il racconto

Sara Caliari, un libro intenso per la rinascita dalla malattia

Il tumore al seno, poi la leucemia e il trapianto di midollo: «Il mio percorso mi ha reso ottimista»


Serena Torboli


COMANO. Gli incontri di “Trentino d’autore” a Comano hanno ospitato venerdì scorso Sara Caliari con il suo romanzo di esordio, “Se ti guardo da lontano”, pubblicato dalle edizioni del Faro.

Sara Caliari, nata a Milano da genitori della zona del Bleggio, hauna storia molto particolare: oggi vive e lavora a Trento, dove si è laureata in Economia e commercio, è sposata ed ha due figlie, ma nel suo percorso di vita ha dovuto far fronte dapprima ad un cancro al seno, e poi, in seguito alla chemioterapia, alla leucemia, dovendo anche subire un trapianto di midollo osseo allogenico.

Dallo sguardo e dalle parole dell’autrice traspare sempre un grande ottimismo: «La positività che io sento di dover avere deriva dal mio percorso personale – racconta - Quando si vivono certe situazioni in cui si rischia così tanto, e le cose vanno bene come sono andate finora a me, ci si sente in qualche modo non solo ottimisti ma anche di dover ringraziare un'entità superiore, o il Cielo, insomma qualcosa, o Qualcuno, o l'universo che ha fatto sì che tutto andasse in questo modo, perché non era affatto scontato».

Nella trama del libro c'è un pianeta da salvare: tre giovani scienziati, Myra, Stephan e Maximo, sono impegnati nell’ambizioso progetto di salvare un pianeta alieno dall’imminente distruzione dovuta al degrado ambientale, causato dalla condotta irresponsabile dei suoi abitanti.

L’idea di scriverlo nasce nel periodo post trapianto in cui Sara Caliari è rimasta molto isolata: e non si tratta solo dell’isolamento da Covid che tutti noi abbiamo passato, ma di una segregazione importante: «Quando il midollo deve attecchire, l’isolamento imposto è molto rigido: sono stata una cinquantina di giorni chiusa in una piccola stanza d'ospedale, con le finestre chiuse giorno e notte. Ho provato veramente cosa vuol dire essere soli e ho capito tante cose: sono cose che poi inevitabilmente sono entrate nel messaggio nel libro».

L’autrice confessa di aver affidato ad alcuni personaggi le sue riflessioni e che questo la avvicinata alle persone che lo hanno letto: «È che certi pensieri sul senso profondo della vita o dell’universo tipicamente si fanno di notte; ma poi il giorno dopo non le condividi con nessuno. E invece con questa occasione abbiamo potuto parlarne».

Del resto, il percorso per arrivare alla donazione di midollo è lungo e niente affatto semplice, basti pensare che solo una persona su centomila ha un profilo compatibile. Sara Caliari racconta delle difficoltà del suo caso, in cui il donatore stava in Gran Bretagna ed i trasporti sono stati resi più difficili dalle restrizioni pandemiche del momento: eppure, ciò che torna dalle sue parole è sempre la riconoscenza, per il dono ricevuto da parte di una persona totalmente sconosciuta.

Lo sguardo da lontano di cui parla il titolo prende quindi un po’ le mosse dall’autrice che ha dovuto per un bel po’ guardare il suo pianeta da lontano.

Più volte viene evidenziata la positività dei giovani protagonisti: «Sì – risponde Caliari - perché i giovani sono ancora puri, non sono ancora intaccati dalla bruttezza di ciò che ci accade. Credo molto nei giovani, credo che siano una risorsa incredibile, ed è importante lavorare su di loro per migliorare questo mondo».

L’autrice poi torna sul proprio percorso personale di salute, sulla gratitudine per il personale medico e sanitario che la ha assistita e per il lavoro che Admo, l’Associazione Donatori di Midollo Osseo, fa costantemente. E parla anche di ciò che accade alle donne e al rapporto col loro corpo da ricostruire dopo la guarigione: «Bisogna ritrovare il proprio corpo, quando si esce da una malattia: dopo la leucemia, non sei più quella di prima».

Perché non scrivere allora un prossimo libro che racconti proprio la sua esperienza? L’autrice confessa che vorrebbe, ma di essere frenata dal grande rispetto per la diversità della storia di ognuno: «Ho voglia di raccontare la mia storia, ma non voglio insegnare agli altri come si vive in un momento così delicato: la malattia è molto personale, e ognuno la affronta in un modo proprio»..

E conclude, in mondo molto delicato, sulla sua esperienza: «Una dottoressa una volta mi ha detto che si guarisce un giorno alla volta. Ed è vero: probabilmente ci si ammala anche un giorno alla volta, ma questo non lo sappiamo. Quel che è sicuro è che si guarisce un giorno alla volta, e questo percorso di guarigione ognuno lo vive col proprio carattere».

 













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