LA STORIA

1956, Gaul e l'apocalisse sul Bondone


di Carlo Martinelli


Qualche anno fa, spunta un libro: davvero speciale, a partire dal fatto che non lo si è mai trovato in libreria. Il titolo è meraviglioso, ancorché destinato a fallimento ormai quasi certo, direbbero gli inguaribili pessimisti: “La poesia salverà il mondo”. Proprio così. Una raccolta di poesie di alcuni dei più importanti autori del panorama italiano ed internazionale. Mario Luzi, Alda Merini, Giovanni Raboni, Franco Loi, Charles Bukowski e  molti altri giovani talenti della poesia italiana. Perché libro speciale? Per le poesie, certamente. Poi perché il ricavato della vendita del volume andò per intero ad una associazione umanitaria che soccorre e aiuta le vittime di guerra. In quel libretto una poesia di Maurizio Cucchi, uno dei più grandi poeti italiani. Titolo: “Gaul”. 

Scrive Cucchi, nel chiudere i suoi versi: “L’uomo, narcotizzato / ha un soprassalto sul divano liso, / mentre la testa gli cade sulla moglie: / sogna un’antica scatola più opaca, / e Charly Gaul che usciva dalla nebbia, / dalla tormenta del Bondone nel ’56, / batteva i denti, aveva gli occhi fissi, / e dentro la coperta / era un eroe della fatica sul traguardo”. 

Avete capito? Una delle tappe mitiche del Giro d’Italia, già nella storia e nella leggenda dello sport, è entrata anche nella grande poesia italiana. In un libro che voleva salvare il mondo e che per questo va ricordato: la vita non è il traguardo da tagliare, è il percorso da fare. E, ad ogni buon conto, quella piccola poesia salva e serba il ricordo di una giornata speciale, unica, grande e terribile. 

Era l’8 di giugno del 1956, un venerdì. Il lussemburghese Charly Gaul, scalatore fortissimo, vince il Giro imponendosi nella tappa che si concluse a a Trento – Monte Bondone, come recitava la dicitura ufficiale. Quel giorno i corridori erano partiti da Merano. Avrebbero affrontato 242 chilometri sotto la pioggia: e neve nel finale. C’erano il Costalunga, il Rolle, il Gobbera, il Brocon e infine il Bondone da scalare. 

Pasquale Fornara, che era partito in maglia rosa, andò in crisi al punto che il suo direttore sportivo lo costrinse al ritiro perché, diceva, lo amava come un figlio e non voleva vederlo soffrire così. Partirono in 87, tagliarono il traguardo in 41. Gaul all'arrivo dovette stare più di un'ora immerso in una vasca di acqua calda prima di poter articolare parola.

L'Angelo della Montagna, così lo chiamavano, era taciturno e schivo coi giornalisti. Quel giorno affrontò pioggia incessante, freddo e nuvole basse. E all'inizio della salita finale, il tempo cambiò la pioggia con la neve, ed il paesaggio si fece più cupo. L'Angelo della Montagna, affamato, stava andando in crisi quando uno spettatore gli allungò una banana. Si riprese. Andando sempre più su, la tormenta si fece implacabile, ed i ritiri non si contarono più.  Arrivò, l'omino venuto dal Lussemburgo, in cima al Monte Bondone già bianco di neve. Arrivò solitario e trovò la maglia rosa come nascosta dentro la coperta militare che gli gettarono addosso a ripararlo dal gelo, dalla stanchezza, da tutto. Il suo corpo era quasi congelato, la maglia gliela dovettero tagliare con un coltello e gli ci volle quasi un’ora per capire dov’era e cosa era successo. Oltre un’ora e mezzo per indossare il simbolo del primato.

 La Gazzetta dello Sport del 9 giugno 1956, il giorno successivo al trionfo di Charly Gaul sul traguardo di Vaneze scrive di “sconvolgente tappa squassata dalle intemperie”, “scenario di tregenda” che riporta “l’uomo ai suoi limiti”, i corridori “che crollano uno ad uno” in una giornata con “condizioni mai verificatesi in nessuna corsa al mondo”. Questo il tenore degli articoli, vergati tra le penne più autorevoli del giornalismo sportivo del tempo. Le cronache sono dettagliate, gli articoli minuziosi, i particolari non sfuggono e anzi reggono la cronaca degli inviati stessi. 

C’erano cinque colli da scalare prima dell’arrivo in salita sul monte Bondone. Quell’8 giugno, la Wetterzentrale di Karlsruhe segnala la formazione di un anomalo "polo freddo" che si sta velocemente dirigendo verso sud-ovest. Nella tarda mattinata, all'altezza del Golfo Ligure, a 5000 

metri di quota la temperatura è di -27 gradi. Si ritirano i primi corridori, intirizziti. Qualcuno vorrebbe fermare la corsa, ma la tentazione di fare entrare nella leggenda quella tappa induce gli organizzatori a proseguire. La tragedia viene sfiorata più volte, grovigli di auto fra la neve e grida d'aiuto dei ciclisti. Di quella corsa ogni corridore ha un dramma da raccontare. Resiste Charly Gaul, che vince la tappa: quando arriva è congelato sulla bicicletta, lo devono sollevare a forza, sviene. Arrigo Padovan arriva sul traguardo indossando il giaccone di pelle di un meccanico e il cappello che aveva sottratto a un alpino. 

Così una delle cronache di quel giorno. Quella di Gianni Cerri: “Scriviamo queste note con le dita intirizzite dal freddo, in una cameretta del quartiere tappa al Bondone. Fuori, la tormenta sta letteralmente seppellendo la montagna sotto una candida coltre di neve. Abbiamo lasciato Gaul a 10 km dalla vetta: le ruote della sua bicicletta cercavano invano di seguire il binario nero tracciato dalle macchine che lo precedevano. Pedalava ancora con una certa energia. La gente gridava: forza! Hai vinto! Ma non abbiamo capito se Gaul sorridesse o piangesse. La sua non era più la maschera di un uomo. Alle sue spalle, ormai, a parecchi minuti, Monti. Più indietro, ma lontani, avevamo lasciato Fantini, Magni, Agostino Coletto e ancor più staccati Aldo Moser, Fornara e qualche altro. Ora non sappiamo neppure dove essi siano. Non sappiamo quanti ne potremo vedere, attraverso una finestra che dà sulla linea di arrivo, giungere al traguardo. Una giornata terribile, infernale, quale non ricordiamo di avere mai incontrato al seguito della corsa ciclistica, ha sconvolto il volto della gara, ha sfiancato gli atleti, ha bloccato le macchine, ha costretto i corridori e gli uomini del seguito a cercare un rifugio dal vento, dalla pioggia e dalla neve imperversanti senza pietà.

Crediamo che, in tempi di ciclismo moderno, nessuno sia in grado di ricordare una battaglia così spietata e crudele contro la furia della natura. Non sappiamo in questo momento, ripetiamo, quanti arriveranno quassù, possiamo solo dire che chi terminerà la tappa, potrà davvero fregiarsi del titolo, non certamente retorico, di gigante della strada”. 

I giganti meritarono quel titolo, eccome. 













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