Canazei, emozioni dai ricordi di Hersh e da “A Journey”

Canazei. Commosso, sincero, riconoscente. Così è stato l’abbraccio simbolico - e in molti casi anche reale - degli oltre trecento ragazzi delle superiori della Val di Fassa che, mercoledì mattina, si...


Elisa Salvi


Canazei. Commosso, sincero, riconoscente. Così è stato l’abbraccio simbolico - e in molti casi anche reale - degli oltre trecento ragazzi delle superiori della Val di Fassa che, mercoledì mattina, si sono stretti attorno ad Arek Hersh, ebreo polacco di 91 anni tra i pochi sopravvissuti ad Auschwitz. Hersh è protagonista con la giovane Aurora Volcan di Moena del film “A Journey” (un viaggio) del regista moenese Giacomo Gabrielli. Il film, progetto sull’Olocausto (col supporto di Treno della Memoria, Terra del Fuoco Trentino, Auschwitz-Birkenau Memorial and Museum, Auschwitz Study Group, Comun General de Fascia e Scola Ladina) iniziato nel 2016 e conclusosi nel 2017, dopo il trasferimento a Londra di Gabrielli, racconta due viaggi paralleli, distanti nel tempo e nei fatti, ma complementari: quello dei ragazzi di oggi con il “Treno della Memoria” e quello di Arek Hersh, deportato ad Auschwitz ad appena 11 anni.

Un intreccio toccante fino alla meta di Birkenau, il più letale dei campi di sterminio del Terzo Reich. «Avevo perso la speranza di incontrare un sopravvissuto della Shoah - spiega Gabrielli - poi grazie a Vincent Frattini, co-produttore del film, siamo risaliti ad Arek. Lui, il testimone, è stato la svolta: tutto ha acquistato spessore. Questo per me non è solo un film, ma un messaggio da diffondere in particolare tra i giovani. Il riscontro partecipato dei ragazzi fassani mi riempie di soddisfazione ed è il risultato migliore che potessi sperare. Ringrazio per questo Matteo Iori, del Comun General, che ha reso possibile la visione del film, ma soprattutto ha insistito sulla presenza di Arek e il confronto con gli studenti».

Terminata la proiezione, infatti, con gli occhi pieni di limpidezza e la sua grande lucidità Arek - che dopo la guerra si è trasferito in Inghilterra a Leeds dove vive con la moglie (86 anni, ebrea inglese, presente anche lei in Fassa), per diversi anni ha fatto l’elettrauto e poi ha gestito un ostello per studenti - ha risposto alle domande dei ragazzi che hanno seguito con grandissima attenzione il film e la sua storia, l’hanno abbracciato, gli hanno stretto la mano e scattato foto assieme a lui. «Quando mi chiedono - ci ha detto Hersh - se alla mia età non mi stanco a viaggiare tanto per portare ai giovani la mia testimonianza, rispondo che io e mia moglie, dopo ogni incontro, torniamo a casa più ricchi». L’importanza di divulgare quanto è accaduto è prioritaria per Hersh per evitare che si ripeta il danno irreparabile di un eccidio disumano, come quello avvenuto durante la seconda guerra mondiale. «Mi sento fortunato a essere oggi in Val di Fassa, dove ammiro per la prima volta le Dolomiti, conosco i ragazzi del film di Giacomo e ho parlato con tanti loro compagni», ha detto, lasciando il cinema di Canazei, Arek Hersh, con la consapevolezza di chi conosce bene l’alto valore della vita e di ogni sua esperienza.













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