La vita straordinaria di Hermann Buhl, oltre ogni cima
Venerdì 17 dicembre, a Rovereto, sarà proiettata la recente pellicola di Werner Bertolan che ripercorre le tappe fondamentali della vita dello straordinario alpinista tirolese che nel 1953 fu il primo a scalare da solo e senza ossigeno artificiale il Nanga Parbat (8.125 metri). Parla lo storico Roberto Mantovani: «Un personaggio straordinario, sempre un po’ avanti rispetto agli altri»
Venerdì 17 dicembre, alla sala Filarmonica di Rovereto, verrà proiettato il film «Hermann Buhl. Oltre ogni cima», di Werner Bertolan, con Alexander Huber (ore 20.30, informazioni sui biglietti a cultura@satrovereto.it).
Grazie a immagini d’archivio, testimonianze e rievocazioni, il documentario «ripercorre le tappe fondamentali della vita di Buhl - si legge nella presentazione -, esplorando non solo le sue imprese alpinistiche, ma anche gli aspetti personali che lo hanno reso una figura unica e indimenticabile».
Chi era Hermann Buhl?Nato ad Innsbruck nel 1924, è stato il primo a scalare da solo e senza ossigeno artificiale, nel 1953, una montagna di ottomila metri: il Nanga Parbat (8.125 metri). Ha precorso i tempi in un periodo nel quale le spedizioni himalayane, espressione delle nazionalità, prevedevano disciplina, posa di campi e grande uso di portatori.
«Un personaggio straordinario, sempre un po’ avanti rispetto agli altri», osserva Roberto Mantovani, storico dell’alpinismo e giornalista, autore di libri fondamentali sull’Everest e sul K2 e di volumi come «La conquista degli ottomila. Una splendida follia» (Alpine Studio) e, con Kurt Diemberger, «Enigma Himalaya. Invenzione, esplorazione, avventura» (Mondadori).
«Dal punto di vista alpinistico e storico - premette Mantovani - il film è rigoroso, ben fatto, interpretato bene dall’attore principale e dagli attori nel ruolo del protagonista da bambino e da ragazzo. Buhl è un personaggio che va ricordato soprattutto per essere sempre stato un po’ avanti rispetto agli altri. Non un esploratore ma uno che fa cose straordinarie, sia ascensioni solitarie, sia salite invernali.
E poi questo exploit incredibile al Nanga Parbat nel 1953, in piena epoca di conquista degli ottomila, quando si sapeva pochissimo dell’alta quota: gli inglesi erano saliti due mesi prima sull’Everest con l’ossigeno e i francesi erano saliti senza sull’Annapurna, che però è più basso.
I tedeschi - spiega Mantovani - in parte conoscevano il Nanga Parbat perché l’avevano tentato varie volte, fra il 1932 e il 1937 avevano avuto ventisei morti fra sherpa, portatori e alpinisti su quella che negli anni del nazismo era chiamata la montagna del destino.
Fra l’altro, la via di Hermann Buhl non è mai stata ripetuta, perché sono state aperte altre vie e perché è considerata un po’ pericolosa.
È su uno dei versanti del Nanga Parbat che presenta i più grandi dislivelli. Nel 1934, il geografo della spedizione tedesca, Richard Finsterwalder, aveva misurato il dislivello fra il ponte Raikot, il ponte sospeso sull’Indo all’ingresso della valle, e la cima: sono 7.000 metri. Credo sia difficile trovare un altro dislivello simile; è vero che il Nanga Parbat non è l’Everest, ma i campi base sono attorno ai 3.000 - 3.500 metri».
Come si svolge la salita di Buhl al Nanga Parbat?
«Lui parte dal campo Cinque, a 6.900 metri, alle 2 del mattino, arriva sulla vetta e scende. Viene colto dal buio, passa tutta la notte in piedi con quello che ha addosso, senza sacco a pelo, riparte e torna al campo 5. Rimane quarantuno ore nella “zona delle morte”, sopra i 7.000 metri, cosa che allora non si era mai vista. Ha il piede sinistro congelato, gli verranno amputate due dita e questo gli darà poi delle conseguenze in alta quota. Buhl non aveva mangiato praticamente niente, si era sostenuto con delle pastiglie a base di metanfetamina che allora utilizzavano un po’ tutti e che in Germania venivano detto pastiglie Stuka, perché usate dai piloti per combattere la stanchezza».
Hermann Buhl sale poi con Kurt Diemberger il Broad Peak, senza bombole, ma anche sulle Alpi la sua attività è stata straordinaria.
«Sì: nel 1952 aveva ripetuto la via Cassin sulla parete nord-est del Pizzo Badile in quattro ore e mezza. Fino a quel momento la via veniva salita con due bivacchi, quindi lui era anche molto veloce. Ed era arrivato a Bondo, il villaggio svizzero da cui si parte per la montagna, in bicicletta da Innsbruck, dove il lunedì doveva tornare a lavorare. Al ritorno fu preso dal sonno mentre pedalava e finì nel fiume Inn.
Buhl è stato anche il primo a salire in invernale la via Soldà sulla parete sud-ovest della Marmolada. In Austria era uno dei più forti; si era fatto le ossa sulle montagne del suo paese, il Wetterstein, il Karwendel, il Kaisergebirge. Era il più giovane di quattro figli, il padre era fabbro di Innsbruck, la madre di Ortisei».
Nel 1957, nel Karakorum, durante la spedizione al Chogolisa (7.645 metri), Buhl morì per la rottura di una cornice di neve. Il corpo non è mai stato ritrovato.
L'uomo, 82 anni, è stato recuperato in zona Cavasapia dal personale del Soccorso alpino e trasportato in elicottero all'ospedale Santa Chiara di Trento. Lungo il sentiero verso il passo Nota, infortunio per un cacciatore ruzzolato lungo un canale ripido
La scrittrice roveretana, già menzione speciale al premio Itas 2026 con il romanzo "Sette volte bosco", ha appena dato alle stampe un nuovo lavoro, pubblicato da Cai Edizioni, che accompagna il lettore lungo i sentieri delle esistenze in quota: storie di uomini e donne chiamati a misurarsi con guerre, migrazioni, povertà e trasformazioni
L'iniziativa è di LNDC Animal Protection e ha lo scopo di offrire una nuova vita agli animali ospiti nel canile comunale, grazie alle adozioni consapevoli riguardanti, in particolare, quei cani che hanno maggiori difficoltà a essere scelti e che sono attualmente gestiti dai volontari
Le precipitazioni nevose, causate dall’incontro tra aria umida mediterranea e correnti più fredde, hanno portato i primi fiocchi fino a circa 1.200 metri di quota (Foto d'archivio)