Antartide, in 5 anni le emissioni di CO2 aumentate di oltre 5 volte
I dati allarmanti di uno studio che ha analizzato il carbonio geologico e idrogeologico emesso dal permafrosti ricercatori del Cnr, dell'Ingv e delle Università di Otago e Waikato indicano l’esistenza di un meccanismo di rilascio ancora scarsamente rappresentato nelle attuali ricostruzioni del ciclo del carbonio alle alte latitudini
Le emissioni di anidride carbonica (CO2) in Antartide, sono aumentate di oltre 5 volte fra il 2020 e il 2025.
Emerge dallo studio che ha analizzato il carbonio geologico e idrogeologico emesso dal permafrost, condotto da un team di ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e delle Università di Otago e Waikato (Nuova Zelanda) nella Taylor Valley, una delle principali aree libere dai ghiacci delle McMurdo Dry Valleys (continente antartico).
La ricerca, pubblicata sulla rivista Global Biogeochemical Cycles, indica l’esistenza di un meccanismo di rilascio ancora scarsamente rappresentato nelle attuali ricostruzioni del ciclo del carbonio alle alte latitudini. Un risultato, rilevano Cnr e Ingv, che conferma il valore della ricerca italiana in Antartide e l’importanza di programmi di lungo periodo.
A segnalare il marcato aumento del degassamento del suolo le analisi molecolari e isotopiche di anidride carbonica e metano condotte nel 2020, nel 2023 e nel 2025.
"Il flusso medio di CO2 - sottolinea Livio Ruggiero, geochimico dell'Istituto di Geoscienze del Cnr e associato di ricerca presso l’Ingv, - è passato da 1,73 grammi per metro quadrato al giorno nel 2020 a 9,49 nel 2025, con un incremento di circa 5,5 volte. Nello stesso periodo, il valore massimo misurato è cresciuto da 11,36 a 72,99 grammi per metro quadrato al giorno".
I cambiamenti più marcati sono stati registrati in specifiche aree della Taylor Valley, la cui struttura sotterranea, particolarmente complessa, comprende uno strato di permafrost non uniforme, sacche d'acqua ad alta concentrazione salina e una fitta rete geologica e idrica.
"Dati alla mano - continua Ruggero - emerge che il permafrost antartico può essere attraversato da carbonio proveniente da sistemi molto più profondi". Per i ricercatori la firma isotopica, cioè ‘l’impronta digitale’ chimica che rivela l'origine del carbonio, rappresenta uno degli elementi chiave del lavoro.
"I risultati dimostrano che una quota importante del carbonio rilevato nel suolo - sottolinea Alessandra Sciarra, dell’Ingv - non è prodotta da microbi o vegetazione in superficie, ma ha un’origine geologica profonda". "Questo studio - conclude Fabio Florindo, presidente dell’INGV e coautore dello studio - mostra quanto sia essenziale osservare l’Antartide come un sistema integrato, nel quale atmosfera, criosfera, idrosfera e geosfera interagiscono tra loro".
Tuttavia, gli autori sottolineano che i dati disponibili non consentono ancora di individuare una singola via di risalita o uno specifico meccanismo ne di attribuire direttamente l’aumento osservato allo scongelamento del permafrost.
Le attività di ricerca sono state condotte nell’ambito dei progetti Pnra Seneca e Seneca 2, durante la XXXV, XXXVIII e XL spedizione italiana in Antartide, con il supporto logistico di UTA-ENEA e Antarctica New Zealand.
Il Programma nazionale di ricerche in Antartide (PNRA) è finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e gestito dal Cnr per il coordinamento scientifico, da Enea per la pianificazione e l’organizzazione logistica delle attività presso le basi antartiche e dall’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) per la gestione tecnica e scientifica della nave rompighiaccio Laura Bassi.