Brancolino, Tullio Parisi: futuro della viticoltura nelle piante resistenti alle malattie
Intervista con l'imprenditore impegnato da oltre 40 anni in alta Vallagarina e già membro della giunta provinciale di Coldiretti. «Ai giovani dico che il mondo agricolo, con i suoi alti e bassi, si può affrontare solo con una grande passione e con il sostegno di una famiglia vicina che sappia supportarti»
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La storia dell’imprenditore agricolo di questa settimana viene da Brancolino ed è quella di un viticoltore che da 45 anni è impegnato nella sua azienda viticola.
Parliamo di Tullio Parisi, per molti anni impegnato anche a livello provinciale nella giunta Coldiretti e che da sempre fa il viticoltore a Brancolino, prima al fianco del papà Lidio poi come titolare d’azienda. Ha avuto tre figlie che hanno scelto altre strade.
Con Tullio abbiamo cercato di ripercorre gli ultimi 40-50 anni della viticoltura in alta Vallagarina, e di Nogaredo in particolare.
Allora signor Parisi, com’è cambiata l’agricoltura vitivinicola negli ultimi decenni visto che ha vissuto questa fase in prima persona, cosa la ricorda? Ed oggi dopo tanti anni qual è la situazione?
«Negli ultimi decenni l’agricoltura ha vissuto una rivalutazione sociale molto importante. Negli anni ’70 l’agricoltore era spesso collocato nella fascia sociale più bassa, mentre oggi questa professione è sempre più riconosciuta come fondamentale per la società e capace di generare valore economico che resta sul territorio.
Un cambiamento decisivo nel settore vitivinicolo è avvenuto a metà degli anni ’80 con lo scandalo del metanolo, che ha segnato il passaggio da una viticoltura orientata soprattutto alla quantità a una viticoltura basata sulla qualità e sul rigore produttivo. Questo ha portato anche a una rivalutazione dei prezzi del vino e, di conseguenza, delle uve.
Per il Trentino, in questi decenni è stato fondamentale il lavoro svolto insieme nelle cooperative di primo e di secondo grado, che hanno fatto la differenza nel panorama nazionale. Rimane comunque ancora molto da fare per rafforzare l’identità dei nostri vini e legarli sempre di più al territorio, rendendoli riconoscibili e unici.
Oggi in Trentino circa l’80% delle varietà coltivate sono bianche, mentre negli anni ’70 la situazione era opposta, con una prevalenza di vitigni rossi. Ritengo però che, raggiunto questo equilibrio varietale, sia importante mantenere una coerenza con la vocazione dei terreni e puntare sempre di più su prodotti di fascia alta, capaci di valorizzare la qualità.
Il nostro territorio rappresenta circa il 2% della produzione vitivinicola nazionale, ma con costi di produzione molto elevati a causa della morfologia montana. Per questo siamo quasi obbligati a puntare su un livello qualitativo molto alto, così da garantire una giusta remunerazione al viticoltore ed evitare il rischio di abbandono dei vigneti, che avrebbe conseguenze negative sia per il paesaggio sia per un territorio a forte vocazione turistica».
Su quanti ettari è estesa la sua azienda e con che metodo sono coltivate le sue viti?
«La mia azienda si estende su oltre 6 ettari di vigneto, diverse le varietà di uva: dal base spumante fino al Cabernet Sauvignon. La scelta delle varietà è fatta in base alla vocazione del territorio e alle indicazioni della cantina cooperativa di cui faccio parte, Vivallis.
Tutti i vigneti sono coltivati secondo un metodo sostenibile e sono certificati SQNPI».
Si è mai pentito della scelta fatta poco meno di 50 anni orsono?
«Nel mio percorso lavorativo ho iniziato da giovane nell’azienda di famiglia. Successivamente ho lavorato per oltre 15 anni come dipendente in un’azienda internazionale, continuando nel frattempo a collaborare part-time con l’attività di mio padre. In seguito, sono tornato a tempo pieno nell’impresa di famiglia, fino a costruire una mia azienda. Guardando indietro, sono molto soddisfatto del percorso che ho scelto e non mi sono mai pentito della decisione presa».
In questi anni sono cambiati notevolmente i rapporti con l’ambiente? Qual era la situazione e quale è oggi?
«Dagli anni ’70 ad oggi l’attenzione verso l’ambiente è sicuramente migliorata in modo significativo da parte di tutti. L’agricoltura trentina, già da molti anni, si è autodisciplinata adottando protocolli molto rigorosi, volti alla riduzione delle molecole degli antiparassitari, con l’obiettivo di diminuire l’impatto ambientale e rendere la coltivazione sempre più sostenibile».
Ha mai pensato a trasformare l’azienda in biologica?
«Sono convinto che il futuro della viticoltura passerà soprattutto attraverso l’utilizzo di viti resistenti alle malattie. Questo rappresenterà probabilmente il vero metodo biologico, perché permetterà di ridurre in modo significativo gli interventi in vigneto. La ricerca in questo campo è ancora in corso e c’è molto lavoro da fare, ma la direzione è ormai chiara.
Questo è particolarmente importante nei nostri territori, dove in passato l’urbanizzazione non sempre ha rispettato adeguatamente le aree agricole».
Dove conferisce il prodotto? Soddisfatto?
«Partendo già da mio nonno, la nostra famiglia è sempre stata legata al sistema cooperativo. In passato eravamo soci della Sav, oggi conferisco alla cantina cooperativa Vivallis e posso dire con orgoglio di essere ancora un convinto socio e sostenitore del sistema cooperativo».
Impegni da lei avuti nel sociale in passato e attualmente?
«Alla fine degli anni ’80 sono stato consigliere provinciale per il 3P. Successivamente, una volta tornato a dedicarmi a tempo pieno al mondo agricolo, ho ricoperto per circa 15 anni il ruolo di vicepresidente della cantina cooperativa Vivallis.
Attualmente sono membro di giunta di Coldiretti, presidente di Coldiretti Vallagarina, faccio parte del consiglio di amministrazione di Codipra e sono presidente di AgriRisk S.rl».
È riuscito a coltivare qualche hobby?
«Il tempo libero non è mai stato molto, ma quando ne ho la possibilità cerco di trascorrerlo soprattutto con la mia famiglia: mia moglie e le mie tre figlie».
Consiglierebbe oggi a un giovane di fare il viticoltore e se sì, a quali condizioni?
«Il panorama internazionale dell’enologia sta attraversando un momento piuttosto complesso e anche i vincoli e le limitazioni legati al territorio non sempre aiutano.
Nonostante questo, ai giovani consiglio di seguire le proprie passioni. Il mondo agricolo, con i suoi alti e bassi, si può affrontare solo con una grande passione e con il sostegno di una famiglia vicina, che sappia supportarti e comprendere le difficoltà di questo lavoro».