Ritrovare la lentezza per vivere davvero la montagna
Il Cai bolzanino ha proposto un confronto sulla necessità di correggere una tendenza diffusa nell'epoca del'over tourism che punta alla meta spettacolare dimenticando il percorso: ecco le analisi dell'antropologo Annibale Salsa e del presidente del Club alpino Alto Adige Carlo Alberto Zanella
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«La montagna richiede lentezza. Dobbiamo recuperare questa dimensione che ci fa riflettere, al contrario della velocizzazione. Almeno quando andiamo in montagna, o in altri luoghi di evasione, facciamo affiorare questo bisogno…».
Annibale Salsa, antropologo già presidente generale del Club alpino italiano, ha aperto a Bolzano la serie di relazioni del convegno “La lentezza in montagna: valore da recuperare” organizzato dal Cai Alto Adige.
Dopo i saluti del presidente Carlo Alberto Zanella, sette interventi sul tema dell’adagio da diversi punti di vista: comprensione e rispetto per una visione integrata del territorio (Mario Broll), filosofia dell’andar lenti in montagna (Ivano Rodighiero), velocità e fauna montana (Luigi Spagnolli), lentezza consapevole e sfida digitale (Marco Tamburini), errori degli escursionisti (Alberto Covi), dalle Dolomiti all’Etna (Rosario Fichera).
Professor Salsa, lei parla della lentezza come valore da contrapporre alla società della velocizzazione secondo i paradossi di Zenone e di Merleau-Ponty. Può spiegarlo meglio?
«Sono due paradossi mutuati dai filosofi: quello antico di Zenone secondo cui la tartaruga, pur muovendosi con estrema lentezza, alla fine ha più chance di Achille pié veloce.
Alla fine la lentezza paga nonostante parta sfavorita rispetto alla velocità. Più recente è Merleau-Ponty, ma anche l’antropologo Marc Augé, Entrambi parlano di una velocizzazione della storia, per cui non c’è più la possibilità di riflettere sulle cose ma tutto scorre con velocità spaventosa, con una perdita di significati e di valore.
Applicata all’escursionismo, c’è una perdita della conoscenza del territorio, perché un territorio vale l’altro. Merleau-Ponty usa l’espressione “Partout et nulle part”. Con la velocità cioè “siamo dappertutto ma da nessuna parte”. Essere dappertutto vuol dire essere da nessuna parte, per cui il legame con il territorio si affievolisce e si rafforza il processo di analfabetismo territoriale.
La conferma ci è venuta dall’overtourism: la gente si sposta per il gusto di farlo, un luogo vale l’altro. Questo assalto alle Dolomiti in realtà è una frequentazione di persone che non hanno la consapevolezza dei monti. E qui entra in gioco Augé con la trasformazione dei luoghi in non luoghi, il che vuol dire perdita di identità, perdita di relazionalità con il territorio e perdita di identità storica.
Anche la montagna rischia di diventare un non luogo, uno spazio seriale. Anche il processo di omologazione paesaggistica attuato attraverso un’edilizia sconsiderata, l’occupazione di suolo, trasforma molti paesi in non luoghi. È un processo di livellamento che genera spaesamento.»
Come mettere in atto la cultura della lentezza?
«Dev’essere una scelta. Almeno quando andiamo in montagna, o in altri luoghi di evasione, facciamo affiorare questo bisogno di lentezza perché questo bisogno c’è.
L’ossessione di arrivare presto comporta la perdita di valore del percorso a favore della meta. Augé lo dice chiaramente: nei moderni viaggi ad alta velocità l’obiettivo del passeggero - che non è più viaggiatore - è arrivare il più presto possibile alla meta. Il viaggiatore è più interessato al percorso.
Si guardino i casi di Braies e di Seceda. Possiamo ritagliarci dei momenti, non per necessità ma per piacere, dove la lentezza è un lusso».
Perché un convegno sulla lentezza?
«È una cosa che mi è venuta in mente in uno dei mercoledì in cui passo Sella era stato chiuso, alcuni anni fa», risponde Carlo Alberto Zanella, presidente del Cai Alto Adige. «C’era stato un incontro con Reinhold Messner, il quale aveva parlato della lentezza come di una cosa importante. Io l’ho sempre fatto, quando vado in montagna non voglio sapere quanto ci impiego. Mi fermo a osservare un fiore, una pianta, una cima. Dobbiamo godere di quello che ci circonda, cose che ci fanno bene.»
Come recuperare la lentezza?
«Facendola capire a chi va in montagna, parlando con la gente. Io lo faccio. Non serve correre. Se sappiamo che alle 17 c’è l’autobus, godiamo della gita fino a quell’ora.»
Che età prevalente hanno i 7.200 soci del Cai Alto Adige?
«Le età si stanno abbassando. Abbiamo iniziato a fare una politica per i giovani dai 18 ai 40 anni, facendo degli incontri, e in tre anni hanno già istituito una commissione, organizzano le loro escursioni, stanno cercando degli sponsor per un trekking in Nepal.»