Lagorai, ai laghi di Colbricon l'eco dei poteri dello sciamano
Questa catena, ricchissima di acqua fu frequentate da tempi immemorabili da cacciatori mesolitici, pastori, viandanti e emigranti che fuggivano la fame: si svilupparono leggende e memorie legate attorno a questo elemento legato ai riti di purificazione e di rinnovamento vitale
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La catena del Lagorai è terra di laghi, ben 98, di torrenti e di sorgenti. Le sue cime sono state frequentate da tempi immemorabili da cacciatori mesolitici, pastori, viandanti e emigranti che fuggivano la fame della Valle del Vanoi per recarsi annualmente nella vicina ricca val di Fiemme e nella val di Fassa.
Tutte queste persone avevano un rapporto con la terra e l'acqua di queste montagne, diventate elementi in cui si custodivano le ragioni della vita e, attraverso le leggende, la memoria di una vita intera.
È per questo suo saper custodire la memoria dentro un nucleo originario, scrive Franco De Battaglia in "Lagorai", che l'acqua è così legata ai riti di purificazione e di rinnovamento vitale.
Questa volta ci facciamo accompagnare dallo spirito di uno sciamano mesolitico, che mani anonime hanno scolpito su una roccia porfirica nei pressi del lago di Colbricon, al cospetto dell'imponente mole delle Pale di San Martino. Infatti furono i cacciatori mesolitici i primi frequentatori delle alte praterie delle nostre montagne e di quelle del Lagorai in particolare, alla ricerca di cacciagione come camosci, stambecchi, cervi e marmotte.
Durante le notti trascorse all'aperto, vicino al cielo, s'invocava la Dea della Caccia, compagna del Signore degli Animali, divinità che più di altre poteva intercedere per l'abbondanza della caccia o semplicemente per la salvaguardia della propria vita o per essere mondati dall'aver compiuto durante la caccia un gesto empio e violento.
Tra le scarse testimonianze a noi giunte sulla religiosità dei cacciatori mesolitici, quella dello "sciamano del Colbricon", un petroglifo inciso sulla roccia scoperto da Augusto Sartorelli nel 1983 nei pressi dei laghetti in alta Val di Fiemme, presso il passo Rolle, apre uno spiraglio su quel mondo.
La figura esile ma possente, con un'asta sollevata in una mano e uno strano oggetto sferico con manico nell'altra, sembra incarnare lo spirito di uno sciamano intento a una danza propiziatoria, sicuramente rituale. L'asta richiama il lituo dei sacerdoti retici ed etruschi, i quali usavano un ramo di betulla trasformato in mazza votiva, una sorta di bacchetta magica.
È da questo oggetto che nasce il pastorale che i vescovi hanno ereditato dagli àuguri etruschi attraverso la tradizione romana. La sfera richiama la circolarità del mondo, l'inizio e la fine, il senso e il simbolo della rigenerazione continua, del farsi e del disfarsi, che diventerà in ambito egizio il serpente che si morde la coda, l'Uroboros simbolo dell'infinito.
Il petroglifo antropomorfo, situato a pochi metri dall'acqua, è da collegare con la scoperta negli anni precedenti di ben nove insediamenti o bivacchi attorno ai laghi, molto ben organizzati, con presenza di abitazioni e di officine addette alla fabbricazione di selci e armi in generale. Bivacchi che d'altronde segnano quasi tutti i laghi del Lagorai, dal lago delle Buse a quello del Montalon, del Calaita, delle Stellune, delle Trote, delle Buse Basse, fino al famoso santuario a cielo aperto del lago di Lagorai, frequentato dalle antiche genti fiemmazze.
Ed è grazie alla frequentazione dei pastori di questa parte del Lagorai che siamo venuti a conoscenza di questi insediamenti estivi.
Sono stati poi gli archeologi a delinearne i contorni e a portare in superficie e all'attenzione del pubblico reperti di vario genere. È questo uno sciamano a cui si attribuiva la capacità di guarire, di operare miracoli, oppure di essere uno psicopompo, colui che parla e conduce a Dio, oltre che di dominare il fuoco e comunicare con gli spiriti della natura.
Dobbiamo ai pastori anche il ricordo della Signora degli Animali, che assume in seguito altre forme ed altri nomi: fu un pastore a vedere apparire su queste montagne la bella Jendsàna, che si vestiva in modo tutto diverso dalle donne della regione e portava sempre al petto un mazzolino di selètte.
Veniva su la mattina presto e restava tutto il giorno con il suo fidanzato ma quando alla sera il Cimone si tingeva di rosso se ne andava per il bosco e non si faceva più vedere.
Ed il pastore, come lo sciamano, la rivedeva nei suoi sogni, tutta splendente di bellezza e di gioventù. Lo ricorda Karl Felix Wolff nel racconto "La capanna delle miosotidi".
In un mondo duro, dove ogni cosa dipende dalla volontà degli dei e dove ogni giorno l'uomo può commettere gesti sgraditi o addirittura blasfemi nei confronti delle divinità, è doveroso placarne l'ira con il sacrificio. Questo tributo simbolico, di cui a noi non è pervenuta traccia per l'inclemenza del tempo, è un modo per tranquillizzare gli dei, padroni di tutte le cose. Lo sciamano era il garante che le preghiere avrebbero raggiunto gli Dei lassù.
A guardarlo bene questo sciamano, come accennavamo poc'anzi, assomiglia molto ad un sacerdote etrusco, ad un àugure: solitamente quest'ultimo era raffigurato con in mano un lituo, un bastone, che rivolgeva verso le otto direzioni dei punti cardinali e dei loro intermedi, partendo da nord e procedendo in senso orario, per richiamare le influenze positive e scacciare le influenze negative.
Il lituo non era altro che un bastone di legno, privo di nodi e con la punta ricurva – un oggetto simile faceva parte anche delle insegne del faraone egizio –, che si pensava avesse il potere di percepire le correnti invisibili, le influenze specifiche di ciascuna direzione, rendendole favorevoli o perlomeno neutrali.
Oggi il lituo è usato ancora dai rabdomanti per individuare le vene d'acqua, le caverne sotterranee, le fratture, le cosiddette faglie del terreno.
ITINERARIO
Accesso stradale:
Malga Rolle (m 1980) è raggiungibile dalla Valle di Fiemme prendendo la deviazione a destra a Predazzo per il Passo Rolle, oppure dal Primiero, scavalando il Passo Rolle e scendendo per qualche chilometro verso la foresta di Paneveggio.
Punto di partenza/arrivo:
Malga Rolle (m 1980)
Percorso:
Da Malga Rolle (m 1980), un chilometro circa prima del passo omonimo che congiunge il Primiero con l'alta Val di Fiemme e la foresta di Paneveggio, inizia il sentiero n. 348 che ci conduce ai laghi e al rifugio, aperto l'estate.
Rientro: dalla stessa.
Tempi:
1 ora l'andata, altrettanto il ritorno.
Dislivello:
Nemmeno 100 m
[Questo testo è tratto dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Andar per malghe in Trentino", edizioni Curcu&Genovese, 2015]