"La montagna che vogliamo": le terre alte come nuova idea di vita
L'importante volume di Marco Albino Ferrari (autore premio Itas nel 2021) è un manifesto necessario per affrontare il presente e costruire un futuro diverso: «La montagna diverrà il luogo dove mettere in atto strategie per adattarsi al cambiamento climatico e alle grandi novità che investono il mondo intero»
TEMA L'umano e la montagna: quell'urgenza di fare un passo indietro
Oggi la congiuntura è favorevole al crearsi di una «nuova montagna». È il messaggio del libro di Marco Albino Ferrari "La montagna che vogliamo. Un manifesto", edito da poche settimane da Einaudi (144 pagine, 13 euro).
L'autore è ben noto al pubblico trentino anche come vincitore del premio Itas del libro di montagna 2021, con "Mia sconosciuta" (Ponte alle Grazie, 240 pagine, 16 euro). Per lo stesso editore ha pubblicato "Storia di un albero", scelto lo scorso emse nella terna finalista della terza edizione del Campiello Natura - Premio Venice Gardens Foundation (che sarà assegnato il 13 settembre al Gran Teatro La Fenice di Venezia).
Presentando questo nuovo manifesto, l'autore ricorda che si può prevedere che "la montagna diverrà il luogo dove mettere in atto strategie per adattarsi al cambiamento climatico e alle grandi novità che investono il mondo intero".
L'orizzonte indicato è quello di "una nuova forma di comunitarismo basato sulla protezione dell’ambiente, sul senso della misura (fortemente connaturato alla vita in montagna), sulla responsabilità orizzontale nei confronti dei nostri vicini e verticale nei confronti di chi verrà, le terre alte rappresenteranno una nuova idea di vita".
Da qui il senso profondo del libro: "È ora di stilare un manifesto, di dire forte e chiaro qual è la montagna che vogliamo.
Le montagne italiane sono un pulviscolo di differenze, una continua variazione di scenari e culture, un susseguirsi di grandi silenzi e di altrettanto grandi affollamenti, di problemi destinati ad aggravarsi e di soluzioni virtuose che potranno essere recepite come paradigma di un cambiamento piú ampio".
ESTRATTO DEL LIBRO DAL SITO DI EINAUDI
Premessa
In una continua successione di piani, l’occhio passa dalla vacca che rumina placida sul pascolo alla vicina baita di pietra debitamente munita di gerani alle fi- nestre e camino fumante; piú su si posa sulle praterie d’alta quota e, oltre il fronte glaciale, scivola nel regno del gelo verso le creste sommitali avvolte nel vento. Niente turba lo sguardo, non c’è la vecchia vasca da bagno usata come abbeveratoio, non c’è la roulotte del casaro magrebino, e neppure la ruggine dello skilift abbandonato per mancanza di neve. Lassú tutto è bene. Tutto risponde a una disposizione compositiva sapientemente creata a uso del turista in fuga dalla città.
E se aprissimo gli occhi? Cosa vedremmo oltre a questa rappresentazione estetizzante, ricoperta da una patina di innocenza? Cosa c’è oltre a questa e alle altre cartoline della montagna ludica, con le piste di sci innevate, i rifugi alpini (oggi stellati), le grandi foreste dove aleggia lo spirito della wilderness come in uno spicchio di Alaska nostrano? Qual è la realtà? E cosa troveremmo sulle due principali catene della Penisola e delle isole maggiori, percorrendo il sentiero piú lungo al mondo, il Sentiero Italia?
Alcuni dati: le terre alte si estendono su oltre il 50 per cento del territorio nazionale e i comuni «periferici» sommati agli «ultraperiferici» (ovvero quelli distanti rispettivamente piú di 40 o 67 minuti da un centro di erogazione dei servizi primari) sono il 24 per cento del totale, ma vi risiedono poco piú di cinque milioni di italiani. La montagna italiana è dunque dominata dall’abbandono. Eppure, all’interno di questa geografia vasta e senza voce, emergono isole in cui si concentrano pressioni antropiche in- sostenibili, con le città dormitorio del pedemonte, le vallate dell’agroindustria, le centrali del turismo. Grandi vuoti umani accanto a pieni straripanti, molti dei quali costretti in un’assoluta specializzazione monofunzionale.
Ma nel viaggio che sta per iniziare incontreremo anche numerosi esempi incoraggianti, il permanere dei beni intangibili, oggi sempre piú preziosi, come la salubrità, lo spazio, il buio, il vasto silenzio rigeneratore; e poi paesi arroccati in cIma a valli solitarie che sono rinati e che diventano incubatori di una nuova idea di futuro.
Sono, questi esempi prodigiosi, dei veri laboratori di innovazio- ne che dimostrano come la montagna possa liberar- si dallo stigma di semplice contenitore di memorie, di mondo pittoresco del tempo libero che la vecchia retorica urbanocentrica ha rilanciato e rilanciato nel corso degli ultimi due secoli. Oggi la congiuntura può essere favorevole al crearsi di una nuova montagna. E si può prevedere, motivatamente, che le terre alte diverranno il luogo dove mettere in atto strategie di adattamento al cambiamento climatico.
Una precisazione: il verbo declinato alla prima persona plurale che compare nel titolo, La montagna che «vogliamo», allude a una serie di auspici condivisi ormai da molti. C’è un comune denominatore che sostiene una moltitudine di voci, trasversali ed eterogenee, a cui mi sono rifatto e a cui mi sento debitore. Sono giornalisti, scienziati, umanisti, divulgatori, e poi associazioni, fondazioni, sodalizi, strategie na- zionali che investono fiducia nelle aree interne del nostro Paese perché – e qui sta il punto – «tutto fa pensare che nel XXI secolo la montagna sia destinata a diventare un nodo strategico dell’assetto non solo territoriale, ma anche culturale, economico e ambientale, dell’Italia intera»1.
Desiderare significa cercare il conseguimento di un’idea, l’attuazione di un progetto. Allora in quel «vogliamo» c’è anche un’intrinseca proiezione col- lettiva in avanti, uno sbilanciamento verso il domani. Ed è lí che intendiamo rivolgere lo sguardo. Non si può fare altrimenti, perché in un’epoca di trasformazioni come la nostra prepararci al futuro diventa necessario. Fra ottanta, cento anni – ovvero quanto è la vita di un uomo longevo – come immaginiamo le nostre montagne? Come vogliamo che siano? E, soprattutto, cosa possiamo fare per renderle tali?
1 Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna. Il Manifesto è stato promosso dalla Società dei territorialisti/e, a cura della «commissione montagna» coordinata da Giuseppe Dematteis e Alberto Magnaghi, gennaio 2019.