IL PERSONAGGIO

Ezio Vendrame, ribelle anche a Rovereto

di Carlo Martinelli

Ha rotto un silenzio che durava da qualche anno, poche settimane fa. E se alla vigilia dello scontro al vertice che ha portato a Bolzano, contro il Sudtirol, una squadra dal blasone certificato quale è il Vicenza, la domanda al signore in questione fosse stata: “come vede la sua ex squadra, il Vicenza?” v’è la quasi totale certezza che la risposta sarebbe stata identica a quella data appunto nell’intervista di cui sopra. Perché ad Ezio Vendrame, genio fuorilegge del calcio negli anni Settanta del secolo scorso, hanno chiesto come vedesse il Pordenone, altra sua ex squadra. Guardacaso: se il Pordenone lotta a sorpresa per la serie A, il Vicenza lotta - con il Sudtirol, va da sé - per salire in serie B. Ebbene, a domanda Vendrame ha risposto: “Non mi interessa. Ho altro a cui pensare”. Poco prima, sul perché non lo si vedesse più in giro e non lo si sentisse più, aveva detto: “Questo mondo e questo modo di vivere non mi appartengono. Siamo in un contesto dove l'unico valore che conta è il denaro. La gente è drogata di apparenza e di tecnologia. Purtroppo temo che, senza accorgercene, stiamo glorificando il fallimento dell'essere umano. Per questo ho scelto di sparire da questo schifo. Frequento pochissime persone, solo quelle a cui ricambio il bene che mi vogliono. D'altronde, a una certa età, non ti resta più tanto tempo da perdere. Quindi, se proprio devo parlare con imbecilli, preferisco morire di solitudine”. 

E dire che nel campionato di serie C del 1970-71 Vendrame finì a giocare con i bianconeri del Rovereto, che da Bolzano dista neanche un’ora di macchina. In verità di partite ne giocò solo nove, poi finì ai margini della squadra. Ma di lui si ricordano ancora, in molti. Perché  calcisticamente – l’opinione è comune – il suo talento era stratosferico. Certo, quel talento fu in gran parte sperperato. Lui, non lo nega. Ha scritto libri, ha scritto poesie, è finito persino nei salotti televisivi in un festival di Sanremo, dal quale fu cacciato perché  era (ed è, ovvio) tipo che non tiene a bada la lingua, che dice quel che pensa, che vive per eccesso. Gianni Mura intervistò Ezio Vendrame a casa sua, nel Friuli, a Casarsa delle Delizie, decenni fa. Viveva là, a pochi passi dal cimitero che accoglie i resti di Pier Paolo Pasolini. Là, tra le tombe, diede appuntamento al giornalista. Che così ricorda: “Strano posto, gli dissi. È il compaesano più vivo, disse lui. Tanto perché fosse chiaro da subito il suo lato oscuro, amaro, che tanto caratterizza le sue poesie”.

Nel 2002 scrisse una sorta di memoir  calcistico, dal titolo programmatico: “Se mi mandi in tribuna, godo”. Un capitolo è dedicato alla sua breve, quanto intensa, esperienza dolomitica. Dove, per dirne una, riuscì a stupire non poco guidando la sua spider da Rovereto a Riva del Garda. Dove sta la notizia, direte? Beh, lui fece tutta quella strada …in retromarcia. A Napoli salì sul pallone, con tutti e due i piedi, per poi portare la mano agli occhi e scrutare il campo, come il nostromo di una nave in vista del nemico. A Cremona, palla al piede, puntò dritto verso la sua porta, spaventando i compagni. Arrivò davanti alla sua porta, fermandosi, prima di un clamoroso autogol, solo sulla linea. Pare che spettatore morì d’infarto e leggenda vuole che questo fosse stato il suo commento: “Una persona debole di cuore non deve venire al campo se sa che gioco io”.  Quando decideva, in allenamento, di colpire per dieci volte di fila l’incrocio dei pali, calciando da trenta metri, ci riusciva quasi sempre.  A Milano, giocando contro l’Inter, fece ammattire Facchetti a forza di dribbling e finte.

Il suo girovagare calcistico è passato per Spal, Torres, Lanerossi Vicenza, Rovereto, Napoli, Padova, Pordenone tra gli anni Sessanta e Settanta: lo chiamavano il Kempes italiano, portava capelli lunghi e barba incolta, calzettoni sempre arrotolati attorno alla caviglia. A chi gli chiede quando mai il suo incedere pallonaro abbia preso la direzione della poesia, lui dice che è dipeso tutto dall’incontro con Piero Ciampi, il cantautore livornese morto per un tumore alla gola. Sappiatelo: a Padova fermò il gioco per portarsi sotto la tribuna proprio per salutare l’amico Ciampi.

E a Rovereto? Lui la raccontò così, nelle sue memorie”. “Vi giunsi nell’agosto del 1970, felice. A quei tempi il Rovereto era una delle società più prestigiose della serie C. La città era carina e in più, a poca distanza, sul lago, c’era Riva del Garda: una perla, una meraviglia e soprattutto un ammassamento di f…. L’allenatore, Gianni Ballico, era una persona meravigliosa ed io stavo facendo molto bene perché nessuno mi tarpava le ali. Poi, per due risultati consecutivi mancati, la società pensò bene di esonerare Ballico e di assumere il modenese Lamberto Giorgis. E qui cominciò la mia debacle. Questa specie di allenatore, che in inverno indossava sempre un soprabito di pelle nera, sembrava un ufficiale della Gestapo. Me lo trovavo in casa ogni sera, persino la domenica dopo una partita vinta! Girava per le stanze, guardava sotto il letto, apriva gli armadi. No, non potevo essere il prigioniero di nessuno. Esasperato ruppi con la società e ne ne andai (per risollevarmi non solo il morale) in un monolocale a Riva del Garda”. Dove ricordano ancora le sue incursioni alla caccia di turiste tedesche o commesse italiane.

C’era, nel  suo organizzare calcio tutto anarchico e dissacrante, il farabutto esistere che lo avrebbe poi accompagnato. Oggi, appena compiuti 72 anni,  il compaesano di Pasolini è rimasto un nomade che gioca con le parole, che irride alle convenzioni, che snobba le quiete certezze. E che per anni ha allenato i ragazzini, salvo mandare tutti a quel paese, all’ennesima sceneggiata di mamme e papà in tribuna. “La squadra ideale da allenare è fatta di orfani”, disse. 

Sì, è molto probabile che oggi gli importi poco o nulla del “suo” Vicenza (con i biancorossi dell’allora Lanerossi le sue stagioni migliori, dal 1971 al 1974, 46 partite, alcune con gesti tecnici tramandati come indimenticabili) che ha affrontato il Sudtirolo. Ma anche i poeti, anche i ribelli, anche gli arrabbiati, qualche debolezza la conservano. Domenica sera Ezio Vendrame è andato a cercare il risultato, da qualche parte.