L'editoriale

Il lavoro da casa ci ha già cambiati

Lo smart working è un nuovo modo di "vivere": quando anche sarà finita l'emergenza coronavirus, il lavoro da casa continuerà perché abbiamo capito che le tecnologie ce lo permettono. C'è chi ci guadagna: aziende, enti pubblici e anche lavoratori. Ma ci si può anche perdere molto. A New York e a Milano se ne stanno accorgendo. E anche a Trento...


Paolo Mantovan

Ora che i contagi salgono e che il Ferragosto è passato, ora che si inizia a rientrare dalle ferie e il lavoro, in molti uffici, procede ancora in smart working, ora che la scuola s’avvicina e si prevedono quarantene di classe e lockdown a singhiozzo: ora sì che bisogna fare i conti con un mondo che è cambiato più di quanto volessimo credere. Perché in questa prospettiva del lavoro da casa, della differente gestione dei figli, del minor movimento con i trasporti pubblici si insinua un fenomenale cambiamento delle nostre vite. E anche chi chiude gli occhi e continua a volere la “normalità” e il ritorno alla “normalità” deve prendere atto che è avvenuto un vero cambio di passo: con la clausura, a Milano come a New York, a Trento come a Bolzano, sono diventate “pane quotidiano” tecnologie che ci permettono di fare quasi tutto. Non come prima, certo. Ma a volte addirittura meglio di prima. Con risparmi di tempo e di spesa, con maggior cura della famiglia e della casa, pure con risultati migliori, talora, nel lavoro. Lo smart working - lo ha sentenziato uno studio di Harvard su 3,1 milioni di dipendenti in 16 città del mondo (comprese Milano e Roma) - ha prodotto risultati (all’apparenza) sorprendenti: si lavora più a lungo, si fanno più riunioni e incontri (virtuali), e si scambiano più email. Una maggior produttività con una migliore qualità della vita: meno pendolarismi, trasferte, stress di chiusure, corse per prendere il bus o far la spesa. 

Tutto questo cambierà la nostra vita e le nostre società. Cambierà (e ha già cambiato) modello di sviluppo e di relazioni sociali. Un cambiamento affascinante e inquietante insieme. In America c’è chi dice che il lockdown ha modificato per sempre New York City. 

New York City un tempo era la città aperta 24 ore su 24, adesso la chiamano “Ghost Town”. A Manhattan circolano pochissime persone, migliaia di uffici sono deserti. Le tre banche Barclays, JP Morgan Chase e Morgan Stanley, che sono tra i principali affittuari di Manhattan, affittano 930 mila metri quadrati di uffici a New York per i loro 20 mila dipendenti. Hanno deciso che probabilmente non tutti i loro dipendenti torneranno in ufficio, anche dopo il coronavirus. E lasceranno degli stabili. E pagheranno meno affitti. Ma sugli affitti si basa gran parte della raccolta delle risorse per i servizi di New York: come si potrà mantenere l’attuale servizio di polizia e di pulizia? Certo, ci saranno anche meno criminali e meno sporcizia, ma crollerà un sistema: e tante persone si troveranno senza lavoro.

A Milano il sindaco Sala ha preparato un piano di rientri grazie al quale solo 3500 dei 15 mila dipendenti comunali lavorino a distanza. Perché altrimenti la città muore. Milano, capitale dell’economia, dei servizi, dell’incontro, delle relazioni. Senza impiegati e uffici attivi si fermerebbero ristoranti, bar, negozi, trasporti. E le tasse... A Trento il presidente Fugatti, sollecitato dalle categorie dei commercianti e dei baristi, ha capito subito che andavano riportati al lavoro in ufficio gran parte dei dipendenti provinciali.

Ma si può procedere forzatamente? Se il modello fordista (tutti fuori assieme in fabbrica e negli uffici alla stessa ora) è saltato, si può rimetterlo in moto per decreto? No. Perché tante imprese, banche, le scuole stesse, hanno già interiorizzato la novità. E perché la tecnologia permette il cambio di passo. Ora è facile per tutti ed è comodo per molti. Perché qualche migliaio di lavoratori dovrebbe scendere da Pergine a Trento ogni giorno se è possibile fare riunioni via WhatsApp e produrre lavoro in tempo reale direttamente dal pc di casa? Perché cambiare la macchina ogni tre anni? O spendere i soldi dell’abbonamento al bus o al treno? E poi si può curare il giardino. E “curare” bene i rapporti familiari. 

E così cambierà anche il mercato immobiliare. A New York sta già accadendo. Gli uffici costeranno una pipa di tabacco, crolleranno i prezzi delle case in centro storico, si imparerà a vivere nei centri più importanti della periferia anziché nel capoluogo. E i servizi si sposteranno. E la casa, che prima era il dormitorio, diventerà il centro della socialità. Tanti, durante il lockdown, hanno sentito tutta l’inadeguatezza di una casa piccola e senza poggiolo o giardinetto: e allora si cambierà anche il modo di costruire. Basta monolocali, più stanze, più terrazzi. E poi tanta “attrezzatura” tecnologica. Sarà necessario che tutti possano accedere agli strumenti che permettono di lavorare da casa, di rapportarsi con il “mondo esterno”.

Ma se accadranno tutte queste cose - che già stanno accadendo - sarà necessario interrogarsi sul livello di socialità che andiamo insieme a guadagnare e a perdere. 

Certo, per chi è già attrezzato alle relazioni sociali trovarsi a gestire se stesso, la famiglia e lo smart working non è difficile anzi è, a tratti, addirittura rasserenante. Ma a volte anche limitante: c’è bisogno di uscire, di incontrare altre persone, di aprire i polmoni e il cervello, di aprirsi agli altri, di non diventare monocellule. E che ne sarà poi di chi non è attrezzato, come i ragazzi che stanno finendo il percorso di studi adesso e poi dovessero iniziare a lavorare immediatamente da casa, restando a vivere coi genitori e non entrando per davvero nel mondo del lavoro se non quello “virtuale” e domestico? Ci saranno maggiori difficoltà di relazioni sociali, sarà più facile imparare a gestire qualsiasi tecnologia ma si maneggeranno sempre peggio rapporti personali e sentimenti?

È venuto il momento di pensare davvero a questi cambiamenti epocali. Senza decretare la “morte” di New York City o di Milano, senza farci prendere dall’ansia o dallo sbigottimento, ma ragionando su un futuro nuovo e diverso tutti insieme, tutte le categorie. Tutte sì. Non solo i politici. Anche se i politici dovranno avere caratteristiche molto diverse dalle attuali: non potranno essere quelli che pensano solo all’oggi e all’ultimo sondaggio. 

No. Ci vorranno donne e uomini che guardano al giorno dopo, ossia alla generazione successiva. Serve fantasia e coraggio. Come sempre. Ma adesso ancor di più.

p.mantovan@giornaletrentino.it