo Natale”?

«È un messaggio di gioventù e di saggezza insieme. Liberiamo il nostro bambino, diamo fiato alla fantasia e al colore. È un Natale di guerra ma la fantasia non costa niente, il colore non manca, la creatività serve proprio in questi momenti. Facciamoci soccorrere dalla creatività. E poi siamo in fondo al baratro, no? E allora dal fondo si può solo risalire!».

Con Pier Dal Rì ci lasciamo qui. Promette che alla prossima festa ci sarà anche il mio cartonato. Lo vedo sorridente e sorrido. 

Mi ha ridato energia, voglia di guardare con altri occhi. Questo “canto di Natale” di Pier Dal Rì è un viatico per affrontare il viaggio di queste festività, accettare la nuova situazione, sperare che possa servire ad annunciare un prossimo Natale con figli, genitori, nonni, tutti insieme attorno al tavolo.

 p.mantovan@giornaletrentino.it