Le grandi firme e il loro 11 ideale / Silvano Calzini

di Carlo Martinelli

Ha scritto un libro,  “Figurine” - gli scrittori raccontati come campioni del pallone -, che è pietra miliare della letteratura sportiva, se vogliamo chiamarla così. Tocca a Silvano Calzini declinare la sua formazione ideale. Svelare le sue undici figurine. 

 

1. Fabio Cudicini.  “Il leggendario “ragno nero” dell'Old Trafford. Sento ancora la voce di Nicolò Carosio: “Cudicini vola”. Qualche anno dopo un mattino bigio la scuola e lo vedo in un bar sotto i portici. Fa un freddo boia, proprio come quella sera a Manchester, ma al posto della calzamaglia nera Cudicini indossa un loden verde. Se ne sta lì davanti al bancone, con le sue braccia smisurate da Tiramolla. Anche gli eroi prendono il caffè”.

 

2. Pietro Mennea. “Un mastino implacabile prima di tutto con se stesso. Mascella snodata alla Totò, fisichetto in apparenza da ragioniere, carattere brontolone da eterno scontento, ma soprattutto una disciplina mentale da prussiano anche se veniva da Barletta. Viveva a Formia come un monaco di clausura, si allenava come un disperato non per battere gli avversari, ma il destino porco schifo. Resta la grande domanda. Che cosa avrebbe fatto Mennea se avesse avuto in dono le doti fisiche naturali di Usain Bolt?”

 

3. Mabèl Bocchi. “La divina. Dire che è stata la più forte cestista italiana è dire niente. Gran fisico, tecnica sopraffina e ferocia agonistica da vendere. Un’atleta naturale che avrebbe potuto primeggiare in qualsiasi sport. Me la vedo sulla fascia sinistra con la sua lunga falcata alla Facchetti. Mi raccomando l’accento sulla “e” di Mabèl, altrimenti si infuria. Era favolosa, ma poco accomodante. Anzi, per niente”.

 

4. Franco Arese. “Cursore di centrocampo. Helsinki, 15 agosto 1971. Franco Arese vince i 1500 metri ai Campionati europei. Quella vittoria, arrivata al termine di un rettilineo che sembrava non finire mai, resta indelebile nella mia memoria come una delle emozioni sportive più intense di sempre. Anni dopo ero a Helsinki e andai allo stadio. L’ingresso era libero e mi fermai un po’ sulle gradinate deserte fissando la pista con un groppo in gola”.

 

5. Krešimir Ćosić. “Centromediano metodista. Il giocatore di basket più intelligente che abbia mai visto. Un pivot che giocava da playmaker. Per fisico e ruolo avrebbe dovuto stare là sotto canestro a concludere le azioni e lottare per prendere i rimbalzi e invece dettava il gioco ed era il vero regista della squadra. Poche storie, Ćosić aveva un’intelligenza superiore”.

 

6. Rik Van Looy. “L’imperatore di Herentals. Ha vinto tantissimo in carriera. Anche più di Merckx se si contano i circuiti e i successi da dilettante. Ma la sconfitta al Mondiale del 1963, la beffa di Ronse, da sola vale più di tutte le sue vittorie. Ha qualcosa di shakesperiano. Quel lontano giorno d’estate ho pianto calde lacrime dietro a una cabina da spiaggia. La scoperta del sapore amaro della sconfitta e della delusione da parte di un bambino di sette anni”.

 

7. Jairzinho. “Una folgorazione. Vederlo giocare per la prima volta a Messico '70 per me è stato come vedere per la prima volta una donna nuda. Passo felpato del giaguaro e movenze da ballerina di samba. Finta, dribbling, scatto e tiro al fulmicotone. Tutto in un nanosecondo. Gli do il numero 7 come allora, ma in realtà era un numero 10, come tutti e cinque i componenti di quel favoloso attacco: Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelè, Rivelino”.

 

8. Milan Kundera. “Leggete i suoi libri e poi ditemi se non ho ragione a dire che è il più grande scrittore vivente. Quelle teste di rapa di Stoccolma non gli hanno mai dato il Nobel, ma in compenso gli assegno il numero 8 e lo metto in mezzo al campo. Il posto ideale per uno che considera la letteratura portatrice di quella che lui definisce la “saggezza dell’incertezza”.

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9. Gianni Brera. “Un talento smisurato e pantagruelico. Un acrobata linguistico che volteggiava dal dialetto al latino. Solo lui è stato capace di farmi leggere interi pezzi dedicati ai vini o alla caccia, argomenti di cui non mi è mai importato un fico secco. Lo hanno chiamato l’Omero del calcio, ma lui amava definirsi “un traccagno bassaiolo, re della zolla”. Lo metto al centro dell’attacco con la speranza di vederlo andare in gol su assist dell’abatino Rivera. Tu chiamala, se vuoi, nemesi storica”.

 

10. Gianni Rivera. “Stumpf, il rumore sordo del tiro e la rete. È così che ho conosciuto Rivera, l’autore di quel gol, il primo che ho visto dal vivo quando non avevo ancora sei anni. E poi quando andavo alle elementari, alle medie, al liceo e alla fine all’università lui è sempre stato in campo con la sua maglia rossonera e il numero dieci sulle spalle. Non avrei mai immaginato che un brutto giorno avrebbe smesso di giocare. Questa non gliel’ho mai perdonata. Però gli sono rimasto affezionato”.

 

11. Gianni Clerici. “Quello del tennis. Geniale e svagato, un numero 11 alla Mariolino Corso. Sogno di andare a Wimbledon con lui. Non tanto per seguire il famoso torneo di tennis, sport per il quale non stravedo, ma per affacciarmi verso l’ora del tramonto sulla soglia della piccola casa che Clerici è solito affittare per quelle due settimane fatidiche nei pressi del club che organizza il torneo, e sorseggiare insieme a lui una tazza di tè, guardando gli spettatori che al termine delle partite della giornata sciamano verso la stazione della metropolitana. What else?”  

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Silvano Calzini (1956) è nato e vive a Milano dove lavora nel mondo editoriale. Ha fatto il suo esordio sui gradoni in cemento dello stadio di San Siro nella stagione 1961-62. Durante l’adolescenza e la prima giovinezza è stato folgorato dalla lettura dei grandi scrittori russi e dalle gambe infinite di una giocatrice di basket. Due esperienze che lo hanno segnato per sempre. Innamorato cotto di Londra, continua a vivere a Milano, dove conduce una vita da mediano costellata di squallidi zero a zero. Ha il vezzo di definirsi un “nostalgico sportivo”. Ancora oggi ama recitare a voce alta la formazione dell’Inghilterra campione del mondo nel 1966. Con il passare degli anni si è reso conto di trovarsi più a suo agio con i grandi romanzi che con le persone. Bravissimo a immaginare le cose, ma non a realizzarle. Ama la pioggia, le giacche di velluto e le donne con le gambe a ics.  Ha pubblicato la serie di e-book “Nani da leggere. Romanzi in 10 parole” (Simonelli Editore), “Figurine. 100 grandi scrittori raccontati come assi del pallone” (Ink) e “Il signor K e la donna di marmo” (Bolis 2018). Collabora con vari blog culturali e sportivi.