Antolini, il giornalista scampato all’atomica festeggia i cent’anni 

Un secolo ricco di storie da raccontare. Il giudicariese Mario “Musòn” è il più anziano  fra gli iscritti all’Ordine dei giornalisti di Trento. Per il suo compleanno si è fatto regalare  un Pc nuovo di zecca col quale scrivere gli articoli: alla tastiera trascorre dieci ore al giorno Nato nell’anno in cui finiva la “spagnola”, il coronavirus lo ha segregato in casa per due mesi

di Alberto Folgheraiter
Trento. Per il traguardo del secolo, i suoi figli gli hanno regalato un nuovo PC. Perché a cento anni, che compie il 19 giugno, Mario Antolini “Musòn” usa il computer dieci ore al giorno. Come un ragazzino, ma meglio dei suoi nipoti. Di storie da scrivere e da raccontare, il “grande vecchio” di Tione ne ha ancora una buona scorta. Ovvero, quanto può essere lunga una vita che ha attraversato il secolo delle guerre, che ha vissuto in prima persona lo scoppio della bomba atomica a Nagasaki (9 agosto 1945), che è tornato incolume dal Giappone (1947), che ha fatto a lungo l’insegnante, che è il più anziano giornalista del Trentino-Alto Adige e ha sparso cultura giudicariese a piene mani.

Dalla “spagnola” al Covid

Nato nell’anno in cui finiva la pandemia di febbre “spagnola”, correva il 1920, Mario Antolini si è trovato improvvisamente a vivere dentro la pandemia di coronavirus (il Covid 19) che lo ha segregato in casa, come tutti noi, per oltre due mesi. «Da dieci anni, ormai, da quando cioè sono rimasto vedovo, vivo chiuso in mansarda, tutti i santi giorni, a scrivere al computer. Del “seràdi su” non ho risentito in alcun modo. Anzi sono aumentate le telefonate, le e-mail e i contatti giornalieri che ricevo in facebook/messenger». A proposito di social media, nel chiedere l’amicizia su Facebook, il “Muson” chiude con un perentorio «no perditempo». Perché a questa età il tempo è prezioso. «Son mi che l’uso, no voi farme usar da Facebook». Nemmeno a cento anni, quando, di solito, si ha bisogno della “badante” e anche del bastone. Lui è ancora autonomo: di testa e di gambe. «Non riesco ancora a rendermi conto della corsa dei giorni. Certo, mi meraviglio che il Padreterno, nonostante due gravi malattie in tarda età, continui a lasciarmi in buona salute e con la mente lucida, tanto che non ho ancora interrotto il quotidiano impegno con la tastiera».

Produzione eccezionale

Legatissimo alle Giudicarie, sulle quali ha scritto una decina di libri e ne ha curati un centinaio, ha fondato quasi tutti i bollettini comunali di quella porzione di Trentino occidentale. Con Basilio Mosca e altri otto fu tra i fondatori del “Centro Studi Judicaria”, avviato nel 1982, per “saldare e salvare l’autonomia con la cultura”. Afferma: «L’autonomia sen noi, col nos dialèt».

La passione ha origini antiche

La passione per la carta stampata viene da lontano, dal nonno Basilio e dal papà Alfredo che facevano i tipografi nella stamperia comprata nel 1880. Va probabilmente cercata qui la propensione del nostro all’uso del computer. «Credo che tutto sia dipeso dall’aver avuto la ventura di partire, giovanissimo, con tre anni di Scuola di Arte Grafica (Milano 1932-35) per cui la scrittura e la stampa mi sono entrate nelle vene. A 27 anni l’incontro con Aldo Gorfer e subito a far parte del mondo della comunicazione, sempre con la penna in mano. Appena possibile mi sono trovato sommerso dalla dattilografia e, quando è arrivato sul mercato, il passaggio all’uso del computer è stata la cosa più naturale del mondo. Anche se avevo ottant’anni. Per quel compleanno i miei nipoti mi hanno regalato una stampante laser. Per i 100 i miei figli mi hanno anticipato il regalo di un nuovo computer perché l’altro era troppo vecchio e aveva fatto cilecca».

