Pollini (M5S) chiama la Ue contro l'immissione dei coregoni nel lago
La consigliera regionale lombarda critica il provvedimento che sospende il divieto riguardante le specie non autoctone: «Bisogna che il governo italiano sia chiamato a rimuovere una disposizione antiscientifica e inaccettabile»
La recente autorizzazione a riemettere nel lago di Garda i coregoni aveva generato entusiasmo tra tutti gli operatori gardesani. Il popolare “lavarello” con la sola riproduzione naturale era ormai a rischio estinzione ed il Garda sembrava andare progressivamente a perdere un aspetto tradizionale della sua storia non solo gastronomica.
Arriva però adesso una voce contraria, quella di Paola Pollini consigliera regionale in Lombardia del Movimento 5 stelle che ritiene la fine del divieto di immissione “una una disposizione antiscientifica e inaccettabile”.
Non solo, ma la Pollini s’impegna anche a segnalare alla commissaria Ue competente “questa norma illegittima, affinché vengano adottati i necessari provvedimenti e il governo italiano sia chiamato a rimuovere una disposizione antiscientifica e inaccettabile".
Una posizione che si basa sul presupposto del mancato rispetto dell’obbligo di dotarsi di uno “studio del rischio” prima di immettere specie non autoctone in un ecosistema deriva dall’attuazione della direttiva Habitat (92/43/CEE).
Le deroghe al divieto di immissione concesse con quest’ultima modifica normativa, così come con le due precedenti, secondo Pollini, rappresentano una palese violazione che non può essere ignorata dalla commissaria europea per l’ambiente, Jessika Roswall, poiché tali deroghe sono prive di qualsiasi motivazione tecnico-scientifica.
Paola Pollini sottolinea poi: "Inoltre, è sufficiente una semplice verifica normativa per scoprire che il divieto di immissione del coregone, in quanto specie non autoctona, non è mai stato assoluto, ma soltanto limitato a seguito della pubblicazione del decreto del ministero dell’Ambiente del 2 aprile 2020, emanato in attuazione dell’articolo 12 del decreto del presidente della Repubblica n. 357 del 1997.
Dal 2020 vige infatti un principio generale di divieto di immissione nelle acque interne di specie non autoctone, salvo specifica autorizzazione.
Tale autorizzazione può essere rilasciata dal ministero, su istanza delle Regioni, qualora sussistano 'motivate ragioni di rilevante interesse pubblico, connesse a esigenze ambientali, economiche, sociali e culturali' e purché non sia arrecato alcun pregiudizio agli habitat, alla fauna e alla flora selvatiche locali".
Non c’è pace per il povero coregone che rischia di rimanere vittima di una rete burocratica, dannosa come, se non di più, quella dei pescatori di frodo.