L’autobiografia

Intanto, nel resoconto dei giorni che diventano storia, qual è il bilancio di questa straordinaria avventura? «A 96 anni ho scritto un’autobiografia a ricordo del mio lungo cammino. Posso dire che sono più che soddisfatto, e grato a mia moglie, per avere attorno una famiglia unita e ben amalgamata ad ampio raggio. Una grande soddisfazione; una benedizione di Dio». Così argomenta il Mario “Musòn”, del cui patronimico va particolarmente fiero, tanto da averlo stampato sul biglietto da visita. Il fatto è che a Tione il cognome Antolini è secondo solo a Salvaterra, discendenti di uno dei pochi sopravvissuti a una pestilenza del XV secolo e che si rivolgeva a Dio gridando: “Salva la terra”. Lo “scotùn”, il soprannome, serve a distinguere la “ciòca”, il ramo familiare. Oltre ai “Musòn”, famiglia particolarmente longeva, ci sono gli Antolini Tomeciòn, i Togni, i Tonói, Checchina, Nozènta, Zampin. Mario Antolini, il più grande di sei figli, ha ancora due sorelle: Luciana e Giovanna, ultranovantenni. Quando si dice scegliersi i genitori giusti. A 15 anni disse che voleva farsi missionario. Il papà replicò con un «fa quel che te voi». Finito il ginnasio, a Ivrea, domandò ai Salesiani di mandarlo in Giappone. Salpato da Venezia, arrivò a destinazione il 21 novembre del 1939. In Europa era già scoppiata la seconda guerra mondiale. A Tokio, Mario Antolini frequentò i tre anni di liceo, naturalmente in lingua giapponese. Nel mese di aprile del 1945 tutti gli stranieri presenti in Giappone furono smistati in vari campi di concentramento: «Io e i miei compagni fummo mandati in una valle stretta dove rimanemmo confinati fino alla fine di settembre del 1945».

Nagasaki e poi il tifone

Lo scoppio della bomba atomica su Nagasaki, settanta chilometri lontano, non lo avvertì. Seppe qualche giorno dopo dei sessantamila morti e della resa dell’Imperatore giapponese agli Americani. Scampato all’atomica, liberato dal campo di concentramento e tornato nella comunità Salesiana, Mario Antolini scampò a un altro disastro. Un tifone «el n’ha batù giò el collegio». L’ultima lettera della famiglia gli era pervenuta nel giugno del 1940. Poi, fino al febbraio del 1946, nessun messaggio. Solo allora apprese che due fratelli erano stati internati nei lager in Germania.

Il ritorno a Tione

Tornò a Tione alla fine di maggio del 1947. Aveva indosso il puro vestito e in tasca il solo diploma di quinta elementare. Fu un ritorno inatteso. Suo papà, sbrigativo, gli disse solo: «Dimóstreme chi che no te se’ ‘n àsen”. Arrivato il mercoledì, il venerdì mattina alle 8, indossata la “telàra” da operaio, “ero già en tipografia a laoràr».

Diploma, laurea e lavoro

Conseguì il diploma delle Magistrali (nel 1949) da privatista. Poiché aveva esercitato per anni la lingua giapponese e praticava poco l’italiano, promise alla commissione d’esame che non avrebbe mai fatto l’insegnante. Si laureò all’università di Napoli (1953) in lingue orientali. Nel 1955 poi fece il concorso magistrale e lo vinse. Fu costretto da sua moglie a rimangiarsi la promessa. Gina Tessadri, che aveva sposato nel 1956, gli disse: «Se te metti su famiglia bisognerà che pensi anche al 27». Fu così che Mario Antolini diventò insegnante. Maestro di scuola nelle “sue” Giudicarie. Gina gli ha dato due figli: Flavio e Sabrina. È deceduta nel 2010.

Lettere e messaggi

Cento anni e non sentirli. L’amato computer lo tiene collegato col mondo. Manda lettere, riceve messaggi, scrive appunti, elabora saggi. A chi gli rammenta l’eccezionale produzione replica: «Ho fatto solo quello che si doveva fare, come tutti».

Cari auguri, caro “Musòn”.

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